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Salernitana a Lecce, l’urlo ancora si sente

Sotto di due reti, un gol di Breda al 90′ regalò l’11 maggio del ’97 un punto decisivo nella rincorsa salvezza: rimonta disperata, simbolo di una stagione
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Lecce-Salernitana
I tifosi della Salernitana a Lecce con uno striscione che ricorda Bani: prima della gara lo spicchio si riempirà (per la foto grazie a Massimo Campione)

E’ una partita difficile. Tutte le partite lo sono, ma questa di più. Ci pensano mentre picchettano le scarpe sul prato morbido, anche questo può essere una trappola. Ci ripensano quando ascoltano il rumore che fa il silenzio di uno stadio che sta per ospitare ventimila tifosi: i diciannovemila di casa si preparano a impacchettare la serie A mentre invece la spedizione dei mille prega affinché quei 400 chilometri non si rivelino un altro brutto arresto nella corsa disperata, un altro affondo sinistro sulle speranze di salvezza. Sarebbe troppo, sarebbe come una ghigliottina che cala implacabile a mozzare la testa. Nella testa è quello che si stanno ripetendo, l’allenatore inforca occhiali scuri mentre loro guardano il prato e uno spicchio di stadio, colorato di granata. Loro giocano per quei mille e per quel colore, e mentre rientrano negli spogliatoi, mentre incrociano i sorrisi tirati degli avversari, ci pensano: non possiamo sbagliare, un inciampo oggi e tac, sarebbe come la ghigliottina. E’ una partita difficile, la più difficile e non lo dice solo la classifica: diciannove punti separano le due squadre, una è terza e l’altra quint’ultima, la prima è la più prolifica del campionato e possiede una coppia-gol che ha segnato più reti di tutte quelle realizzate dalla quint’ultima che è la più sterile della serie B nonostante la sbornia, lo sballo, nonostante quel poker rifilato appena sette giorni prima alla capolista, in un Arechi ritornato catino.

Anche questo stadio è vestito a festa, però si chiama Via del Mare, mai nome più appropriato per descrivere questa domenica di metà maggio: tanti sono già al mare con la testa alle vacanze ma chi ha la passione per il pallone non sa nemmeno cosa sia il sole, cosa siano le vacanze e persino le stagioni. Il calcio è un altro mondo, è un altro viaggio, è una dimensione spazio-tempo che non finisce mai. Come il mare. Una vittoria ecco, e il Lecce si tufferebbe nelle acque della serie A; una sconfitta e la Salernitana imbarcherebbe altre onde, acqua violenta. Sassate, secchiate sopra una zattera avviata verso la retrocessione. E’ domenica 11 maggio 1997 e mentre lo scacchista russo Kasparov continua la sua sfida contro il computer Deep Blue, Lecce e Salernitana si ritrovano su un’altra scacchiera. Si incrociano a sei giornate dalla fine di un campionato che avrebbe dovuto essere diverso, almeno questi erano i programmi e gli auspici estivi di entrambe. Il Lecce neo-promosso che ha mantenuto l’ossatura della C badava alla salvezza, la Salernitana invece dava l’assalto alla serie A sfuggitale dalle mani solo all’ultima giornata nelle ultime due stagioni: non si è fatta mancare nulla, persino quattro stranieri dopo 43 anni di autarchia.

E’ scivolata sin quasi all’anarchia la stagione granata, invece. Domenica 26 gennaio 1997, ultima d’andata. Silenzio sul pullman, le teste basse, gli occhi dei giocatori a fissare il vuoto mentre le rughe dell’allenatore sono diventate solchi: è improvvisamente invecchiato come fossero passati vent’anni. Sono trascorse invece appena tre ore dalla sconfitta, una débacle umiliante, nemmeno una reazione, un segnale di vita, decoro, dignità. Nulla. Una tripletta di Dionigi ha sculacciato una squadra spenta, morta, senza anima né testa. Undici lenzuoli bianchi, bianchi come il colore della resa. E’ una squadra spaccata, dilaniata, impaurita, demotivata, dispersa: la vecchia guardia da una parte, i nuovi dall’altra senza nemmeno un perchè. Tira aria pesante, aria di serie C e di contestazione feroce: a trenta chilometri da Salerno Franco Del Mese chiede all’autista di fermarsi. E’ arrivato a casa, scende a Eboli e se ne va. A piedi. E’ il direttore generale, si sente come il papà di quella squadra e di quella società, sin dal primo giorno in cui ci ha messo piede. Sono passati sei anni, e di tempeste ne ha vissute: mai come quella, però. “Una partita inguardabile, una partita che la mia squadra non aveva mai fatto. Feci fermare il bus a Eboli, scesi senza salutare nessuno, nemmeno il povero Colomba”, confesserà anni dopo in un giorno di ricordi, ai tempi di Predazzo e di Zeman. Serve una scossa, un segnale. Così sarebbe solo come precipitare. Del Mese lascia l’incarico e poche ore dopo Franco Colomba perderà la panchina. Il presidente Aniello Aliberti sceglie Franco Varrella, gliel’hanno consigliato amici federali e di Lega: è l’allievo di Arrigo Sacchi che guida la nazionale, è romagnolo pure lui e dicono sia un sergente di ferro, bravo a entrare nella psiche dei calciatori. Per la verità entrando la prima volta nello spogliatoio dell’ex Pennitalia, dirà questo ai granata che intanto lo guardano di sbieco. “Mettiamo una serie di mattoni davanti alle finestre, ogni punto fatto ne togliamo uno. Solo così rivedremo la luce”.

E invece la Salernitana dal tunnel non è mai uscita, con il passare delle giornate anzi la penombra è diventata paura e alle finestre nel ventre dell’Arechi restano ancora troppi mattoni. Appena 3 vittorie in 13 partite. Nel ritorno – Varrella ha esordito l’1 febbraio cascando a Foggia – ha raccolto appena 15 punti, è quint’ultima alle ore 14 dell’11 maggio ma solo perché la domenica prima ha sepolto la capolista Brescia – guarda un po’, passano gli anni ma a volte gli incroci ritornano a distanza di 24 anni – grazie anche alla doppietta del ripescato e redidivo Masinga. Il sudafricano parte titolare anche stavolta, dopo sei mesi d’incomprensioni e panchina: in panca c’è l’australiano Tiatto mentre gli olandesi Jansen e Ferrier portati al diesse Peppe Cannella dal giovane procuratore Mino Raiola sono lontani. In avanti con Masinga, c’è Artistico: anche lui si è sbloccato dopo mesi di digiuno, la Salernitana l’aveva scambiato a metà dicembre col Genoa salutando il capitano Pisano, sessanta gol in quattro anni e poi un divorzio polemico con la società. Che non fosse stagione felice per lui e per la Salernitana lo si era capito subito, fin dalla prima con la nuova maglia. In campo proprio contro il Lecce, nella gara d’andata all’Arechi. Uno a uno il finale anche allora, “uno a uno tra Salernitana e il signor Pellegrino”, dirà invece Aliberti a fine gara polemizzando con l’arbitro per il rigore (generoso assai, rivedendolo ancora ora) concesso ai giallorossi pugliesi. La più bella partita della Salernitana della stagione: cinque nitide palle gol solo nel primo tempo, solo le prodezze di Lorieri che poi tre anni dopo indosserà i guantoni granata – un felino sulle sassate di Artistico, Pirri e Breda – a tenere in piedi la baracca prima del pari, firmato con una zuccata di Tosto sotto la Sud. Una gara affilata e difficile, ancora più affilata e difficile è quella che sta per disputarsi cinque mesi dopo.

Il Lecce è allenato da Giampiero Ventura, è terzo dietro Brescia e Empoli ormai in serie A, ha sette punti sul Genoa quinto e dopo la gara contro la Salernitana restano cinque partite: vincere sarebbe come mettere un piede e mezzo in serie A. E’ la squadra più prolifica del campionato: 46 reti, più della metà firmate dalla coppia Francioso (13)-Palmieri (11). La somma fa 24, 25 ne ha segnati la Salernitana in 32 partite. Ha due esterni potenti, di gamba si dice adesso: chiuderanno poi la carriera per droga e squalifiche, ma nel ’97 Bachini e Macellari sono due stantuffi inesauribili che macinano chilometri, due valanghe che si abbattono sugli avversari. Varrella deve pensare a una diga, ma proprio a centrocampo gli manca una pedina essenziale. Tudisco è squalificato, in mediana c’è penuria. Non serve il fioretto, è una gara dove serve la spada e mettere un argine sulle due corsie laterali. Dell’Anno e Pirri in panchina, Grimaudo e Tosto larghi più del solito mentre la coppia centrale la formano Rosa e Del Grosso con appendice, però. Perché il filiforme ed esitante Sadotti, difensore prelevato dal Milan, dovrà agire a supporto di Breda in mediana e soprattutto scalare dietro, come terzo centrale difensivo. A portar palla dall’altra parte dovranno pensarci i muscoli di Rachini e la velocità di Ricchetti. Questo almeno è il disegno tattico di Varrella. Il piano per una partita difficile. Perché a Lecce la Salernitana non può sbandare, dopo le resteranno solo cinque partite: Ravenna e Pescara che lottano ancora per la A, Castel di Sangro rivale nella corsa salvezza, poi Venezia e Reggina ancora non salve. Dietro è mucchio selvaggio, otto in cinque punti, solo il Palermo pare staccato, per altre sette è un mini-torneo senza domani. E’ come una mattanza: è metà maggio ma è già estate. Fa caldo, manca il respiro, le energie fisiche consumate, bisogna far appello a quelle nervose. All’orgoglio, alla forza, all’unione del gruppo.

Una partita difficile. Mai come questa, si ripetono i granata nello spogliatoio. Si sono riscaldati, raffreddati, scaldati nuovamente: covano nella testa e nei muscoli otto mesi di stress, incubi e deliri, contestazioni e spaccature, rincongiungimenti proprio mentre – a metà aprile ma nessuno deve ancora saperlo e nessuno saprà tranne qualcuno (!) – Aliberti s’è ricongiunto a Delio Rossi che intanto prova a portare il Pescara in A. Il Lecce si sente ormai con due piedi dentro, a dieci minuti dalla fine di quella domenica di metà maggio. Due rigori assegnati dall’arbitro genovese Gronda – nel primo tempo Francioso segna dal dischetto dopo un’uscita a farfalle di Chimenti e relativo affossamento, nel secondo dagli undici metri Palmieri causa sgambetto di Del Grosso su un lanciatissimo Bachini in contropiede – hanno portato il punteggio sul 2-0. Un risultato bugiardo, perché nel primo tempo Lorieri, ancora lui, s’è inventato due prodezze su tiri di Artistico e Ricchetti. Il secondo è diventato un vero assedio. Grimaudo fa l’ala destra e il centravanti, Varrella butta dentro pure Pirri che vede il suo sinistro affilato terminare la corsa sui guantoni del portiere che respinge pure una sassata di Breda, una girata di Artistico su assist di Dell’Anno (quattro giorni dopo, davanti ai 35mila dell’Arechi, segnerà il gol vittoria al Ravenna due minuti dopo il suo ingresso), anche lui dentro a quindici dalla fine.

La fine, sembra però proprio la fine per quella Salernitana indomita, finalmente battagliera eppure sfortunata: una partita maschia e sangue a gocciolare sul prato, perché una gomitata involontaria di Francioso ha fatto sanguinare l’arcata sopraccigliare di Breda. Che resiste, resta in campo: insieme ai compagni il capitano insegue una rimonta, sempre più disperata perché i minuti passano e niente, il gol non arriva nonostante gli assalti. Una domenica stregata, questo pensano tutti. Due gol sotto a otto minuti dalla fine, le rivali Lucchese e Cesena intanto vincono: sì, la Salernitana ha proprio l’inferno sotto i piedi. Altro che sentirlo.

Servirebbe una magia, servirebbe una sponda: Dell’Anno duetta con Pirri sulla sinistra, a due metri dal vertice sinistro dell’area. Riceve il pallone e lo smista al centro, Artistico brucia Zanoncelli e brucia i guantoni di Lorieri. E’ 1-2, è il minuto 82’. Restano dieci minuti, compreso il recupero: recuperare la partita, riprendere a respirare. Non c’è niente altro da fare. Grimaudo è un satanasso ma quel diavolo di Lorieri proprio non riesce a prenderlo per le corna, Masinga al minuto 89’ mira all’angolino lontano, Lorieri sarebbe spiazzato ma la palla finisce accanto al palo, finisce fuori. Fuori l’amara sentenza, sembra proprio finita mentre il Via del Mare s’accende, i tifosi giallorossi spingono una squadra che ha due piedi in A eppure è alle corde, incapace di tenere un pallone. L’ultimo lo spedisce Tosto come fosse l’Ave Maria: quel cross è una preghiera che sbatte sulla fronte di Masinga, quel pallone passa tra dieci gambe fermandosi quasi all’altezza del dischetto. Pirri l’accomoda sul sinistro delicato e poi si ritrae, lasciando che a spedirlo siano i muscoli del capitano: il pallone fila radente sul prato, la rasoiata è un urlo, la rete si gonfia. Si gonfiano le ugole, urlano increduli i mille nello spicchio di curva, alza le braccia persino l’impassibile Roberto Breda: Grimaudo lo stringe, lo bacia, lo trascina dai tifosi. E’ il suo primo – e unico – gol stagionale: una perla rara, preziosa come solo le vere perle. Dieci in 233 presenze, quello il gol più importante in otto anni di Salernitana. Un gol da urlo al 90’, un punto ormai insperato, un altro mattone tolto per riveder la luce. Nell’annata più travagliata, nella partita più difficile. Lo sono tutte, ma quella di Lecce – 11 maggio 1997 – di più. A pensarci ventiquattro anni dopo, gli intrecci del destino non finiscono mai. Neppure di stupire.

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