Insieme, una vita in due

L’abbraccio commovente tra due anziani a Cremona e l’unione tra Emil e Dana Zatopek, campioni nello stesso giorno
Emil Zatopek, Dana Zatopek, coronavirus, vita di coppia, ospedale cremona, anziani, Rosa e Giorgio, Olimpiadi, atletica leggera
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su telegram
Telegram

Nude e grandi. Le mani di Giorgio stringono forte il viso di Rosa che allunga le braccia. Lei ha il camice verde, sta seduta sulla carrozzella, i guanti alle mani. Le dita cingono il mento di Giorgio che se ne sta in pigiama: è seduto sul letto, i capelli in disordine, la mascherina che scivola sotto il mento. Le mani accarezzano la nuca di Rosa, anche lei ha i capelli bianchi però i suoi sono sistemati. Si guardano, s’avvicinano, s’appoggiano le tempie. Giorgio s’inclina a destra, il braccio stringe la schiena di Rosa che avvicina le labbra. Lui la bacia, lei gli porge il viso: “C’è gente, non diamo scandalo”, pare che dica. Lui si alza, lei cambia guancia. Lui la stringe, lei anche. Si baciano. Come due fidanzatini ma qui non è come sopra un marciapiede affollato a Parigi, perché “Le baiser de l’hotel de ville” è l’arte di Doisneau e questa invece è la vita. Sono nove scatti dai cellulari di due dottoresse – Manuela e Carla – il set è una stanza d’ospedale a Cremona, i due giovanotti son quasi 80enni e sono soli, nella stanzetta. Come fossero a casa, con la porta d’ingresso spalancata. Giorgio e Rosa non hanno segreti però la vita riserva loro ancora tenerezze e sorprese. Loro che sono sposati da 52 anni. Loro che la vita la stanno passando sempre insieme. Sempre. Fino al 19 marzo quando lui viene ricoverato per una polmonite. Non si lamenta, non si preoccupa, non vuol dar fastidio e anzi dice sempre grazie a chi amorevolmente l’assiste. Chiede solo di rivedere Rosa, vuol tornare da lei – insieme abitano a Levata di Grontardo e a Levata di Grontardo nel giorno della festa di Santa Lucia ogni anno Giorgio accompagna l’asinello lungo la processione – ma non possono accontentarlo. Due settimane dopo per un’insorgenza chirurgica anche Rosa viene ricoverata. In un altro reparto ma nello stesso ospedale. E così per dieci giorni medici e infermieri si travestono da Ermes ed Afrodite, recapitando messaggi d’amore da una corsia all’altra. Nel giorno del Lunedì dell’Angelo Rosa è stata dimessa: ignara, l’hanno però portata prima da Giorgio e pure lui non sapeva. Lo sguardo, l’abbraccio, un bacio. E le lacrime di gioia e le parole – “perché questa scena ci dice che la vita non ha età” – di chi quelle foto le ha scattate soltanto perché voleva raccontare una sorpresa. Perchè sì, le favole spesso sono storie vere.

Magari di amore e resilienza, come la storia di Emil e Dana. Nati nello stesso giorno dello stesso anno, il 19 settembre del 1922. Campioni nello stesso giorno dello stesso anno, Helsinki, 24 luglio 1952. Quinta giornata dei Giochi della quindicesima Olimpiade moderna: oro nei cinquemila metri Emil Zatopek, oro nel giavellotto Dana Zatopkova. Pure loro sempre insieme, esattamente per 52 anni. Perché Dana se n’è andata a 97 primavere, proprio all’inizio di questa. Venti dopo Emil, fiaccato da corse su pista e per strada. Da allenamenti massacranti, lui che indossava stivali militari che erano macigni e s’allenava sulla neve. I piedi affondavano ma la fatica era il suo mantra di mezzofondista e poi maratoneta. Lui e quel suo modo disperato di prendere aria, uno sbuffo che fu ribattezzato “locomotiva umana” dai giornalisti di tutto il mondo che l’ammiravano sbalorditi vedendolo sfrecciare e sprintare un attimo dopo averlo visto dondolare e quasi cadere al termine di gare massacranti. Fiaccato nel corpo e nell’animo dal lavoro in una miniera di uranio (confinato lui e la moglie per due anni) quando chi si ostinava a pensare veniva purgato, punito lui – simbolo dello sport della Cecoslovacchia – dal regime sovietico per aver aderito al “Manifesto delle duemila parole” in un’altra famosa e indimenticata primavera, quella del 1968. La “Primavera di Praga”, il sogno di libertà di un popolo soffocato dall’invasione dei carri armati spediti da Breznev che calpestavano l‘abbozzo di riforme avviato dal presidente del partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek.

Il manifesto di Emil stava invece tutto in questa frase, che solo a scriverla adesso fa tenero e amaro. “Un atleta non può correre con i soldi nelle tasche. Deve correre con la speranza nel cuore e i sogni nella testa”. Regala invece sempre disincanto leggerne un’altra.

“Cer-ini, ce-ri-ni, cerini”. Olimpiadi di Londra, 1948, giorno d’allenamento. L’inviato de “La Gazzetta dello Sport” Gianni Brera non ha ancora la pipa, fuma soltanto sigarette. Ne accende una e porge la domanda al giovane Zatopek. Emil è stranito. “A bocca aperta”, appunterà poi sul taccuino l’indimenticato “Gianni fu Carlo”. Non ha mai visto una scatola di cerini, chiede di poterla toccare. Zatopek la prende, inizia a tirar fuori cerini: uno dopo l’altro, fino a svuotare la scatola di Brera.“What? Ah, cerini, cerini, cerini”. Li accende, e si diverte. Li spegne, e ride. Brera strabuzza e chissà, da lassù forse ancora ci pensa mentre fuma la pipa. Con uno sbuffo, come quello di chi gli aveva consumato in pochi secondi tutti i cerini.

Si può vincere senza sorridere ma per innamorarsi il sorriso eccome se conta. “Non ho talento sufficiente per sorridere e andar forte contemporaneamente”, disse proprio a Londra quando i cronisti l’avvicinarono al termine della prima impresa, la vittoria nei diecimila. I suoi secondi diecimila in carriera. E dopo quelli si sarebbe poi preso pure l’argento sui cinquemila. Sbalordiva eppure era sgraziato. Trionfava eppure ciondolava. Pareva traballasse, eppure la smorfia di dolore e sofferenza l’accompagnavano davanti a tutti e da primo sul traguardo. Fu questo il suo modo di presentarsi al mondo. Con un sorriso si era invece fatto avanti alla bella Dana Ingrova, campionessa nel lancio del giavellotto, pure lei cecoslovacca, anzi pure lei morava. Lo rivelò proprio lei anni dopo quando il Mondo dopo Helsinki ‘52 avrebbe celebrato la coppia più vincente di sempre – lo è tuttora – nella storia delle Olimpiadi. Sette medaglie, cinque d’oro e due d’argento. Quattro d’oro nella stessa edizione.

L’inizio dell’amore nella primavera del ’48, gare di qualificazioni olimpiche. Emil stacca il pass, Dana è in pedana alle prese con il giavellotto: sarà la prima cecoslovacca a lanciare oltre i 40 metri, a guadagnarsi il pass. Zatopek va a congratularsi per il risultato, non si conoscono. Scoprono di essere nati nello stesso giorno. Scoprono e si sorprendono di arrivare dalla stessa regione. Scoprono di piacersi. Un mese dopo volano a Londra. Dove diventano coppia. Emil vince due medaglie – primo sui 10mila, argento nei 5mila – e arresta la sua corsa sgraziata solo quando piomba in un negozio a Piccadilly, dove acquista due anelli. Però a Dana – settima in quella Olimpiade – non lo dice. Quando tornano a casa le regala l’anello. Si sposano con una cerimonia laica. Dana Ingrova diventa Dana Zatopkova. “Io e Emil abbiamo vissuto dentro una fiaba – ricordò quando fu insignita dell’Ordine Olimpico – se penso a quel nostro viaggio a Londra, da innamorati e da atleti, mi sembra di sognare. Quell’esperienza ha segnato tutto il resto della mia vita, ma forse non sarebbe stato così meraviglioso se non avesse avuto la cornice dello spirito olimpico, quasi una benedizione laica”.

Storia di resilienza e d’amore, quella di Dana ed Emil. Che alle Olimpiadi di Helsinki quattro anni dopo ci arriveranno più innamorati e ancora più forti. La storia di resilienza e amore diventa così una leggenda fissata sopra la stessa riga di un calendario. E’ il 24 luglio del 1952. Zatopek quattro giorni prima ha vinto l’oro sui 10mila bissando Londra e cerca l’oro sfuggitogli quattro anni prima sui 5mila. Corre e sbuffa come una locomotiva mentre Dana è nella call rom ad aspettare la chiamata in pedana. Lei sente il boato della folla, mette fuori la testa e vede Emil volare verso il suo secondo oro. Fa in tempo pure a vederlo salire sul podio, perché allora le premiazioni erano il naturale e genuino epilogo della gara. E fa in tempo pure ad abbracciarlo. Si incrociano negli spogliatoi. Lui le mostra la medaglia, lei la prende e la mette in borsa: “Mi porterà fortuna”, gli dice. E talismano sarà. “Ero appeno uscito dalla doccia – ricordò poi Zatopek – il team manager mi venne vicino urlando: Emil, è fatta, al primo lancio Dana ha già superato i 50 metri ed è prima!”. E Dana chiuderà quella sua gara da prima, la prima cecoslovacca a vincere un oro olimpico nell’atletica.

Era quasi sera ma non era ancora finita. Emil ricomincia a correre – qualche giorno dopo deciderà di partecipare anche alla maratona che non aveva mai corso e nemmeno preparato, e naturalmente arrivò primo centrando un tris leggendario, il Grande Slam della fatica – e va incontro a Dana che si sta avviando verso il podio. Si abbracciano davanti alla folla. Si baciano davanti a sessantamila spettatori che li guardano a bocca aperta. Anche questa, come quella di Giorgio e Rosa a Cremona, non è una foto di Doisneau. Eppure anche questa foto in bianco e nero, scattata in un tardo pomeriggio scandinavo, agro, freddo ed infinito, sarebbe entratata nella storia.

Di amore e resilienza, sì perché Dana ed Emil avrebbero vissuto insieme per altri 48 anni. Fino al 2000, quando Emil se ne andò per sempre. Insieme avrebbero vissuto un’altra medaglia di Dana, argento nel ’60 a Roma mentre Emil fu sesto nella maratona di Melbourne ’56 e lei quarta. Insieme testimoni di nozze di un altro matrimonio celebre, quello del ‘57 a Praga tra i campioni olimpici Connolly e Fikotova nonostante l’opposizione del governo cecoslovacco. Insieme avrebbero condiviso sogni e speranze, repressioni e libertà: la Primavera di Praga del ’68, l’adesione al Manifesto delle duemila parole, il confino in montagna, il lavoro in miniera, il ritorno alla libertà nel 1989, gli anni da ambasciatore dello sport lui e da allenatrice in giro per il mondo lei. E quando Emil morì Dana continuò a vivere nello sport, allenando in ogni angolo del mondo, disseminandone i campi di intelligenza, umanità, sensibilità. “Fu lei a mettermi in mano il primo giavellotto della mia vita”, disse Jan Zelezny, il campione ceco tuttora primatista mondiale. Quando le chiedevano di Emil, Dana rispondeva sempre così: “Emil era un cuore che correva”. Uno per due, e forse per questo andavano più forte. Correvano sempre insieme. Come sulla neve, nella Slesia, la loro casa. Come una domenica qualunque. Come quella volta. “Mi ricordo che una domenica mattina corremmo per venti chilometri nella neve del bosco – raccontò Dana a “Sports Illustrated” nel 1990 – a metà percorso io crollai a terra sfinita. Tu vai avanti, lasciami morire qui, dissi scherzando a Emil. Ma lui prese una corda e mi legò ai suoi fianchi. Così corse fino a casa, trascinandomi nella neve. Alla fine di quella giornata, arrivati a casa, mi disse che sì, si sentiva stanco”. Ci fosse stato Doisneau sarebbe stata questa la loro foto perfetta. Come quella di Giorgio e Rosa, come quella scattata da due dottoresse in una stanzetta dell’ospedale di Cremona. Loro due che si baciano, e il mondo che ammira la vita. Quella vera. Quella che non ha età.

P. S. scrivo solo perchè qualcosa dovrò pur fare

#losportèunvirusmeraviglioso #emiledanazatopek #unavitainsieme

© 2020 riproduzione riservata
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su telegram
Telegram

Articoli correlati