Salernitana, che seratA: l’attimo fuggente tra i palloncini di Nicola e la lezione di Sabatini

La notte della salvezza in serie A tra emozioni e incubo, la festa finale inquinata dalla sfilata di tante comparse sul prato dell’Arechi. Le parole di Iervolino e quelle del ds
Facebook
Twitter
WhatsApp
Telegram

Niente si comprende senza immagini. Uno scatto cattura l’attimo, lo rende eterno. Resta ai nostri occhi, che vedono prima di vedere. Resta nel nostro cuore, che sente prima di sentire. Uno scatto non prevede compromessi, non accetta mediazioni, non possiede filtro. È semplicemente un attimo. Un attimo infilato fra milioni d’attimi. Sono gli attimi che fanno la vita.

*****

È un attimo, eppure i palloncini sono già lontani. Filano dritti e composti verso il cielo. Sono venti. Sono tutti rossi tranne uno, bianco. Sono legati a un unico filo. Salgono veloci e diritti, come le navicelle che trasportano nello Spazio celeste, in missione tra le stelle e l’ignoto. Volano via velocissimi eppure non sono spinti da un reattore, sono fatti semplicemente d’aria e d’amore. Di solito ondeggiano per un po’, incerti prendono traiettorie oblique, ti volteggiano davanti agli occhi quasi non volessero andarsene. Questi invece filano veloci, diritti, composti.

Spinti da un vento forte e propizio che continua a spirare sull’Arechi in una notte di maggio, come una carezza del destino. Come non vedessero l’ora di andarsene da lì, da quel prato e da quello stadio. Da quel momento. Via, e subito. Sino a scomparire, tra le stelle e l’ignoto. Lì dove non c’è gravità, lì dove il vuoto è una culla. Lì dove l’assenza è presenza. Lì dove la materia è lo spirito.

Quei venti palloncini stanno salendo veloci. Lontani da quel prato pieno di folla che lo sta calpestando come fosse una passerella. Inquinando, violentando, abbrutendo quegli attimi che invece meriterebbero di restare puri, d’essere immortalati vergini per poter diventare immortali. Così come meriterebbero.

 

 

 

 

E invece c’è persino il sindaco che segue il presidente della società mentre fa il giro di campo, ci sono signore e signorine coi tacchi a spillo a braccetto di “cavalieri” con mocassini senza calzini, si stagliano mise sgargianti e sorrisi stampati eppure si fatica a comprendere davvero cosa ci facciano lì, in quel momento. Quel codazzo di comparse è tracimato dagli spalti, è una sfilata luccicante eppure è senza luce. Questa selva, questa mischia, questa contaminazione, nasconde, oscura, soffoca i veri protagonisti, gli uomini capaci di realizzare l’impresa: calciatori e staff. La Salernitana.

 

 

 

 

Questa selva, questa mischia, questa contaminazione, li nasconde a chi vorrebbe vedere, applaudire, salutare, ringraziare. Stare semplicemente solo con loro, fosse anche per un solo attimo, dopo tutto quel tempo sospeso, dopo tutti quei minuti interminabili, durante quel secondo tempo più i sei minuti di recupero della partita a Venezia, e forse è quel pensiero che ti affonda dentro “tanto il Cagliari segna, inutile illudersi” a tenere acceso il cuore di ognuno di quei trentamila, “no, mica può mai succedere che non segni” e invece può succedere, è appena successo e quel boato liberatorio che scuote e squarcia la notte – segue l’annuncio che arriva dall’etere, dall’amica e intramontabile radio – non è nemmeno poi così potente sebbene arrivi a chilometri di distanza, il cuore è ancora in gola e batte, troppo forte o troppo piano, troppo comunque per dare pieno fiato.

È di tutti quei tifosi della Salernitana – anche loro sì sono i protagonisti di un’impresa, fedeli nel dolore, forti nell’orgoglio – che sugli spalti se ne stanno come sballottolati, straniti, distratti, svuotati. Privati di un secondo – tanto sarebbe bastato – che poteva diventare eterno: perché sarebbe stato bello vedere solo la squadra e lo staff in un cerchio a metà campo, come ogni fine partita. Sarebbe stato bello poter fissare quell’attimo in silenzio e poi esplodere in un boato liberatorio mentre quel cerchio si apriva come fosse un sipario, il cuore in subbuglio, le braccia al cielo. Come quei palloncini che intanto volano, scompaiono.

Quei palloncini hanno proprio fretta di andarsene. Volano veloci, lontani da quel fracasso assordante, lo stadio s’è (ri)trasformato in una discoteca come prima dell’inizio di una sfida senza domani, sugli spalti c’è chi balla come fosse a Riccione o Ibiza eppure su quegli spalti attimi prima c’era chi era rimasto impietrito, chi era scappato, chi aveva pianto, chi s’era rifugiato lontano. Lontano da una notte surreale. Da una partita surreale. Senza logica, senza lucidità. Sconcertante. Come l’assetto della Salernitana, sbilanciata, privata di quella sua forza (centrocampo robusto, la seconda punta fresca da immettere in corso d’opera, difesa solida e partita attendista in vista degli ultimi minuti, e per giunta contro un avversario tonico, fisico, massiccio e veloce a centrocampo) che l’aveva proiettata dall’impossibile al reale a portata di 90’ dopo un viaggio sulle montagne russe, cinture slacciate e petto in fuori: quaranta giorni davvero senza respiro.

 

Quaranta giorni che sono in fondo il tempo giusto, perché il sogno che dura troppo a lungo alla fine si trasforma in incubo. Eppure l’incubo era lì, pronto a soffocare l’urlo di gioia e incredulità, proprio all’ultimo passo, all’ultimo chilometro, come fosse Dorando Petri. Per fortuna l’incubo è svanito, però succede e bisogna ricordarsene per il futuro: a caricare, e caricarsi troppo, s’arriva prosciugati al giorno decisivo. Sconcertante poi è quel vigliacco e indecoroso lancio di bottiglie, bicchieri, fumogeni che piombano sul prato a gara in corso: immagini del passato che ritornano, gesti delinquenziali e dementi che meriterebbero una punizione esemplare insieme a una domanda: ma le telecamere riprendevano? Il silenzio, dopo giorni. Sconcertante, sì anche questo.

Inopportuna è invece la sfilata del presidente Iervolino prima della gara, così com’era avvenuto a Empoli. Quando mette il piede sul prato per andare verso la curva a prendersi cori e applausi (ricambiati) insieme a moglie e figlioletti, quell’anima in bilico che abita dentro Walter Sabatini, quel volto e quel corpo trasfigurato dalla tensione e dal terrore che stanno adagiati sulla panchina, quell’uomo che si nutre e nutre il calcio vero – nel calcio vero si parla e si festeggia dopo, mai prima – se ne vanno. Via, lontano. Imprigionati dentro un box della tribuna stampa. È da lì, che dopo poco, osserverà anche lui stupefatto e meravigliato quella scenografia che strappa applausi e commozione, che toglie il fiato è vero sì, ma toglie anche concentrazione, rubandola persino a chi sta sul prato, ai cavalieri chiamati a cavalcare l’impresa richiamati alla sveglia dal generale Orsato: “ragazzi non c’è tempo, qui si deve iniziare, avanti”. È da lì che come impietrito, due ore dopo, tra una coltre di fumo e baccano, Walter osserva stremato e sfuocato il prato e un occhio va a quei palloncini, che stanno volando via. Sfuocati pure loro. Vanno veloci, sono già lontani.

Lontano s’è tenuto Sabatini dalla scena, come solo i protagonisti reali amano, come scelgono di fare, come devono. Lui il suo filo l’ha legato alla Salernitana a gennaio: la mia vita per la vita della Salernitana, o forse sarebbe meglio dire – l’ha detto lui – la vita della Salernitana per continuare a vivere. Quei giorni, e quanti altri ancora ce ne sarebbero stati, erano i giorni dell’utopia. A che serve l’utopia? “L’utopia è là nell’orizzonte, serve per non smettere mai di camminare”, scriveva Galeano. L’orizzonte e il cammino: come quei palloncini che stanno camminando nel cielo.

 

È un attimo. Sono stati liberati al cielo dopo un bacio. Li ha liberati Davide Nicola che è lì al centro del campo, vicino a lui gli affetti più cari e c’è qualche ragazzino che mette il naso all’insù. Quel gesto intimo però l’osservano pochi tra quei trentamila ed è un peccato. Sono però quasi tutti sono stravolti e distratti, increduli ballano, cantano, scattano selfie, filmano immagini, travolti da parole e slogan. Da una parte di prato ci sono bambini che tirano calci a un pallone con Perotti junior che dimostra buon sangue, dall’altra invece c’è Iervolino che da un microfono per tre volte ripete, «questa squadra mi somiglia, ha sangue vivo, passionale, furibondo». Si definisce un presidente tifoso. È esuberante e neofita, gli piace la scena, rincorre sempre più visibilità, senza aver capito (ci arriverà, perché il calcio non perdona) che a volte bisogna stare coperti, nascosti, silenti: dovrebbe inoltre sapere che la categoria del presidente-tifoso è scomparsa da decenni e che per giunta nel calcio attuale comportarsi da presidente-tifoso si traduce – prima o poi – in fallimenti e sventure.

Nelle stesse ore in cui si gode il trionfo c’è ad esempio un altro presidente auto-definitosi innanzitutto tifoso – si chiama Giulini – che si prende sconfitta e insulti, che manda a quel paese Caressa e che fa mea culpa. «Penso che si possa aprire un ciclo con questo presidente, perché è un imprenditore di successo, molto giovane e quindi ambizioso. Attenzione, però, perché il calcio intossica. I risultati cambiano le idee e spostano i pensieri. Se Iervolino sarà freddo, lungimirante e non si farà prendere da tutto ciò, lui e la Salernitana avranno un grande futuro». Sono le parole – sarebbe meglio dire la lezione – di Walter Sabatini che arrivano dalla pancia, dalla pancia dell’Arechi quando tutto è finito, quando il prato dell’Arechi s’è svuotato mentre quei palloncini, pieni di aria e speranze, pieni di pensieri e preghiere, sono ormai invisibili agli occhi ma fissi nel cuore.

Ed è inutile chiedersi per chi sono quei venti palloncini che stanno volando via velocissimi, spinti da una corrente impetuosa d’amore mentre c’è chi balla e chi canta, chi urla e chi piange. Sì certo, sono per Alessandro Nicola, il figlio di Davide, che da otto anni è lassù, volato da qualche parte tra le stelle e l’ignoto. Sono invece un dono per tutti, stanno lì a ricordare a uomini e donne, a giovani e anziani, che un gesto semplice eppure dimenticato – legare palloncini a un filo, lanciarli al cielo – non è un’utopia. È prendere per mano le proprie speranze, affidarle al cielo e all’orizzonte mentre si continua a credere e camminare sulla terra, confidando che tornino indietro. Perché a volte tornano e si realizzano. Basta soffiarci bene dentro. È appena successo: venti e più anime legate a un unico filo che hanno soffiato dentro un sogno fino a volare, fino a raggiungerlo. È successo alla Salernitana, in una notte di maggio.

© 2022 riproduzione riservata
Facebook
Twitter
WhatsApp
Telegram

Articoli correlati