Nadia e quella fuga da dieci

La Comaneci nel 1976 alle Olimpiadi di Montreal entrò nella storia dello sport. Nel novembre del 1989 scappò da una fine tragica. E poi l’amore
Nadia Comaneci
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Impossibile è la definizione di un avvenimento fino all’attimo prima che accada. Come in quella notte. Lei è Nadia. Ha un nome russo. La madre lo scelse dopo aver visto in gravidanza un film la cui protagonista si chiamava Nadia, il diminutivo di Nadežda, speranza in russo. Ed è la speranza a farle compagnia in un giorno di novembre, sospeso tra la notte e l’alba. La speranza è l’unico bagaglio che si porta appresso in quel passaggio, freddo e solitario. I piedi e le gambe affondano nella neve, la paura se ne sta schiacciata nella pancia, il cuore è stretto in un respiro. Negli occhi divampa un solo desiderio. Vivere. Cominciare a vivere. E’ la forza della disperazione. L’ultima scelta di chi non ha più scelta.

E’ il 15 novembre del 1989, tre giorni prima è stato il suo compleanno. Ha deciso di farsi il primo regalo della sua vita, eppure di anni ne ha appena compiuti 28, lei che non è mai stata bambina, lei che non ha avuto il tempo di essere donna. Lei che non è mai stata sua. Lei che non è mai stata considerata un’umana, ma semplicemente la Perfezione. Da esibire, da possedere. Prima il simbolo della propaganda di regime, poi la bambolina stuprata e soggiogata, infine la sbornia di un’esistenza reclusa in una gabbia. Dorata, ma sempre una gabbia. Aveva tutto, eppure non aveva niente. Perché non aveva la cosa più importante. Non era libera. Proprio lei, la libellula finita nella tela del ragno.

E’ nascosta lì, a un passo dalla linea di confine, in una terra dove scorre il Danubio ma lei non è Sissi, non è una principessa. E’ una profuga. Dall’altra parte la sta aspettando un amico che si è fatto dare cinquemila dollari, che le ha promesso di portarla lontano. Via per sempre da quell’inferno. Ma da questa parte ci sono i fucili della polizia a cavallo che pattuglia i boschi, e quei fucili, i fucili della spietata Securitate, non hanno mai dato scampo a chi provava a scappare. Quattro giorni prima a Berlino hanno iniziato a picconare il muro. Però c’è ancora il Conducator nella terra dei vampiri, lì a dettare legge dalla sua reggia che pare quella di Versailles, lì a incutere terrore, a disseminare la morte, a succhiare il sangue di un popolo ridotto allo stremo: tutto quello che la Nazione produce deve essere esportato, la corrente elettrica nelle case solo per poche ore, lampadine da 25 volt e l’obbligo per ogni famiglia di “produrre” almeno cinque figli. Braccia che servono per lavorare, solo braccia da spremere.

E allo stremo è pure Nadia. Per due volte ha tentato il suicidio, prima tagliandosi le vene ai polsi, poi bevendo candeggina. Non l’hanno salvata. L’hanno solo ripresa, hanno silenziato tutto e poi l’hanno rinchiusa di nuovo, in una villa dove non può ricevere e sentire nessuno. Può uscirne soltanto scortata, ma poi dove vuoi che vada? Il passaporto gliel’hanno strappato. Come le ali, spezzate. E’ l’ambasciatrice infelice di un Paese infelice. «Se non lo faccio io, nessuno lo farà per me», si ripete quella notte di novembre del 1989. S’è vestita di stracci, s’è sporcata la faccia con la terra, s’è confusa insieme con altri poveracci. Disperati e disgraziati, cercano di scappare. Lì, attraverso lo zold mezo, il passaggio verde, un’ampia radura di boschi e acquitrini a nord di Debrecen, dove finisce la dolcezza della puszta ungherese e inizia la desolata landa rumena. Si passa il confine dopo ore e ore di cammino. Estenuati, bagnati, storditi. Impauriti. Nadia che sarebbe fuggita l’ha detto solo al fratello, sa che i parenti potrebbe non rivederli più, sa che potrebbero addirittura giustiziarli se solo sospettassero di aver collaborato. Ha camminato per sei ore, la fidata cameriera l’ha coperta quando sono passati da casa a controllare, “Nadia è a letto con la febbre, Nicu è già stato qui”. Nicu è il figlio di Ceausescu, è l’orco che l’ha violentata ripetutamente per anni, che ne ha fatto proprietà privata, che l’ha condivisa con i suoi compagni di follia, che un giorno del 1984 si è presentato al banchetto nunziale – Nadia fresca sposa di Geolgai, giocatore della Dinamo – e ha buttato tutti i tavoli in aria scatenando una rissa gigantesca sedata dalla polizia e provocandone il divorzio, appena il giorno dopo quel sì che pensava avrebbe potuto salvarla. E invece no. «Dalla paura non si scappa, la paura la si schiaccia sotto i piedi», s’è ripetuta quando ha preso il coraggio a due mani. Quella notte, o mai più. «E’ stata l’unica volta in cui ho avuto paura – confesserà anni dopo ricordando quel giorno di novembre del 1989 – il giorno più orribile della mia vita ma anche il più bello».

Il giorno. C’è un momento per ognuno nel quale si apre una porta e la vita si proietta verso la luce. Si fluttua in assenza di gravità, si corre su un’autostrada senza limiti di velocità. Le scelte diventano chiare, le risposte sostituiscono le domande, la paura lascia il posto al coraggio. Nadia l’ha già conosciuto quel momento, sa come è. Sa come si fa. E’ un passo, è un istante. E’ un respiro. Finalmente ricorda. Può farcela, un’altra volta. Le serve un salto. Uno soltanto. Un salto perfetto. Come quella volta, tredici anni prima, prima di quei venticinque secondi che l’avrebbero consegnata alla storia. Lei una bambina, più esile e più piccola persino di quei suoi quattordici anni, otto mesi e tre giorni: trentanove chili distribuiti lungo un metro e cinquanta, la coda di cavallo e un nastrino bianco e rosso che le lega i capelli castani, un body bianco in lycra che stringe un corpo tisico, asciutto, il corpo figlio di un minatore di Deva, un corpo allenato otto ore al giorno, da dieci anni. E’ solo un numero, il numero 73, stampato sulla pettorina. Non ha ancora un nome, non ha una storia. Nessuno la conosce, nessuno o quasi nel mondo occidentale l’ha ancora vista. Lei però è un fiore d’acciaio, è una farfalla che sta per lanciarsi verso un trapezio irregolare, che sta per consegnare il proprio nome e quel suo esercizio alla storia. Sta per saltare nella leggenda.

Nadia Comaneci
Nadia Comaneci e il tabellone di Montreal che indica 1: in realtà sara dieci volte uno. Dieci. Mai nessuna come lei nella storia delle Olimpiadi

Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che accada. E’ il 18 luglio del 1976. Montreal, Canada. Sono i Giochi della XXI Olimpiade, dovrebbero essere i Giochi di Juantorena e Crawford, della Ender e di Naber, stelle e campioni. E invece stanno per diventare solo i suoi Giochi, come mai era accaduto per un’Olimpiade, come mai accadrà per quelle che seguiranno. Mai un’identificazione così perfetta, plastica, profonda, tra un’edizione dei cinque cerchi e un’unica protagonista per cui non c’è nemmeno bisogno di pronunciare il cognome. Lei è Nadia, quella che in venticinque secondi il 18 luglio del 1976 (curiosamente è lo stesso anno in cui un’altra ragazzina si avvierà alla fama, Jodie Foster esordisce accanto a De Niro in “Taxi driver” mentre “Qualcuno volò sul nido del cuculo” vince l’Oscar e “Ultimo tango a Parigi” viene censurato in Italia) fa cadere il mondo ai propri piedi. Un salto mortale all’indietro, dallo staggio alto di quel trapezio irregolare all’avvitamento nell’aria, le due mani impolverate di magnesia che afferrano la presa più in basso. Un altro volo verso lo spazio e poi un volteggio triplo, fino al materassino, fino allo stupore, fino a quell’attesa che si dilata. Fino a quel tabellone che s’illumina.

C’è scritto 1.00, ma come è possibile? Uno, per quell’esercizio che ha appena sconvolto le leggi della biomeccanica? Uno, per quei fili di seta che hanno appena nuotato in un oceano di aria e di silenzio? Impossibile. Non è possibile. Impossibile è quello che qualche mese prima avevano detto pure quelli del Comitato olimpico ai tecnici dell’Omega, l’azienda a cui dal 1932 sono affidate misurazione cronometrica e punteggio delle gare olimpiche. Gli svizzeri avevano chiesto il permesso di una modifica, “forse un solo numero intero non basta, aggiungiamone un altro”: quelli della federazione internazionale di ginnastica dicono è inutile. E’ impossibile che un ginnasta possa fare dieci. “Basta un solo numero intero, seguito da due decimali”. E invece non basta, quella sera. Quell’uno che lampeggia tra applausi e stupore sarà infatti moltiplicato per dieci. Dieci. Nadia è la prima atleta nella storia delle Olimpiadi a raggiungere la perfezione. Ne prenderà altri, di dieci. Altre sei volte, in quell’edizione dei Giochi. Alla trave, al corpo libero, nella prova a squadre, nella competizione generale.

Nadia in volo sulla trave
Nadia Comaneci alla trave nel corso delle Olimpiadi di Montreal

Nadia vince tre medaglie d’oro, è la più giovane – e resterà per sempre la più giovane – vincitrice di un oro olimpico. Quando lascia Montreal anche con un argento e un bronzo, è la stella delle stelle, è l’aliena, è quella piombata da Marte. “She’s perfect” titola la rivista statunitense Time, “A star is born” invece spara Newsweek. Una cosa mai vista, la perfezione fatta persona. Una bambina, magra, senza forme, denutrita che diventa però presto un oggetto, un marchio, un prodotto gonfiato. La piccola comunista che non sorride mai perchè, dice, “anche un piccolo sorriso potrebbe farmi sbilanciare di qualche millimetro”. La Lolita Olimpica. La Pretty baby per l’Occidente, la Fata Comunista per quelli che stanno al di là del Muro. Lei invece è solo una bambina, una farfalla che avrebbe bisogno di amore, di protezione. E invece.

Al rientro in patria Ceausescu la insignisce del titolo di “Eroe del lavoro socialista”, la consegna al figlio Nicu che ne fa quello che vuole. Nadia non ha percezione di come il Mondo la veda, la sogni, la consideri, né il Mondo può aiutarla. Nadia è prigioniera, Nadia si lascia andare, Nadia si butta via. Mangia fino a diventare bulimica, proprio lei che per anni non poteva andare oltre le novecento calorie giornaliere. Beve sino a diventare alcolizzata, lei che quando era al centro federale doveva fare la pipì con la porta aperta perché l’allenatore temeva che ne approfittasse bevendo dal rubinetto. Il regime le passa vestiti e gioielli quando deve rappresentarlo, lei che sino al giorno prima, dalle trasferte in Occidente si portava dietro calzini colorati perché non li aveva mai visti e le bubble-gum per fare le bolle.  

E’ lei che è finita in una bolla. Pronta a esplodere. “Alcolizzata e per giunta antipatica”, dirà di lei Mircea Lucescu, ct della Romania ed ex allenatore del Brescia. Le tolgono il tecnico che l’ha formata, l’allontanano da casa. La spiano e la controllano. Diventa un mostro, un essere deformato, altro che farfalla. Anni buttati. Però nel 1980 ci sono le Olimpiadi, a Mosca. E il regime ha bisogno di lei, deve rimettersi in piedi. Lo deve allo Stato. Lei è nel degrado, richiamano il suo vecchio allenatore – Karoly – che riesce nell’impresa. “Ma solo perché Nadia era di ferro, aveva una forza e un coraggio che nessun altro mai avrà”, dice nel 1981, quando si è rifugiato negli Usa lasciandola sola, lei che a Mosca ha fatto in tempo a vincere altre due medaglie d’oro, ma non quella alle parallele. Caduta proprio nell’esercizio a cui è stato dato il suo nome. Un addio brutto e volgare, i russi che la fischiano e tutti gli altri che girano gli occhi dall’altra parte. Al rientro in patria le tolgono il passaporto, lei per due volte tenta di togliersi la vita. Otto anni di sofferenze e soprusi, di abbandono e degrado. Fino a quel giorno di novembre del 1989, quando Nadia finalmente apre gli occhi. E trova il buio. C’è solo un buco, è lì che deve infilarsi.

Gli va incontro a piedi, col passo di chi si trascina una vita. Eppure ha seppellito tutti i ricordi, ha lasciato a casa tutte le medaglie tranne una, la prima di quelle conquistate a Montreal. Quando era in aria, quando era una farfalla agganciata a una nuvola, e il cielo trentamila occhi sorpresi dalla meraviglia. Però adesso è sulla terra che deve vivere, anche se lei è stata la donna che ha cambiato il mondo dello sport, mica solo della ginnastica. Adesso invece è una disperata, come tanti. Scappa all’alba di un giorno di novembre, un mese prima che il regime di Nicolae Ceausescu venga travolto da un fiume in piena di gente, il duce e la moglie Elena giustiziati nel giorno di Natale. Varca il confine, si consegna alla polizia ungherese che quasi non ci crede. Poi salta sull’auto dell’amico che la sta aspettando. Arriva a Vienna, si presenta all’Ambasciata degli Stati Uniti, ottiene lo status di rifugiata. Prima va in Canada, poi arriva negli Stati Uniti che le concedono l’asilo politico. Finalmente libera, le sembra. E invece no. L’inferno non è finito.

L’amico che l’ha aiutata a fuggire si rivela un aguzzino. Si chiama Constantin Panait e comincia a farle da manager. Nadia diventa testimonial di abbigliamento sportivo, fa persino la modella per abiti da sposa: le sfila i soldi, le spilla energie, le toglie l’aria. E’ finita in un’altra prigione, l’altra faccia della medaglia in fondo è dello stesso colore: un’altra volta trofeo da esibire, un’altra volta bambola da mostrare, un’altra volta un’anima rinchiusa. Un giorno il manager le rimedia un’intervista in tv. “Miss perfezione racconterà la sua fuga dal terrore”: il titolone della Cbs dà appuntamento a tutta l’America. E’ un appuntamento da non perdere, anche per Bart Conner. Ma a lui non interessa cosa dirà Nadia, nè dei suoi successi nè della sua fuga. Lui vuole solo rivederla. E’ stato un campione di ginnastica, oro olimpico a Los Angeles nel 1984. Di travi e parallele sa già tutto. Ha aperto un’accademia dove insegna l’arte ai giovani ginnasti. Lui vuole solo ascoltare il cuore di Nadia, farlo solo da vicino. Non l’ha dimenticata. Lei invece non sa nemmeno chi sia, figurarsi di quella volta.

Al Madison Square Garden, maggio 1976, due mesi alle Olimpiadi di Montreal. A New York si disputa l’America Cup. Nadia trionfa nella competizione femminile, Bart è il primo in quella maschile. Li fanno salire insieme sul podio. Lei in una mano stringe la coppa, nell’altra ha un mazzo di rose. “Dai, Bart, non essere timido, dalle un bacio sulla guancia”, grida un fotografo. Lei non ha ancora quindici anni, lui due in più. Si ritrovano insieme sul podio, messi lì accanto dal destino. Che a volte fa dei giri immensi, che magari volteggia nell’aria per anni ma poi atterra dritto, arriva fino in fondo, va sino al cuore. Lasciando senza fiato. Come uno di quei suoi esercizi da dieci. Lui, che per quella piccola, strabiliante romena s’era preso una mezza cotta, quel giorno di maggio del ’76 proprio non l’ha dimenticato. Le aveva schioccato uno smack sulla guancia. Lei aveva sorriso imbarazzata, senza nemmeno voltarsi, senza nemmeno incrociare i suoi occhi. Fino a quel giorno, marzo del 1990. Quando Bart prende un aereo e si fionda a Los Angeles. Si presenta con un mazzo di rose e a fine puntata, quando Nadia ha già raccontato la sua vita tragica, altro che vita da dieci, si fa avanti.

“Ciao Nadia, ti ricordi?”. E lei, “no scusa, ma tu chi sei?”. Lui le mostra quella foto al Madison: loro due vicini, lei con la frangetta e una smorfia, lui con il ciuffo biondo e gli occhi socchiusi, sognanti. “Posso esserti vicino ancora, se hai bisogno fatti sentire”, le dice. Lei allora gli racconta tutto: è scappata dal terrore, è scappata da una prigione. Però l’incubo non è ancora finito. Lei è ancora un ostaggio, lei è ancora solo la “farfalla da 10”, lei non diventerà mai Nadia. Questo le sussurra la testa.

Nadia e l'amore
Nadia Comaneci e Bart Conner: si conoscono a New York nel 1976 durante una competizione internazionale, si sposeranno nel 1994. Hanno un figlio che si chiama Dylan

Bart le lascia un bigliettino, “questo è il mio indirizzo all’accademia”. Di nascosto ha però intanto già liberato il terreno, l’ultimo metro di quel confine non ancora varcato da Nadia quando è scappata dalla Romania inseguendo un sogno di normalità. All’agente-aguzzino Bart Conner ha dato centomila dollari: prendili e sparisci. Nadia qualche mese dopo gli telefona, “ora sto bene, che dici se provo a darti una mano con gli allievi della scuola?”. Cominciano a lavorare insieme, diventano amici mentre i due cuori, di nascosto, inconsapevoli, iniziano a volteggiare. In sincrono. Imparano ad afferrarsi alle maniglie, a lasciarsi andare. Senza la paura del vuoto, della caduta, del giudizio, del voto. Quattro anni dopo si fidanzano, nel ’96 si sposano. Prima negli States, poi in Romania. Una celebrazione da matrimonio regale: duemila nella cattedrale di Bucarest e quindicimila per le strade ad applaudire la coppia. A rendere onore alla “regina dei Carpazi”, “alla piccola comunista che non sorrideva mai”. Che finalmente sorride. Che finalmente si sente viva. Pian piano anche lo sport tornerà a popolare la sua vita. Adesso è una farfalla che vola di qua e di là.

Nadia tra presente e passato
Nadia Comaneci oggi mentre osserva Nadia Comaneci bambina prodigio della ginnastica

La prima atleta a parlare nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite, vice-presidente del Comitato olimpico rumeno, presidente della federazione di ginnastica, membro del Cio. A Bucarest ha aperto una clinica dove si curano le distrofie dell’infanzia, negli Stati Uniti continua a dirigere con il marito l’accademia di ginnastica. E’ nella classifica delle cento donne più importanti del ventesimo secolo. Nel ventunesimo, a 45 anni, è diventata mamma di Dylan, “il mio più grande successo”. Ha scritto un libro, “Letters to a young gymnast”. Storie che insegnano quanto sia pericoloso crescere e vincere troppo in fretta. “Senza sacrificio non arriva nulla. Né la gloria né la libertà. Piangere non serve, serve non mollare la presa, serve avere coraggio. La paura? Andarle incontro, schiacciarla sotto i piedi”, c’è scritto nell’introduzione.

Perché non si vive inseguendo il dieci. La perfezione non esiste e se pure esistesse, farebbe schifo. Sarebbe finta o, peggio ancora, diventerebbe una prigione. La vita perfetta è quella che volteggia sul filo dell’equilibrio precario, che si regge aggrappata, avvinghiata, abbracciata all’imperfezione, all’impossibile che diventa possibile un attimo dopo. Non è una favola sdolcinata. E’ un romanzo come quello di Nadia. Nadia Comaneci, che quel suo dieci lo conserva così: “A Montreal non feci nulla di straordinario rispetto a chi mi aveva preceduto, ma forse fui premiata per altro. Perché feci qualcosa di inaspettato. Perchè regalai un’emozione”. Che se per quell’esercizio a Montreal prese dieci, per quella fuga a novembre del 1989 avrebbe meritato dieci volte dieci. Che se la paura fa novanta, il coraggio farà sempre cento.

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