Owens e Long, una pedana è per sempre

Si celebra la Giornata Mondiale dello Sport: la storia dei due campioni alle Olimpiadi di Berlino continua nell’amicizia tra le due nipoti
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Una lettera che è preghiera, una foto che è orizzonte: insieme fanno il Mondo. Bastano a sentirsi vicini anche quando non si può perché il muro è una guerra, è il colore della pelle, è il diverso nome di una religione. Però lo sport è storia di record e resistenze, di coraggio e dedizione, di passione e amicizia. Resistono e si tramandano, sono più forti di tutto, persino di qualsiasi virus. Una lettera e una foto, che a ritrovarle nel cassetto e a metterle finalmente vicine, diventano storia. Come quella di un lungo viaggio cominciato sopra una pedana di sabbia nel ’36 in Germania, sepolto in una tragica e anonima fossa comune in Sicilia e riemerso – 77 anni dopo, e sempre in Germania – in un abbraccio commovente che ancora continua. E il filo è una lettera spedita dal fronte nel ’43, e quel filo si riannoda a una foto scattata davanti a un’altra foto, esposta nello Sportmuseum Berlin nel 2009, in occasione dei Mondiali di atletica leggera, stessa città e stesso stadio di quella pedana, di quel salto, di quel giorno. “Lo sport è un linguaggio universale, che abbraccia tutti i popoli, che contribuisce a superare i conflitti, che unisce le persone. In questo periodo tante manifestazioni sono state sospese ma vengono fuori i frutti migliori dello sport: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, dare il meglio di sé. Lo sport è pace e sviluppo”: è il messaggio che Papa Francesco aveva consegnato lo scorso anno per la “Giornata mondiale dello sport per la pace e lo sviluppo”, giornata voluta dalle Nazioni Unite per celebrare l’anniversario della prima edizione (6 aprile 1896) dei Giochi Olimpici che si svolsero ad Atene e che dal 2013 si celebra ogni anno . Quaranta anni dopo le prime dell’era moderna – era il 1936 – era il tempo di un’altra Olimpiade.

Berlino 1936, sono i Giochi che Adolf Hitler ha preteso per sancire il primato della razza ariana e “gli americani dovrebbero vergognarsi di mandare gli ausiliari negri a vincere medaglie al posto loro” dirà colmo di rabbia Goebbels all’ennesimo oro – il quarto – di un 23enne americano che si chiama Jesse Owens. Che quella gara, quella del salto in lungo che stava chiudendo impietosamente nelle qualificazioni racimolando soltanto nulli, la vince in finale grazie al consiglio di un avversario, di un altro 23enne. “Eh rilassati, secondo me sbagli la rincorsa, allungala di trenta centimetri, magari metti una maglietta bianca vicino al punto di battuta”: così si sente bisbigliare nell’orecchio da un altro ragazzo, un altro atleta come lui.

E’ Carl Ludwig Long detto Luz, è tedesco, ha la pelle di un altro colore e sulle spalle è costretto a portare – davanti a centomila spettatori e una nazione che si sente invincibile – il peso della vittoria. La propaganda nazista li spinge a essere nemici ma loro – Jesse e Luz, anche se il 4 agosto del 1936 è il primo giorno che s’incrociano – si sentono già soltanto amici.

E’ una foto in bianco e nero: gomito a gomito, la mano sinistra di Luz che cinge il braccio destro di Jessie, il sorriso allegro e sincero del vinto che si fa immortalare con il vincitore a braccia conserte, eppure sono quelle del “figlio del vento”. E’ una foto in bianco e nero censurata dal regime nazista (“non ti azzardare più ad abbracciare un negro” dirà torvo Hesse a uno stranito Long), è una foto che invece Jesse si riporterà negli Stati Uniti insieme al carico di gloria e medaglie. Conservandole, tutte insieme, nello stesso cassetto. E’ una foto in bianco e nero, nitida come solo il destino. Jesse viene dall’Alabama (come dall’Alabama arrivò un altro figlio del vento, si chiama Carl Lewis e vinse quattro ori a Los Angeles nelle stesse specialità di Jesse), settimo figlio di un agricoltore e suo nonno era uno schiavo: a Berlino gli Usa sono quasi costretti a portarlo perché l’anno prima ha stabilito quattro record del Mondo. Luz invece è nato a Lipsia, studia Giurisprudenza, è di famiglia agiata, ha i capelli biondi e gli occhi azzurri: i nazisti lo vogliono sul gradino più alto del podio per dimostrare il predominio della razza ariana. Il resoconto di quella gara sarebbe poi diventato un romanzo, e poi anche (Race, colore di una vittoria) un film. Ma quella scena fu immortalata, in presa diretta, dalla cinepresa di Leni Riefensthal, la regista del regime, a cui sport e cinema devono tutto.
Sulla pedana del lungo l’americano è ad un passo dall’eliminazione, ha fallito due salti e gliene resta solo uno per centrare la finale. Gli si avvicina Long che gli suggerisce il punto dove staccare, indicandolo con un fazzoletto bianco che lascia a venti centimetri dalla striscia bianca, quella che delimita il punto dello stacco, quello dove oltre non si può proprio andare. “Sei troppo teso, rilassati, uno come te non può fallire”, gli sussurra. E Jessie si fida, è lì che stacca con i piedi e tutto il corpo che volano compatti, verso il cielo, la gloria, l’oro. E’ da lì che atterrerà sulla sabbia, 8,06 centimetri più in là nel giorno della finale, lui primo e Luz secondo perché il tedesco fa nullo all’ultimo balzo su quella sabbia che ha un solo colore come lo ha l’amicizia. Che non sarebbe più finita, pure se la vita terrena un brutto giorno finisce: lontano da casa, davanti allo sparo di una mitragliatrice in Sicilia nel ‘43, oppure povero e dimenticato in un letto d’ospedale nel 1980, corroso da un cancro ai polmoni.

“Solo sabbia e sangue, è così da dove ti scrivo adesso. Caro amico Jesse, non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così sarà allora ti chiedo un regalo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli di suo padre. Parlagli di quando la guerra non ci separava, e digli che le cose tra gli uomini possono essere diverse, su questa terra. Tuo fratello, Luz”. E’ il testo della lettera che un giorno di primavera del ’43, spedita dal fronte in Sicilia – lì dove chiuse gli occhi per sempre l’ufficiale della Luftwaffe centrato da una sventagliata di mitraglietta americana – arrivò nella cassetta della posta di casa Owens, nel lontano Alabama. Jesse la legge, la conserva. E la tira fuori nel 1951, quando va in Germania, ad Amburgo, a parlare con Kai, il figlio di Long. Kai il padre non l’aveva mai conosciuto: è grazie alle parole del vecchio amico Jesse che saprà come il papà fosse un campione di atletica e un autentico fuoriclasse della vita, non un soldato costretto a sparare in nome dell’odio e della crudeltà. Kai, che nel ’51 aveva nove anni, impara così che un’amicizia resiste, e si conserva, e si tramanda, pur tra guerre, divisioni, distinzioni. Si conserva, e si tramanda. E rivive.

Quell’amicizia, quel patto, quel legame indissolubile adesso se ne sta dentro una foto: è sata scattata nell’agosto del 2009, a Berlino, lì dove c’è pure un viale intitolato a Owens ma nemmeno un ricordo di Long, il cui corpo è invece sepolto nel cimitero di Motta Sant’Anastasia in provincia di Catania, sepolto in fossa comune. La numero 2, piastra E.

Stavolta la foto è a colori eppure ha lo stesso sorriso: è stata scattata davanti ad un’altra foto, quella in bianco e nero, quella che resterà per sempre come il ricordo di una storia, la più bella e commovente storia dello sport mondiale. E’ una foto scattata il 22 agosto del 2009 a Berlino: nello stesso stadio che fu di di Jesse e Luz, si stanno svolgendo i Mondiali di atletica leggera. Nella sala al pianterreno del museo che sta accanto allo stadio hanno appena inaugurato una mostra, “Eine Sportlegende” (“Un eroe sportivo”), dedicata a Owens: 75 foto di una bellezza struggente. E davanti a quella foto – il braccio di Karl che cinge quello di Jesse, vinto e vincitore – eccole che posano Marlene e Julia. Una di fronte all’altra, davanti hanno i nonni mentre loro, sorridenti, sono davanti alla storia. Marlene è la nipote di Owens, Julia quella di Long. Unite da quella lettera, nate da quella fotografia, eredi della stessa e unica storia. Marlene adesso vive a Washington; Julia invece risiede a Monaco di Baviera. Dal 2009, e sono passati dodici anni da quella foto a Berlino, e 85 di anni ne sono passati da quella foto di Jesse e Luz sulla pista dello stadio di Berlino, continuano a scriversi, a inviarsi foto. A volersi bene.

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