Scacchi, pensieri e guerra

Costretto in casa, Piano passa il tempo giocando con il figlio. Nel '72 la sfida tra Fisher e Spassky che appassionò il mondo
Spassky, Fisher, scacchi, guerra fredda, Usa, Urss, Unione Sovetica, Stati Uniti, Islanda '72, sfida, secolo, coronavirus, renzo piano, figlio, corriere della sera
Spassky e Fisher durante una sfida del match in Islanda del '72 (foto tratta da 7summitproject.com)

La signora Milly non lo fa uscire e allora per tutto il giorno lui resta in casa, tra lavoro e attesa. Succede suppergiù così spostandosi su e giù per il mondo. E accade pure a casa di Renzo Piano che sì, è un mortale come tutti. Però Renzo Piano – solo per dire – è quello che da Clinton ha ricevuto il premio Pritzker, primo italiano inserito dalla rivista Time nella Time 100 e nella top 10 nel settore arte; dal 2013 è senatore a vita lui che da una vita è disegnatore visionario, progettista futurista, genio assoluto. Archistar, l’archistar. Ha riempito gli spazi del pianeta – New York, Londra, Uganda, Cina, Giappone, Australia e il ponte di Genova che sta per essere completato a tempo di record l’ha progettato lui – trasformandoli in aeroporti, tribunali, musei e l’elenco sarebbe un’interminabile sequela di capolavori di ingegno in green-economy. Però. Però adesso tutti questi spazi sono deserti. E pure Renzo Piano è costretto a riempire i suoi, nella casa di Parigi. Come li riempie? “Di sera, quando ho smesso di seguire i miei lavori a distanza, gioco a scacchi davanti al computer contro mio figlio che sta dall’altra parte del cortile. Una sfida dura ore, ci sono molti spazi vuoti. Tempo per riflettere, e per discutere”, ha detto in un’intervista a “Il Corriere della Sera”. Gli scacchi, disciplina sportiva a tutti gli effetti, tanto che a Parigi 2024 potrebbe essere inserita tra le dimostrative.

Uno sport – era il ‘72, l’anno dello scandalo Watergate e del massacro alle Olimpiadi di Monaco e delle sette medaglie di Spitz e pure dell’incredibile oro sulla sirena dell’Urss sugli Usa nella finale di basket – che catturò gli occhi del mondo. Perché a quei tempi il mondo era come una gigantesca scacchiera; pedone e cavallo, alfiere e re non erano mica di legno. Si muovevano armati di missili nucleari a lunga gittata, spostati a Cuba e in Europa dalle stanze del comando, a Mosca come a Washington. Sul filo della tensione perenne. Mosse e contromosse per affermare la supremazia, il primato, il potere. Il capitalismo sul comunismo e il contrario, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Insomma, non era come nel tranquillo cortile che in questi giorni separa Renzo Piano dal figlio. Allora quel cortile era una cortina, un muro contro muro; una bomba a orologeria, solo che la bomba erano armi nucleari da mostrare per intimorire, spaventare, minacciare. Dieci anni erano passati dalla fallita invasione della Baia dei Porci e dalla crisi di Cuba, il punto più terribile della “Guerra Fredda”, un anno dopo ci sarebbe stato il golpe cileno e altre tensioni, ma in quel 1972 (l’anno de Il Padrino e de l’Ultimo tango a Parigi, l’anno dell’uccisione a Milano del commissario Calabresi) la sfida tra i due blocchi si giocò sopra una vera scacchiera. In un piccolo palazzetto dello sport a Reykjavik, in Islanda, lì dove 14 anni dopo (era l’86) Gorbaciov e Reagan avrebbero avviato un lungo processo di disgelo, cominciando a mettere un freno a quella folle corsa agli armamenti nucleari.  

Una plastica sfida a scacchi che sfociò in un duello reale tra pedoni avvelenati in piena “Guerra fredda”: è la storia della sfida tra Usa e Urss, tra lo sfidante statunitense Fisher e il campione del mondo Spasskj. Il “moccioso di Brooklyn”, autodidatta campione Usa a 14 anni, contro il “Gran Maestro” dell’invincibile Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, imbattuto alfiere di una nazione che dal giorno della Rivoluzione Lenin aveva educato agli scacchi, reso sport nazionale, il pilastro della propaganda insieme al circo ed ai balletti.

1972, anno di equilibri obbligati e di sfide. Da vincere. Alle Olimpiadi come nello Spazio, e allora negli Usa si fa strada un’idea: provare a minare il primato sovietico negli scacchi. Sarà Kissinger, il grande amico di Gianni Agnelli, l’uomo più potente dei presidenti di cui fu Segretario di Stato, a dare l’accelerata quando il match s’era impantanato in una lunga melina con Spassky che aspettava Fisher da cinque giorni e Fisher in Islanda non voleva più andare. “Vai e vinci. Non per te, ma per gli Usa” gli intimò Kissinger e Fisher, sei giorni di ritardo dall’avvio previsto, finalmente si accomodò sulla poltrona, davanti ad un tavolo e una scacchiera, una gelida stretta di mano al rivale ma solo per fare un favore alle telecamere che riprendevano in diretta e l’Abc Sports inviava quelle immagini alle tv di tutto il mondo, immagini persino sui grattacieli di Times Square dopo che il New York Times aveva trionfalmente titolato: “La vittoria di Fisher sarebbe uno Sputink all’incontrario”.

Una guerra di percezione, dentro quel palazzetto. Una guerra di nervi l’11 luglio del 1972, quando la sfida – che sarebbe dovuta cominciare il 2 del mese – finalmente ha inizio. “Un gioco al massacro. Non si guardano nemmeno quando si stringono la mano, non si guardano durante la sfida. Non è un nobile gioco, il gioco degli scacchi. E’ il gioco del massacro, è un gioco dove è potente la carica di rivalità. Senti l’odio. Appare meno impietoso un combattimento di boxe”, c’è scritto nel resoconto di quel giorno in un articolo pubblicato su La Stampa.

Sopra, attorno, dentro quelle 64 caselle bianche come la vita e nere come la morte c’è l’intero spettro delle passioni umane. L’estasi della vittoria. Il terrore della sconfitta. E la partita è la vita. Da quel giorno, e fino al 2 settembre perché quella sfida che si giocava su 24 incontri finì dopo quasi due mesi con una rinuncia al telefono, sarà sempre così. Da una parte del tavolo c’è Boris Spassky, l’alfiere del regime sovietico, imbattuto campione del mondo accompagnato in Islanda da una delegazione del Kgb, lui che aveva paura di essere avvelenato o esposto ai raggi x dal nemico. E dall’altra parte del tavolo c’è Bobby Fisher, un altro dominato da paure e manie, incline a litigi e complotti, accompagnato a Reykjavik da una squadra dell’Fbi che da anni nutre sospetti sulla mamma, accusata di collaborazionismo con l’intelligence sovietica. “Questi mondiali erano sempre stati vinti da russi e pensavo che sarebbe stato un bene per l’America e per la democrazia, avere un vincitore americano” dirà Kissinger alla fine di quella battaglia estenuante, ma al ritorno in patria Fisher rifiutò di andare alla Casa Bianca da Nixon e rifiutò persino di incassare i dividendi di quella vittoria, lui che aveva provato a far saltare il banco minacciando di non partire per l’Islanda se non gli avessero triplicato il premio. In Islanda ci arrivò dopo giorni, e Spassky lo aspettava da giorni. L’Unione Sovietica aveva la sensazione che si umiliasse il campione del mondo. Volevano richiamarlo. Intervenne il primo ministro islandese che convocò l’ambasciatore Usa. “Questa situazione è davvero molto grave. Deve risolverla a livelli più alti”. E così Kissinger, all’epoca consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, telefonò al suo alfiere, e come a un novello Cesare, gli intimò: “Bobby, vai, vedi e vinci”.

E Bobby vinse. Una guerra – 22 battaglie di nervi, di posizione, di mosse – estenuante. Il genio imprevedibile dell’americano contro la tattica di posizione del russo. Dopo la prima sconfitta – 24 partite per conquistare il titolo di campione del mondo, termine del match due mesi, ogni partita durata massima di cinque ore, il campionato mondiale di scacchi è la battaglia intellettuale più estenuante che un uomo conosca – una seconda persa a tavolino perché Fisher non si presentò e diversi pareggi, Bobby vinse, fino alla ventunesima sfida. E che fosse diventato campione del mondo glielo comunicarono al telefono. Perché quella ventunesima sfida – a lui bastava solo un punto per chiuderla in anticipo – era stata interrotta alla quarantesima mossa e sarebbe dovuta ripartire il giorno dopo. Però Spassky, spalle al muro e steso sul letto, capì che non ce l’avrebbe fatta. Rinunciò. Bobby Fisher a 29 anni sarebbe diventato così il primo campione del mondo di scacchi non sovietico. Morirà in Islanda, dove aveva ottenuto asilo politico, a 64 anni. Sessantaquattro sì, come le caselle di una scacchiera.

P. S. Scrivo solo perché qualcosa dovrò pur fare

#losportèunvirusmeraviglioso #lapartitadiscacchi #guerrafredda

© 2020 RIPRODUZIONE RISERVATA

condividi l'articolo

ALTRE STORIE