L'INTERVISTA

Rossi dal Fila all’Ungheria, il pallone è destino

Il lungo viaggio di Marco Rossi: dalla C a Bielsa. In Italia gli chiesero soldi per allenare, ha portato la nazionale magiara agli Europei: si racconta senza veli
Marco Rossi
Marco Rossi, allenatore dell'Ungheria

A dicembre è stato eletto miglior allenatore d’Ungheria tra tutte le discipline sportive, sempre a dicembre la Federazione internazionale di storia e statistica del calcio l’ha inserito al nono posto della classifica degli allenatori di nazionale: è un italiano dal cognome comunissimo eppure in Italia lo conoscono in pochi. C’è scritto Rossi Marco sulla carta d’identità. Torinese cresciuto nel Torino, mediano in serie A con Sampdoria e Brescia, poi soprattutto tanta serie C. Molte corse, poca gloria, grande coraggio. Nel ’95 se ne andò all’estero, in Messico e poi in Germania, gli anni in cui dall’Italia non se ne andava nessuno. Tempo ne è passato: adesso ha 57 anni, suo figlio gioca a pallanuoto in serie A con l’Ortigia Siracusa, ha una casa a Pozzuoli ma dalla finestra da cui s’affaccia ogni giorno vede il Danubio. Blu come il cielo, dopo anni di nuvole e burrasca. Perché Marco Rossi vive e lavora a Budapest, un’altra volta la forza di fare la valigia, il coraggio di andare. Allena l’Ungheria che ha condotto agli Europei di giugno. Un capolavoro conquistato al 92’, come una favola ma tutto reale. Come lo scudetto vinto quattro anni fa con la gloriosa e ormai dimessa Honved. Gli è stato appena rinnovato il contratto sino al 2025. In Ungheria è considerato un condottiero: pensare che in Italia gli avevano chiesto soldi per allenare in C/2. C’è un filo che scende lungo la sua storia, è un filo che parte dallo stadio Filadelfia, un filo conduttore che parte da nonno Gino e arriva cinquanta anni dopo in Ungheria. E c’è un interruttore. Una luce. Marco Rossi l’ha accesa quando ha capito che intorno a lui c’era solo il buio. Marcio. Quella luce ora illumina il suo volto, le sue parole, la sua storia.

Undici anni fa la C/2, ora agli Europei: si sente come Cenerentola?

Potrebbe sembrare una favola. Per certi versi lo è, se penso alla piega che aveva preso. Tre anni di lavoro senza prendere un euro. Poi fermo un anno e mezzo, dismesso, quasi depresso, certo dimenticato. Poi, il destino. La mia è solo una storia. Come tante. E’ un viaggio. Favola è parola grossa.

Il viaggio inizia a metà anni ’70: il Torino, il Filadelfia e nonno Gino innamorato dell’Ungheria. Già tutto scritto, no?

Abitavo a Druento, 15 km da Torino. Ai tempi delle medie mi accompagnava agli allenamenti e poi mi riportava a casa. Al liceo prendevo il tram e per ottimizzare i tempi andavo dai nonni a pranzo. Nonno Gino mi accompagnava all’allenamento e poi a casa. Nella 127 bordeaux raccontava il suo calcio, i colori, i campioni.

Quali?

Era del 1913, tifosissimo del grande Torino ma pure innamorato dell’Ungheria degli anni ’50, l’Aranycsapat: la squadra d’oro. Puskas era il suo idolo, perciò conosceva a memoria anche la formazione dell’Honved. Lui raccontava, io assorbivo.

E’ cresciuto nel Torino, ha allenato l’Honved, ora la nazionale: se non è destino, cos’è?

Quando mi sono trovato all’Honved, in maniera inaspettata, ho pensato a quanto fosse incredibile la vita. Quando poi ho vinto lo scudetto, dopo quattro anni duri, ci ho trovato del trascendente. Quando mi ha chiamato la nazionale beh, ho finito davvero le parole e ho solo pensato a nonno Gino.

La vita è un viaggio. E’ un destino, è coraggio: se non avesse fatto i bagagli, cosa farebbe oggi?

L’impiegato nello studio di mio fratello commercialista. Era già tutto stabilito: a 47 anni mi sarei ritrasferito a Torino, a casa di mia mamma. Per qualche mese avrei dovuto seguire un corso di formazione per poi occuparmi di fidi bancari in Veneto. Non avevo alternative. La mia carriera era stata dignitosa, da allenatore poi ci avevo solo rimesso. Avevo urgenze, avevo bisogno di lavoro. Poi squillò il telefono…

Chi era?

Pippo Giambertone, un amico che avevo conosciuto a Francoforte quando giocavo nell’Eintracht, ha tuttora un ristorante a Budapest. Ero stato da lui qualche mese prima: ero fermo da un anno e mezzo, nemmeno un’offerta dalla D. Insieme a Mariella – mia moglie ci ha sempre creduto, mi ha sempre sostenuto – mi convinsero a chiamare Fabio Cordella, il ds dell’Honved. L’unica volta in cui mi sono proposto. “Vediamo, magari ci risentiamo”. Niente, passarono altri sei mesi. Era giugno quando squillò il telefono. Partii per Budapest, m’incontrai col presidente tre volte, poi firmai per l’Honved.

“Il passato è una terra straniera” è un romanzo di formazione. La terra straniera per lei invece è stata?

La salvezza. Ero depresso, avevo trascorso due anni come svuotato. Senza il supporto della famiglia non ce l’avrei fatta. Mi sentivo inutile, quasi un fallito. Anzi, mi sentivo un fallito.

Cosa le ha dato l’Ungheria, cosa ha dato lei al calcio ungherese?

Mi ha dato un’opportunità, nel tempo la consapevolezza di saper fare il mestiere. Cosa ho dato? Un ds ungherese qualche giorno fa in un’intervista ha detto che oltre al progresso tattico e organizzativo della nazionale, ho soprattutto dato una speranza a tutti i calciatori ungheresi: tutti sanno di poter indossare la maglia della nazionale perché vedono che può succedere. Vale più di qualsiasi successo.

Ha dato un’opportunità: quella che non ha avuto dal calcio italiano.

Mi faccio autocritica: non sono stato bravo anche a costruire rapporti. Servono. Perché se sei capace e magari va male, hai l’opportunità di rientrare. In Italia non è stato così.

Tanti hanno il procuratore: lei?

Mai avuto in Italia. Da poco, qui. Ormai è così ovunque: mentre lavori deve esserci qualcuno che lavori per te. Ho il contratto fino al 2025 ma devo far bene, non ho molte partite per dimostrarlo: sono dieci gare l’anno, altrimenti vai a casa e ci resti. So cosa significa.

Di cosa soffre il calcio italiano?

Resta tra i più competitivi, secondo a quello inglese, pari a spagnolo e tedesco. Tatticamente siamo sempre all’avanguardia. La Nazionale sta dando una bella risposta, meno a livello di club.

Perché?

Ho giocato a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90. A quei tempi tutti i più forti venivano da noi. Erano attratti, non solo dai soldi.

Stranieri, sempre più stranieri anche nei settori giovanili. Torino, Atalanta, Roma: prima erano vere scuole. Adesso?

Le indicazioni del settore tecnico-scolastico della Figc sono chiare, anche giuste. In Italia si formano ancora ottimi calciatori, in grado di giocare in A e di arrivare in nazionale. Per essere competitivi a livello di Champions ci vuole qualcosa in più ma dipende anche dalle annate. La Spagna che vinse Europei e Mondiali aveva una nidiata che arrivò a maturazione nello stesso tempo, adesso credo che il domino possa essere francese, loro hanno le ex colonie da cui prendere talenti. In Italia il livello è alto. Non il migliore, ma è tra i primi in Europa.

Si paga per entrare in alcuni settori giovanili: lo sa?

Non ho conoscenza diretta. Magari avviene come per alcune panchine in D o Legapro: ci sono tecnici che devono portare lo sponsor per non rappresentare un costo, magari qualche ragazzino paga per la maglia e la borsa. Ma avviene solo da qualche parte, in serie minori. Nei settori giovanili gioca chi merita. Almeno.

Un tecnico italiano che le piace più di altri?

Gattuso, riduttivo dire solo per il temperamento. De Zerbi, poi. Una volta mi ricordò di avermi chiesto foto e autografo. Giocavo nel Brescia, lui era un ragazzino tifoso. Ora dovrei chiedergli io l’autografo. Mi piace come giocano le sue squadre: innova, sperimenta. E poi Gasperini. L’Atalanta mostra coraggio, sfida in ogni zona qualsiasi avversario.

Come va coi tamponi: in Ungheria caos come in Italia?

Caos no, qui non si è disputata solo una partita perché c’era un focolaio esteso. Tamponi se ne fanno prima e dopo la gara, il protocollo è simile. Tutto fila liscio, nessuna protesta.

Stadi aperti?

Sbarrati. Entrano pochi addetti. Io e lo staff facciamo salti mortali.

Come ai tempi della Scafatese?

Scafati e quella Scafatese le porto nel cuore. Bei ricordi di tifosi e squadra. La società? Non esisteva. Iniziai a gennaio, la squadra già da novembre non prendeva lo stipendio. E non l’avremmo mai preso. Fu un’impresa, ci salvammo senza playout. Giocatori e uomini eccezionali. Corsale, Basile, De Felice, che gruppo. Non potevamo fare nemmeno una doppia d’allenamento. Spesso andavamo a pranzo da Mimì, il ristorante era vicino allo stadio. Capitava che due volte offrisse il pranzo lui e l’altra io.

L’anno dopo andò peggio. Era alla Cavese.

Maglione puntò su di me nonostante le pressioni. Chi mi fece la guerra – e non ho mai ben capito perché – fu Spatola, un presidente che di calcio mi pare sapesse poco. Anche qui ancora nemmeno un euro.

Eppure sono passati dieci anni.

Eh. Con la Scafatese si può chiudere a breve, rinunciando a tanto ma almeno si chiuderà un capitolo. Prendevo il minimo federale, 1200 euro al mese: sarà cosa irrisoria. Con la Cavese siamo ancora in alto mare. Sa cosa mi fa ridere? Che quando firmi, ti dicono: metti tutto sul contratto che così sei garantito. Ma di cosa?

La ferita di Cava non s’è rimarginata?

Sono stato in tanti posti. Ho fatto bene e fatto male ma di ogni posto conservo un dolce ricordo. Di legami, di stima. Ovunque tranne che a Cava de’ Tirreni. Lì sono stato profondamente ferito.

Era il 2011: cosa successe?

Fui esonerato dopo un 2-2 col Taranto che aveva un budget di 10 milioni di euro. Noi 700mila euro, mai visti perché nessuno ha preso ancora un euro. Michele Ciano fece l’1-0, davanti al portiere fallì il raddoppio perché pensava fosse in fuorigioco. Ma non fui fatto fuori per quello. Avevamo fatto 19 punti in 11 partite dopo un inizio difficile. Squadra costruita in ritardo, società iscritta dopo l’iniziale esclusione. Partimmo a handicap, oltre alla penalizzazione di 7 punti. Eravamo in piena corsa salvezza.

Cosa l’ha ferita?

Qualcuno se la prese con mia moglie e mia figlia in tribuna. Posso essere attaccato, criticato, posso subire qualsiasi cosa ma la famiglia cosa c’entra? Io Cava nemmeno la vivevo, facevo la spola con Pozzuoli. La società s’era salvata grazie alla colletta della tifoseria, diciamo che qualcuno voleva avere voce in capitolo. Davo fastidio, avevo rotto le uova nel paniere a qualcuno. Fu una pugnalata, una vigliaccata.

Dopo l’esonero, un anno e mezzo fermo: proposte ne ebbe?

Un paio. Mi chiesero soldi per allenare. Prima alcuni personaggi noti nel mondo del calcio italiano mi offrirono la C/2 in un club del Centro: “Rossi, lei paghi in anticipo la cifra pattuita sul contratto, la cifra le verrà restituita mese per mese come stipendio”. Proprio così. Qualche mese dopo, un’altra offerta: club di C/2 del Sud. Mi chiamò un tale spacciandosi per dirigente: “Paghi tot, poi vedrà che allenando si rilancerà, si farà un nome, troverà panchina”.

Denunciò queste proposte?

Sì, feci una deposizione giurata all’Ufficio Indagini. Raccontai tutto.

Poi?

Poi, niente. Sono rimasto a casa per quasi due anni: depresso, dimenticato. Quelli noti sono ancora in giro. L’inchiesta? Boh. Ah, la vicenda fu pure ribaltata: in giro circolava voce che Marco Rossi pagasse per allenare. Che poi mica tanto falso: alla Scafatese pagavo i pranzi e compravo la lattina di red bull prima delle partite…

Succede ancora?

In Legapro e in D leggo di club in difficoltà, situazioni borderline, proprietà che cambiano continuamente. Succederà ancora, immagino. In D o in Legapro chi investe, visto che non c’è ritorno? Il discorso inizia a cambiare in B, se fatta ad alto livello. Ma quanti bravi allenatori sono costretti a star fermi, a non avere una opportunità? Tanti, troppi. C’è di che vergognarsi.

Qualcuno l’ha chiamata dall’Italia, dopo i successi?

Tranne mia madre e mio fratello, nessuno.

Magari D’Amico, ds del Verona che lei ha allenato a Cava…

Non credo. Quell’anno avemmo una discussione animata. Sosteneva che gli schemi offensivi dovessero essere automatizzati, io invece ero e resto dell’idea che ai giocatori vadano forniti dei principi di gioco e che poi sono loro a scegliere in base alle circostanze.

Le sue idee tattiche: quanto hanno influito due suoi allenatori, Lucescu e Eriksson?

Tatticamente e tecnicamente Lucescu è il top. Studio dell’avversario nei minimi dettagli, ricerca del punto forte e debole. Lezioni, i suoi allenamenti. Ci siamo visti qualche mese fa quando è venuto a Budapest con la Dinamo Kiev: che rimpatriata. Da Eriksson ho imparato un aspetto fondamentale: riconosci i leader nel gruppo, fai leva su di loro per convincerli della bontà del progetto.

Lei chiuse con la Samp di Eriksson e nel ’95 se ne andò in Messico: perché?

Avevo voglia di cambiare. Ero anche stanco di certe promesse non mantenute da Eriksson. Ho avuto la fortuna di avere sempre al fianco mia moglie. Mi ha sempre incoraggiato, spinto, sostenuto, è sempre la stessa dall’87, lei non l’ho mai cambiata per fortuna. Sa, nel calcio anche questo non è poi così frequente…

Nemmeno che un italiano che giochi con Gullit e Mancini se ne vada così di punto in banco, in Messico. All’America…

Mi chiamò il ds Giuseppe Rubulotta. Mi aveva visto in Sampdoria-Arsenal, semifinale di Coppa delle Coppe. Eppure dopo la prima notte stavamo andando via.

Perché?

Con mia moglie e mio figlio piccolo arrivammo in una giornata piovosa, dall’albergo si vedeva questa città sterminata, l’aria inquinata ti avvolgeva. Mia moglie che è sempre stata la più forte, si arrese: qui non resisto. Il giorno dopo telefonai al ds e comunicai la decisione. Vennero in albergo, ci portarono a vedere la casa in un parco. La giornata era splendida, il posto stupendo. Cambiammo idea, subito. Per fortuna. Il Messico mi è rimasto nel cuore, il più bel posto dove sono stato, eppure ho girato tanto. Lì sì, ci tornerei anche a piedi.

L’allenatore era Bielsa. Era già el Loco?

L’impatto non fu dei migliori. Il castigliano è simile all’italiano, ma non basta aggiungere una esse per capirsi. Una frase di una mia intervista fu male interpretata. Giocare a 2300 metri d’altezza, in una metropoli sconfinata e con inquinamento pazzesco: qualche difficoltà venendo dall’Europa l’avevo trovata, faticavo. Bielsa non mi faceva giocare. Un giornalista mi chiese come mi sentissi. Risposi: se non gioco non è un mio problema ma dell’allenatore. La frase fu capovolta: se non gioco l’allenatore avrà dei problemi. Bielsa ovviamente non la prese bene. Avemmo un confronto nel suo ufficio. Grande allenatore e grande uomo, molto onesto intellettualmente. Non parlava mai dei singoli: dopo una partita contro l’Atlas entrò nello spogliatoio e mi diede la mano, si complimentò. “Mi hai convinto”.

Cosa ha preso da Bielsa?

Eh, come si fa? Bielsa è preparato, maniacale, futurista. Il primo a utilizzare le videocassette in vhs. Aveva un ufficio allo stadio: arrivava alle 8 e se ne andava alle 21. Conosceva e conosce tutto: squadre, tecnici, calciatori. Tutto. Sul campo ci teneva tre ore. Utilizzava i nastri per delimitare le zone: dove partire, dove passare, dove ricevere il pallone, dove tirare. Esperienza fantastica.

Un anno, poi lei va in Germania. Valigia sempre in mano: quanto è importante viaggiare, nel calcio?

Moltissimo, è come un’osmosi. Solo così si ricevono e si trasmettono conoscenze, differenze, visioni. E’ arricchimento, crescita. Siamo nel 2021, c’è gente che non si è mai mossa dalle montagne del Nord eppure sparla del Sud senza conoscerlo. Come si fa?

Prima nel calcio gli allenatori facevano la gavetta. Oggi c’è chi arriva in A magari senza passare da Coverciano. E’ giusto?

Non generalizzerei. Dipende, a volte sono le opportunità che ti offre la vita. Oggi le società possono fornire tante professionalità che aiutano un allenatore, anche se alle prime esperienze. Quando ero allo Spezia dovevo fare pure il ragioniere, la conta in campo tra under e over, i cambi, i minuti… Dalle difficoltà si esce fortificati, se si ha carattere e il sostegno di chi ti ha scelto. Non succede sempre, certo. Ma è come per i calciatori. I più forti sono quelli che nell’infanzia o nell’adolescenza hanno sofferto, che hanno lottato con le unghie e coi denti per arrivare. Poi è questione anche di traiettorie. Se parti dalla A e dopo vent’anni hai vinto 5 Champions e due scudetti, allora è un conto. Altrimenti… Poi c’è chi parte dalla Terza Categoria e arriva in A, e allora il percorso sì che è stato incredibile. Ai giovani dico: mettetevi in gioco, non abbiate paura. Prendete la valigia e andate. Non c’è posto per tutti, il posto bisogna conquistarselo.

Lei in C/2 ha sfidato Allegri e Sarri.

Max allenava il Sassuolo io la Pro Patria, al ritorno facemmo 0-0, lui era squalificato e a fine gara mi disse: “Marco, giocare contro di te è sempre un casino”. Sarri ha compiuto un percorso incredibile, è partito dall’ultima categoria e si è meritato tutto ciò che ha avuto. Come lui, nessuno.

Eppure sacrificato in nome dello spogliatoio.

L’allenatore è un uomo, non una macchina. Ha anche lui le sue fragilità: restare autentici, manifestare la propria vulnerabilità e umanità alla squadra aiuta ad acquisirne fiducia. Non sempre, ma se avviene allora quello spogliatoio diventa cemento armato sul quale costruire.

Ancelotti, Conte, Bordin, Carrera e lei sulla cattedra di Coverciano. Era il 2018. Premiati con la “panchina d’oro”. I cinque tecnici vincitori di uno scudetto all’estero. Bella soddisfazione, no?

Ricevere un premio a Coverciano ha un sapore speciale: è la migliore scuola di allenatori al mondo. Nel mio corso c’erano Vialli e Gregucci. E in tasca conservo un foglio della Gazzetta, il mio primo anno da professionista al Lumezzane, in C/1. Venivo dalla Berretti, metà squadra aveva 18 anni. Ci salvammo alla grande. C’era la mia foto grande e intorno quelle di altri allenatori emergenti, tra cui Ballardini e Sarri. Sembrava un inizio promettente. Dovevo andare al Brescia, poi preferirono Maran. Da allora non dico dalla serie B ma mai nemmeno una proposta di una squadra di C che non fosse seriamente candidata alla retrocessione. Comunque tutto è alle spalle.

Lei ha dato lo scudetto alla gloriosa Honved dopo 24 anni di attese. Proprio la squadra di nonno Gino…

E’ stata come la chiusura di un cerchio, di un’avventura iniziata quarant’anni prima. Il calcio riserva sorprese incredibili. Dopo lo scudetto lasciai, all’Honved non c’era possibilità di continuare il percorso. Un percorso lungo. Quando ho cominciato non c’era nulla, lo scudetto è arrivato dopo quattro anni e un intermezzo. Per vent’anni salvarsi per l’Honved equivaleva allo scudetto. Quando abbiamo vinto ho capito che dovevo cambiare.

All’orizzonte c’era già la nazionale?

Per nulla. Andai in Slovacchia, al Dac: una buona offerta da una squadra che si trova in un ex territorio ungherese. A fine anno cominciò a circolare il mio nome per la panchina dell’Ungheria ma pensavo fosse gossip. A giugno invece mi telefonò il presidente federale. Un momento inaspettato. Bello.

Perché si parla così poco di lei, in Italia?

Perché, a torto o a ragione non so, il calcio ungherese è considerato di livello inferiore a tanti altri. E poi in Italia cosa ho fatto?

Eppure lei ha compiuto un capolavoro con l’Ungheria: qualificazione agli Europei battendo la Croazia, superando l’Islanda negli spareggi.

Non me la sono nemmeno goduta. La sfida con l’Islanda seguita da casa per il Covid. E’ stata un’avventura splendida, il frutto di un lavoro intenso. Pensare che all’88’ eravamo sotto: due gol in tre minuti, e destino ribaltato. Non è stata la vittoria di Rossi, ma dell’intero staff, della squadra, del movimento. Un capolavoro. In Ungheria ho la percezione di essere apprezzato e riconosciuto come un bravo allenatore, per strada spesso mi chiedono foto, autografi. Quando torno a Pozzuoli non mi riconosce nessuno, tranne i vicini. Ma va bene così, non cerco la vetrina. E poi diciamoci la verità: in Italia ho giocato tanti anni fa e non ero nemmeno un campione…

Da allenatore però sta inanellando successi: l’Ungheria mette sotto Serbia e Russia e conquista la promozione in A nella Nations League. Un altro successo clamoroso.

Stiamo crescendo in autostima e convinzione. Raduno dopo raduno l’Ungheria sta diventando sempre più una squadra, me ne accorgo osservando i ragazzi: tutti coinvolti, ognuno per gli altri.

Qualificazioni ai Mondiali appena iniziate, impresa sfiorata con la Polonia.

E’ finita 3-3, per un black-out presi due gol in 2’. Abbiamo tenuto testa alla Polonia di Lewandowski, Milik, Piontek, Zielinski. A noi mancava Szoboszlai, il nostro miglior giocatore. Siamo in corsa, ci crediamo.

A giugno gli Europei: Portogallo, Germania e Francia nel girone. Sarà dura.

Il girone peggiore. Ma il calcio è bello perché nessuno parte mai battuto. Sappiamo di essere inferiori ma siamo pieni di entusiasmo, questa consapevolezza potrebbe diventare la nostra forza. Un conto è quello che dice la carta, un altro quello che dice il pallone.

Ci voleva un italiano a ridar smalto a un movimento che negli anni ’50 è stato il più forte del Mondo: non le sembra incredibile?

 A volte penso sempre a mio nonno Gino, ai suoi racconti sull’Ungheria d’oro. E’ come se mi avesse lasciato il testimone, indicato una strada. Ovviamente non è un allenatore che fa compiere il salto: il calcio ungherese da qualche anno è in ripresa. Ho preso l’Ungheria 52esima nel ranking Fifa, ora siamo 40esimi: puntiamo alla venticinquesima posizione.

Allenare una nazionale è difficile, ancor di più per uno straniero.

Mai avuto la percezione di essere considerato e trattato come uno straniero: tutto l’entourage, dal presidente della federazione ai magazzinieri, mi considera uno di loro. Non parlo l’ungherese ma non è un problema. Molti ragazzi parlano l’inglese, con qualcuno parlo in italiano, con altri in spagnolo. Il calcio è un linguaggio universale.

Il suo staff è tutto italiano?

Siamo partiti in cinque, ora siamo tre. Con me Cosimo Inguscio e il match-analyst Giovanni Costantino. Luigi Febbrari ha seguito Reja in Albania. C’era pure Enrico Limone col quale avevo condiviso l’esperienza alla Scafatese. L’organizzazione è eccellente. Non manca nulla, a partire dal centro federale che è spettacolare.

Ha poco tempo per lavorare sulla tattica: un ct su cosa può incidere?

Prepariamo tatticamente le singole gare, studiamo i principi di gioco avversari e definiamo le strategie da utilizzare gara per gara. Tra campionati e coppe non si ha molto tempo con i giocatori, poi con questa pandemia tutto è diventato più complicato. Si convocano i più bravi, ma soprattutto quelli in buona condizione atletica. Il lavoro principale però avviene nel corso delle settimane, un lavoro di collegamento e di condivisione: si parla coi giocatori sparsi in Europa. Telefonate singole, riunioni video collettive. Così si alimenta uno spirito di squadra.

Tre calciatori da consigliare, a parte la stellina Szoboszlai.

Attila Szalai, difensore mancino al Fenerbahce sul quale c’è già il Leicester. Roland Sallai del Friburgo: ha già giocato in Italia, ma dai tempi del Palermo è cresciuto davvero molto. Szolt Kalmàr: è infortunato, purtroppo salterà gli Europei. Centrocampista box to box, come si dice adesso.

Adesso il dibattito è sulla costruzione dal basso. Lei a che partito si iscrive?

Nel calcio attuale c’è di tutto: il pressing tedesco, la transizione veloce, il possesso palla, la costruzione da dietro. Ogni gara ha storia a sé, dipende anche dalle avversarie. In questo Guardiola resta maestro unico. A volte il City parte giocando come il suo Barcellona, a volte invece va sparato. La gara del Real Madrid col Liverpool di qualche giorno fa ne è altro esempio: gli spagnoli storicamente puntano sul possesso, sul fraseggio. Invece hanno puntato sulla scavalcamento dell’ultima linea difensiva con l’idea di mettere la palla dietro i due centrali. Piano riuscito. Non esiste un solo modo di giocare, la tattica va plasmata in base a gare e avversario. Il calcio però è sempre uno soltanto.

Come si vive in Ungheria?

Vivere a Budapest è come a Milano, Napoli, Roma o Torino. Metropoli europea, bella e affascinante. Rispetto alle grandi città italiane si ha però la sensazione di essere meno a rischio.

E il calcio?

Tutti gli stadi sono nuovi, moderni, funzionali. Per la costruzione si è usufruito di fondi ricavati dalla defiscalizzazione. Tutti i club di A hanno impianti eccellenti, i settori giovanili hanno campi, centri di formazione, foresterie, accademie dove i ragazzi si dividono tra studio e calcio. In questo l’Ungheria è almeno tre passi avanti rispetto all’Italia.

Dicono ci sia lo zampino di Orban, il primo ministro che ha un’ossessione per il calcio. Conferma?

L’ho conosciuto, posso dire di conoscerlo bene dal punto di vista sportivo: è stato ex calciatore, ne capisce, è grande appassionato. La sua presenza ha influito nella crescita del calcio ungherese.

Ingerenze, pressioni?

Orban è rispettoso dei ruoli. Da lui come dal presidente federale Sandor Csànyi mai una richiesta, una pressione. Sono quasi tre anni. Anzi, ti chiedono come affronterai una partita, cosa pensi di un giocatore. Sono molto coinvolti, ti fanno sentire appoggio, stima, affetto. E pensare che quando allenavo in D ogni settimana era un rosario…

Lo sport in Ungheria è arma politica del governo?

E’ un discorso al quale non mi iscrivo, non per paura di prendere posizione. Nel medagliere di ogni Olimpiade l’Ungheria è sempre tra le prime dieci. E ha solo dieci milioni di abitanti. Lo sport qui è religione.

Il governo di destra, ultranazionalisti mascherati da ultras anche nelle gare della nazionale, manifestazioni antisemite che anni fa portarono pure a sanzioni Fifa: è questa l’aria che si respira negli stadi magiari?

I comportamenti antisemiti e razzistici sono purtroppo piaga non di un Paese solo. In Ungheria non respiro un’aria nazionalistica a dispetto di altri. Qui percepisco vero amore per la patria. Negli stadi c’è rispetto per storia e passato. Si suona l’inno nazionale, si onorano gli scomparsi. In Italia nemmeno il minuto di silenzio per Anastasi…

Si sente realizzato?

La strada è ancora lunga. Fino a tre anni fa sopravvivevo anche economicamente, ora ho ricevuto anche una gratificazione economica ma soprattutto ho la possibilità di lavorare bene. Se non avessi rinnovato con l’Ungheria forse avrei guadagnato di più, qualche offerta l’ho ricevuta ma ho rifiutato. I soldi sono un mezzo, non un fine. Non sono tutto. Anzi. I primi anni in Ungheria sono stati duri. Nei primi sei mesi non ho mai visto i miei figli. E poi bisognava integrarsi, relazionarsi, far risultato in società che stavano cominciando a organizzarsi. Mi sono fatto le ossa, ho sofferto ma ho tenuto duro. Ho saputo anche cambiare, quando bisognava.

Dieci anni dopo che Rossi vede allo specchio?

Lo stesso, ma con qualche ruga in più. Stesso uomo e allenatore di Lumezzane, Spezia, Scafati, Cava. Più esperto, sempre con le mie idee. Vincere in un club non mi ha cambiato. La percezione di me stesso è uguale, è la stessa di quando non avevo vinto. Sono una persona moderatamente equilibrata, so che le cose dipendono dai risultati. Dalla bravura, dall’impegno, ma anche dalla fortuna. Dalla forza del destino.

Tornerebbe in Italia?

Dipende. Spero di portare a termine il contratto. Nel 2025 avrei 61 anni, diciamo che una soddisfazione potrei anche togliermela ma dipenderebbe dal contesto, dalle prospettive. Allenare una nazionale è una grande responsabilità, forse in Italia la vivrei ancor di più perché la pressione è molto più forte, anche nelle serie minori.

Ha una rivincita da consumare?

No. Sono sereno. Se in Italia non ho avuto la possibilità di far carriera è anche per miei demeriti. Poi forse in Italia sarei visto sempre come una scommessa, direbbero: ma Rossi viene da un altro calcio, qui in Italia è un’altra storia. Non mi tormento.

Se potesse scegliere una panchina?

Il Torino. Lo devo a mio nonno. Sarebbe la chiusura del cerchio. La fine di quel viaggio cominciato da ragazzino al Filadelfia.

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