David è un cuore che batte

Okeke può tornare al basket dopo due anni tra cure e delusioni
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David Okeke con la maglia della nazionale (foto da italhoop.it)

Farsi trovare pronti quando gli spazi riapriranno. Perché riapriranno. E succederà. Presto. Chissà quante volte questo pensiero è passato nella testa di David Okeke, ventiduenne cestista di colore – genitori nigeriani ma lui è nato a Monza e risiede a Novara, a 18 italiano a tutti gli effetti per cittadinanza – lui abituato a bruciare il tempo e l’avversario che ti mette le braccia addosso e il canestro non te lo fa vedere. E invece due passi, una schiacciata, il ferro che trema e una retina che si gonfia; e poi subito svelto e reattivo in difesa, perché nella pallacanestro per attaccare devi prima difendere forte e sembra il manifesto della vita, quella che corre e non la puoi stoppare: a 19 anni (era il 2017) la medaglia d’argento con la nazionale under 20 di basket ai Mondiali in Egitto, tre mesi dopo le prime convocazioni di Meo Sacchetti nella nazionale maggiore. In tre anni dalla serie C con Borgomanero a punta di diamante di Torino in serie A/1, dal sogno di diventare cestista alla possibile elezione nel draft della Nba.

Farsi trovare pronto, di nuovo in pista, di nuovo su un parquet: chissà quante volte questo pensiero è passato nella sua testa proprio in questi giorni, dove tutto sembra – dove tutto è – fermo, sospeso, rallentato. Giorni nei quali il cuore ha perso il ritmo. E David sa bene cosa significa. Perché lui è fermo da due anni, un mese e tredici giorni; esattamente dal 7 febbraio del 2018, ultima partita di Eurocup, Torino contro San Pietroburgo, la città del re contro quella degli zar. Il giorno dopo si sottopone ad un banale controllo cardiaco ma la diagnosi è una ghigliottina. Aritmia cardiaca. Il cuore che perde il ritmo, che rallenta o accelera. Ritmo irregolare sta scritto su una curva che pare una discesa verso il precipizio. Come fosse un giro su una giostra impazzita. Solo che David dalla giostra è volato via proprio nel momento più bello: due settimane dopo l’Auxilium Torino – a Firenze nel palazzo dedicato a Nelson Mandela come ultima delle otto finaliste – si prendeva, tra occhi spalancati da meraviglia e incredulità, la Coppa Italia ma lui sul gradino più alto del podio non c’era. Perché aveva perso l’idoneità sportiva. Un banale pezzo di carta che però è tutto. E così, da cento a zero in un soffio. Un colpo al cuore. Ancor più tremendo per un atleta per cui “giocare a basket e appartenere a una squadra sono sensazioni meravigliose” non è una frase, è un mantra.

E allora il mantra da quel giorno è diventato un altro: farsi trovare pronto, di nuovo sul parquet. Quante volte David se lo sarà ripetuto in questi due anni, un mese e tredici giorni. Giorni trascorsi da solo, senza poter andare nemmeno in palestra: lontano dai compagni, da un pallone, da un parquet. E invece in cura e ogni tre mesi, e poi sei, esami, controlli e solo dinieghi; a Roma, a Milano, a Padova. Ma niente, il cuore che non si rimette in ritmo, l’idoneità sportiva che non ritorna, il sapore di una palestra che non passa. Ma non sono giorni persi. David torna studente a tempo pieno, si iscrive all’Università (corso di Scienze Umane) e comincia a dare esami; “non voglio essere un peso per nessuno” dirà in una delle poche interviste rilasciate a bordo del parquet dove intanto la sua Auxilium Torino finisce la corsa, schiantata dai debiti e dal fallimento. Un successo effimero, quella Coppa Italia a Firenze. Invece David non molla, pensa di andare negli Stati Uniti per ritrovare un pallone a spicchi, perché afferrare negli States l’abilitazione sportiva sarebbe più facile che farlo con le prescrizioni Fiba. E invece no, torna in Italia dove, quattro mesi fa, scrive la sua lettera d’intenti. “Spero di trovare qualcuno che abbia la convinzione e il coraggio di puntare su di me”. David però ha già deciso di puntare su se stesso. Capisce che per tornare deve chiudere gli occhi e affidarsi. A febbraio si fa operare. Due volte. Intervento di ablazione cardiaca. Ablazione, verbo che deriva dal latino auferre: letteralmente, portare via.

L’aritmia non c’è più, il cuore di David sta in un post sul profilo Instagram, lo sfondo è nero, la scritta bianca: back on track. Che in italiano vuol dire di nuovo in pista. Sì, perché qualche giorno fa è arrivato il responso clinico. Il cuore di David è tornato in ritmo. David potrà tornare a giocare. Potrà tornare in palestra. Appena gli spazi si riapriranno. Perché riapriranno.

P. S. scrivo solo perché qualcosa pur dovrò fare
#losportèunvirusmeraviglioso #ilcuoredidavidokeke

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