Leggeri e in viaggio

I trenta giorni di quarantena dei personaggi che hanno occupato un diario speciale: storie di trionfi, rinascite e attese
Tania Cagnotto, Maya, figlia, coronavirus, Romagnoli, bagaglio a mano, tuffi, giardino
Maya e Tania Cagnotto nel giardino di casa (foto tratta dal profilo fb della pagina ufficiale della campionessa)

“Viaggiare leggeri. Essere leggeri. Vivere leggeri. Uno dei temi decisivi della società contemporanea e della sopravvivenza globale. E’ il racconto di una rinascita, di un risveglio. Senza magniloquenza. Senza arroganza. Senza. In ogni istante finiscono amori, si sgretolano patrimoni ed esistenze irrinunciabili e contemporaneamente si accendono altre passioni, crescono nuove fortune, sbocciano splendide vite”. Non sono parole di oggi – 11 aprile del 2020 – ma di cinque anni fa. Sono la recensione al libro di Gabriele Romagnoli, un libricino ma il più bello letto negli ultimi dieci anni, e perdonate l’unico riferimento personale di questo viaggio. Per viaggiare, per vivere, bisogna esser leggeri. Senza il superfluo. Senza zavorre. Basta un bagaglio a mano.
Perché così si va avanti. Sì, è bello viaggiare, pure chiusi dentro una stanza, tra quattro mura di una mansarda in una città di provincia mentre il mondo si accartoccia e si spaventa. Sì, è bello partire ma è bello pure tornare. Perché il viaggio perfetto – per lo scrittore Dino Basili – è circolare: la gioia della partenza, la gioia del ritorno. E se il cielo è un orizzonte allora è la foto delle vette della catena dell’Himalaya scomparse da decenni dal panorama e adesso finalmente nitide da Jalandhar, città indiana che sta a cento chilometri da quelle cime.

E se il cielo è in una stanza, è la stanza di Federica Brignone, ora che finalmente ha potuto riempirla con le sue coppe. Sul tetto più alto del mondo c’era salita l’11 marzo; un mese fa, quando questo viaggio è cominciato. Prima italiana a vincere la Coppa del Mondo assoluta di sci alpino eppure senza la gioia di poter alzare il trofeo. Un corriere gliele ha recapitate a casa – mondiale assoluto, gigante e combinata – chiuse dentro un bauletto di alluminio depositato davanti casa a La Salle, provincia di Aosta. E poiché le traiettorie liquide di Federica non finiscono mai, la fuoriclasse tosta e testarda ha dovuto badare pure alla salute della mamma, l’ex campionessa Ninna Quario, anche lei come migliaia di italiani ricoverata in ospedale e ora fuori dal tunnel. Per vedere la luce – la qualificazione alla sua quarta Olimpiade – Vanessa Ferrari dovrà invece ancora aspettare. Ieri la federazione internazionale di ginnastica ha stabilito che lei e la Mori si contenderanno l’ultimo pass per Tokyo però la data ancora non c’è, e quel viaggio a Baku resta un viaggio sospeso. Interrotto. Michela Moioli, la campionessa mondiale di snowboard, è tornata ad Alzano, epicentro bergamasco del virus. Ha riabbracciato il nonno materno uscito dall’ospedale ma non la nonna materna Carmela. Lei però continua a sorridere, al barboncino che le fa compagnia ha messo l’azzurro e da casa fa il tifo per Ivano Camozzi, ex nazionale di sci ora in terapia intensiva. Alessandro Micai invece sta a casa: al video-tape rivede le immagini della stagione granata ancora sospesa, non dimentica l’uscita a farfalle nel derby col Benevento di un anno fa eppure tutti gliel’hanno perdonata. Che le uscite sbagliate continua a commetterne il suo presidente Lotito emblema – come i suoi colleghi – di un calcio italiano sciacallo ed ipocrita. Un calcio che chiede ai dipendenti di tagliarsi gli stipendi ma solo per abbattere le perdite a bilancio.

Un bilancio d’oro e magnifico è quello di Dorotea Wierer, campionessa mondiale di biathlon che nella sua casa a Castello di Fiemme continua ad allenarsi pur se ha già vinto tutto. Il 3 aprile ha festeggiato i suoi trent’anni postando una foto, lei con spumante e strudel tra le mani e l’Italia tutta davanti a quegli occhi da cerbiatta. Gli occhi di Maxime Mbanda – che il compleanno l’ha festeggiato ieri davanti ad una torta spartana nella sede della Croce Gialla a Parma – invece sono pieni di orgoglio. “Ho avuto l’onore di riportare a casa un uomo guarito, due settimane fa l’avevo trasportato semicosciente e attaccato all’ossigeno, in ospedale” ha detto oggi in un’intervista su Sportweek. Che la sua storia – la storia di un nazionale italiano di rugby che accantona la palla ovale e si fa volontario – era partita da qui e sarebbe arrivata poi, settimane dopo, sulle colonne del Corsera e persino alla Cnn. Un altro nonnino, il più longevo atleta mondiale, se ne sta tranquillo nella sua casa a Sant’Ippolito, nelle Marche. Giuseppe Ottaviani fra un mese compirà 104 anni (una signora di 107 anni in Olanda è la più anziana guarita dal virus nel mondo) e al soffio delle candeline penserà al ritorno all’atletica. Il viaggio verso il ritorno all’attività agonistica l’ha invece già compiuto David Okeke, ventenne speranza del basket azzurro che dopo due anni di stop per un’aritmia è tornato a far canestro in compagnia del fratello, nel giardino di casa a Novara, in attesa di tornare a fiorire, lui che è più di un ragazzo di belle speranze, nel giardino del basket italiano. Nel giardino dove riposano – e non si dimenticano – i campioni immortali, c’è sempre Pietro Mennea, la freccia del Sud. A casa a Milano aspetta Ilicic, sloveno scappato dalla guerra che era bambino e ora i suoi occhi da grande hanno visto sfilare camion militari che trasportavano bare, troppe bare, in pieno centro a Bergamo.

E’ tornato a rivedere la sua vita e la sua stanza, il ventenne ciclista azzurro Samuele Manfredi: coccolato dai genitori, continua nella riabilitazione a Doissano (provincia di Savona) ma al centro specialistico di Ferrara lo aspettano per completare il ritorno sui pedali. Fermo, ormai sceso dai pedali se ne sta invece Omar Di Felice: bloccato a Ulan Bator, in Mongolia, ad 8mila chilometri da casa. La sua sfida impossibile – attraversare il deserto del Gobi, centinaia di chilometri da solo e su una bici – è riuscita eppure quella impossibile è adesso tornare in Italia. Dove tra qualche giorno compirà quattro mesi Liam Allegri: vicino alla culla c’è sempre mamma Claudia, accanto la maglia e il pallone di Alessio, il papà stroncato da un infarto a dicembre, dieci giorni prima che nascesse il suo tiro più bello. Eppure tra tanto cuore il basket dei grandi s’è messo a fare a cazzotti. Hanno chiuso pure il campionato di A e alcuni politici travestiti da tifosi chiedono l’assegnazione dello scudetto a tavolino.

Una tavola da surf: è quella a cui non ha smesso di pensare Francisco Porcella, campione sulle onde che aspetta adesso quella giusta a Cagliari per regalare il brivido dell’emozione ai ragazzi della Olimpia Onlus. E un’emozione continua a regalarla Paolino Pulici: la sua figurina sta sempre incollata sull’album del ’75, quello dello scudetto mentre a Torino si preparano al suo settantesimo (27 aprile) compleanno. Una preghiera per Donato Sabia. L’ex mezzofondista non ce l’ha fatta a vincere il suo sprint: ieri mattina una staffetta della Polizia ne ha accompagnato le ceneri al cimitero di Potenza, dopo una breve sosta davanti casa. Nella culla dell’Europa invece continua a spadroneggiare una dittatura mascherata: lì dove nacque Puskas e l’Ungheria che nel calcio tremar faceva il mondo, Viktor Orban prosegue l’indisturbata ascesa pur se una radio danese gli ha rinfacciato una colossale bugia: no, non è vero che l’Ungheria ha ricevuto poco; in proporzione agli abitanti ha invece avuto più fondi dell’Italia per combattere il virus. Combattuta dal ritorno al tennis è invece Flavia Pennetta, il marito Fognini le ha già stilato la tabella del ritorno anche se lei pensa ai due bimbi da crescere mentre non pensa a tornare Roberta Vinci che ai microfoni di Sky ha finalmente ricostruito quel giorno, “il giorno della vita, il giorno della resilienza nella sfida contro Serena”.

Non fa canestro più sulla sirena gancio-cielo Kareem però la retina la brucia, ed è ancora di gloria: Jabbar ha donato 9mila occhiali super tecnologici ai medici dell’università ospedaliera dell’Ucla a Los Angeles mentre in Francia e in Africa si prega ancora per Pape Diouf che ha lasciato il calcio mondiale e la terra ma il suo esempio di uomo e procuratore integerrimo rimane. Come resterà per sempre nella storia il giapponese Shizo Kanakuri, l’uomo che completò la sua maratona mondiale 54 anni dopo la partenza mentre continua un’altra maratona, tra la vita e la morte, in via Michelangelo 9, Mombretto di Mediglia, provincia di Milano. Lì dove, in una casa di riposo, meravigliose esistenze provano a superare inefficienze e leggerezze tornate a essere pure malaffare. La Procura di Milano sta indagando per omicidio colposo il direttore di un’altra casa per anziani. Il nome della residenza è Pio albergo Trivulzio, la stessa da dove all’inizio degli anni ’90 scattò l’inchiesta “Mani Pulite”, con Di Pietro che pescava Mario Chiesa con le mani nel sacco, anzi nel water. Storie solo italiane mentre storia mondiale continua a esserlo quella di Marlene e Julia, le nipoti di Owens e Long. Amici nella Berlino nazista del ’36 sulla pedana olimpica che li imponeva rivali non solo per l’oro e loro, le figlie anzi le nipoti della storia, amiche a scambiarsi ancora lettere e fotografie.

Rifugiato a Parigi se ne sta il campione di scacchi Spassky che perse il mondiale in Islanda nel ’72 contro Fisher, le cui ceneri riposano nella terra dei geyser. Continuano a sognare il viaggio olimpico Mahdi, Luna e Kaoula, rifugiati a Losanna dove il campione olimpico di tiro Niccolò Campriani ha iniziato a vivere il loro sogno, loro che hanno visto bombe e violenze, e in Siria si continua a morire e bombardare e tutti chiudono gli occhi. Sopravvisuti a quell’oro da infarto siamo invece tutti noi, ancora estasiati dalla vittoria olimpica del settebello a Barcellona. Era il ’92 e la pallanuoto azzurra negli anni avrebbe continuato a vincere mentre lo sport e il mondo continuano a perdere leader capaci di trascinare, con la parola e con l’esempio.

Un viaggio cronologico è stato finora, un po’ lungo ma trenta sono tanti, troppi giorni da condensare. Ne resta una tappa, una soltanto. E’ senza. Senza tempo. E’ leggera, è senza zavorra, è solo bagaglio a mano. E’ ieri, oggi e domani. Splende al sole di Bolzano, dentro un giardino familiare. Nonno Giorgio mostra, mamma Tania insegna, Maya a due anni esegue salutando il mondo a testa in giù. Con una sola manina, perché con l’altra sta facendo la verticale. “Ciaooooo, bimbolaaaaaa”. Saluti a tutti da casa. Soprattutto da casa Cagnotto. (https://www.facebook.com/509627105765468/posts/3032188806842606/). Lì, in quel giardino a Bolzano, hanno già ripreso a viaggiare tenendosi semplicemente per mano.

P. S. scrivo soltanto perché qualcosa dovrò pur fare

#losportèunvirusmeraviglioso #laquarantenadascrittoreèfinita #grazieatutti #storiesport

© 2020 RIPRODUZIONE RISERVATA

condividi l'articolo

ALTRE STORIE