Andrea Fortunato sarà sempre Bei Capelli

Il 25 aprile del 1995 moriva Andrea Fortunato. Storia e aneddoti di un campione andato via troppo presto
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Andrea Fortunato con la maglia bianconera (foto tratta dal sito juventus.com)

Bei capelli. Come fosse un capo indiano, e proprio da Sioux si vestiva a Carnevale ed al fratello toccava indossare la maschera di Zorro. Bei capelli, come fosse un nomignolo del leggendario “Balla con i lupi”, ma questo non è un film. E non è una leggenda perché Bei capelli correva davvero su un prato e l’avversario s’attaccava alla chioma. Una forza della natura selvaggia e devastante, come quella bestia brutta e cattiva chiamata leucemia linfoide acuta che se lo sarebbe portato via un giorno. Il 25 aprile del 1995, dopo undici mesi di corse e rincorse, di cure e trapianti, di preghiere e speranze. Un brutale sgambetto che arriva da dietro, l’inciampo fatale per chi corre troppo veloce con quella chioma, luminosa come solo la scia di una cometa che attraversa il cielo. Nel vento, come il titolo di un romanzo di Emiliano Gucci che racconta di un centometrista, ma questa è invece la storia di un ragazzo che andava a cento all’ora col pallone tra i piedi. Pure sotto la pioggia, come quel giorno – il 26 aprile del 1995 – quando l’amico Gianluca Vialli lo salutò inebetito dall’altare nella cattedrale di Salerno gremita e cinquemila fuori piangevano increduli sotto la pioggia. Giorno di singhiozzi e lacrime. “Speriamo che in Paradiso ci sia una squadra di calcio e che tu possa continuare a essere felice correndo dietro ad un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato”. Venticinque anni dopo Bei capelli è ancora qui e il fratello vero di Andrea che si chiama Candido sarà il filo che aiuta – virgolette basse, in gergo i caporali – a legare i ricordi.

«Venticinque anni sono tanti e sono pochi, il ricordo è più intenso per noi familiari, per gli amici, per chi gli è stato accanto in quei mesi di battaglie quotidiane». Andrea Fortunato in una stanza sterile dell’ospedale di Perugia, Andrea ospitato a casa di Ravanelli, Andrea che per un mese, quando il male sembrava sconfitto, può concedersi il sapore di una porta spalancata, oltre ad una fugace visita ai compagni a Marassi a vedere Samp-Juventus. Quanto mai attuale quella frase – “non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata” – detta nell’ultima intervista, una sorta di testamento spirituale. Quando il male ti prende devi semplicemente impedirgli che ti ammazzi. «Mio fratello era un ragazzo solare ma battagliero. Fiero. Una lezione quanto mai attuale adesso, adesso che si sta chiusi in casa per evitare il contagio ma ci si lamenta del disagio. Lui la malattia l’affrontava ogni giorno lottando e sorridendo, senza lamentarsi e imprecare. Questo è un momento particolare che aiuta a recuperare valori e sentimenti, ad assaporare la salute e la libertà, a riprendersi il proprio tempo, a riflettere». E a ricordare.

Come quelle corse in auto, da Salerno a Perugia. «Andrea mi aveva regalato una Punto turbo. L’aveva avuta dalla Juve a metà prezzo, come la lancia Thema che s’era tenuto. Ogni fine settimana correvo da lui, ogni volta più veloce. In due ore e 45 minuti, un record che mi costò pure l’unica infrazione sulla patente. Ricordo quelle poche passeggiate sotto casa di Ravanelli, Andrea in tuta e con la mascherina; fuori per un gelato e poi di nuovo a casa. Si guardava intorno felice e sorpreso, come se per la prima volta avesse visto un albero, incrociato uno sguardo».

Andrea se ne andò qualche giorno dopo, nelle stesso giorno in cui Gianni Agnelli veniva operato per un’aneurisma a New York. Se ne andò ormai debole e debilitato, lui in un letto d’ospedale a Perugia, e intorno a quel letto il dolore di papà Giuseppe cardiologo, di mamma Lucia bibliotecaria che ora non c’è più, del fratello Candido e della sorella Paola che si sottopose a parziale trapianto pur di salvargli la vita perchè il donatore compatibile si trovava in Canada e fu impossibile farlo arrivare in tempo. L’avversario l’aveva consumato eppure non vinto. Di Andrea, di quella sua battaglia, restano segni. Il reparto di ematologia dell’ospedale Santa Maria della Misericordia a Perugia porta il suo nome. Restano vittorie. «La casa d’accoglienza per i familiari dei malati a Perugia intitolata a Chianelli è una residenza costruita grazie anche ai soldi di 34mila salernitani che in quell’estate all’Arechi parteciparono al torneo in suo ricordo». E pure qualche sconfitta, perché nel calcio e nella vita qualche volta pure si perde. «L’approvazione della legge sul passaporto ematico. Ci abbiamo provato, lottato e sperato, ma è rimasta sospesa. Sarebbe stata utile anche in questi giorni nei quali tipizzazioni e trasfusioni sono operazioni vitali». Andrea aveva esordito in nazionale nel ’93 e il suo viaggio era cominciato 11 anni prima, nelle notti Mundial. Da largo San Giovanniello alla Juve, da Salerno a Torino. Tutto di corsa, come quegli undici mesi. Fosse stato oggi, chissà magari sarebbe qui a raccontare. «Ora i mezzi sono maggiori e migliori, le cure più efficaci grazie alla ricerca. La percentuale di guarigioni per fortuna è cresciuta». E ognuno ha un po’ pure il volto di Andrea, sempre sorridente eppure con un’angolazione ombrosa. Di curiosità, più che di diffidenza. «Qualche giorno fa mi hanno chiamato Marchegiani e Taccola, due suoi compagni ai tempi del Pisa. Mi hanno mandato una foto vecchia, loro tre al ristorante che brindano. E’ un po’ buffa ma racconta proprio Andrea». Che di amici nel calcio ne aveva tanti, da Sasà Russo col quale da 13enne condivise il primo viaggio a Como a Ravanelli, compagno alla Juve e prima che in nazionale maggiore, in quella militare. E in un abbraccio nella fredda e norvegese Kongsvinger nacque il sodalizio in bianconero.

Ma se oggi Andrea fosse stato qui avrebbe di sicuro condiviso pensieri e sentimenti con Gianluca Vialli. S’erano conosciuti una sera a Genova, da avversari. Uno del Genoa, l’altro della Samp. Fu Carmine, il proprietario napoletano di una pizzeria, a metterli di fronte come fosse un derby. “Mi guardò dalla testa ai piedi come per dire: tutto qua”, così Vialli ricordò la prima volta. Vialli, quello che si rasò a zero e come lui Ravanelli e Di Livio, una goliardata per farlo sorridere quando la terapia gli aveva fatto perdere i suoi bei capelli. «Avevano un rapporto solido, vero. Con Fabrizio anche, ma troppo testardi per stare insieme. Fabrizio era l’amico che ti viene in soccorso nel momento del bisogno. Con Vialli invece condividevano la visione della vita e del calcio. Le serate in discoteca, le ragazze, ma anche come affrontare gli ostacoli, non solo quelli del campo. Stessa forza, identica visione: per loro il dribbling era affrontare di petto il nemico. Due ragazzi di personalità. Si erano squadrati all’inizio e poi nel tempo s’erano piaciuti».

Due ragazzi di quelli che non pretendono né si accontentano. Dopo 17 mesi di terapie Vialli ha annunciato proprio in questi giorni di aver battuto il male e chissà quante volte avrà pensato all’amico. «Andrea mi manca tanto. L’ultima volta me l’ha detto anni fa, nella serata di addio al calcio di Ferrara. Poi l’ho rivisto un anno fa in una convention aziendale a Torino. Era provato ma fece un discorso da capitano, da leader, da uno che sta nella mischia. Disse: io sono malato ma tra voi che ascoltate so che ce ne sono tanti che sanno cosa significa affrontare il nemico. Lo avrei abbracciato». Come un film che ti ripassa davanti agli occhi. Sì, perché quando hai carattere e volontà, la sorte a volte ti accarezza come un tiraccio che va all’incrocio e ti cambia il viaggio. Il destino.

Come quella volta, ad Ascoli. Andrea ha 15 anni, da due gioca nel Como. Mille chilometri da casa, ha preso il coraggio a due mani ed è andato: mamma e papà io voglio inseguire il mio sogno, io voglio fare il calciatore. Papà e mamma non sono proprio d’accordo, vogliono che Andrea continui negli studi. Prenderò quel diploma di ragioneria promette Andrea. La manterrà. A Como alloggia nel convitto dei preti e alle ore 22 in punto la luce si spegne e bisogna studiare. Bene e in fretta. Anche perché mamma Lucia ogni due settimane va fino a Como per interrogarlo. Andrea è un ragazzino esile, ha il sinistro affilato. Insieme a lui c’è Salvatore Russo, anche lui virgulto della Giovane Salerno di Alberto Massa. Quando Mino Favini (“il signor Mino Favini”, così lo salutavano tutti i ragazzi delle giovanili) spedisce Gatti come osservatore a Salerno riceve una relazione dettagliata. Russo è forte. Fortunato forse, ma deve farsi le ossa. Alberto Massa insiste: Sasà è più fragile, a Como lontano da casa non resisterebbe. Se ci fosse pure Andrea… E Andrea viene acquistato con Sasà, le resistenze familiari vinte dopo un incontro con il papà di Massa che è paziente di Giuseppe, il papà di Andrea. Indimenticabile come la prima notte in un albergo, della città sulle rive del lago, la notte prima del provino decisivo, quando Lucia e Giuseppe dovettero stringersi nel letto matrimoniale per far posto anche a Russo: spaventato, sul suo viso gli erano comparse strane macchie rosse.

Rispedito al mittente: è il marchio impresso con poche parole – Gentili genitori, il Como svincola vostro figlio, saluti – in una lettera recapitata nella cassetta delle poste a via Arce numero 51, palazzo Pedretti-Stanzione. Ad Andrea nessuno lo dice. Da due anni nelle giovanili del Como fa il centravanti ma non segna. Soprattutto non cresce. Gli altri diventano alti e grandi, contro non si passa. La mamma allora va a Como per fare i bagagli, l’estate sta arrivando e il figlio tanto non capirà: portiamo giù tutti i panni che li laviamo, gli dice con un sorriso materno. Poi però l’accompagna ad Ascoli dove è in programma un torneo Allievi. Negli ultimi spiccioli della finale contro l’Inter Fortunato esce dalla panchina, come fosse un contentino, una specie di congedo indolore. Passano due minuti, e il suo sinistro invece si infila all’incrocio. Un gol, un segno, un destino che cambia. Il tecnico Giorgio Rustignoli decide che su quel ragazzo bisogna puntarci, che forse il ds Alessandro Vitali e mister Massola non lo hanno compreso a fondo. No, non può fare il centravanti  – intanto Russo da un pezzo è tornato a casa e ripartirà dalle giovanili del Napoli – bisogna cambiargli ruolo. Andrea passa ala sinistra, corre e il sinistro è fatato. Ha messo su qualche chilo e si vede. Poi si fa male il terzino, Massola che ha fiuto l’arretra e da dietro Fortunato accelera, apre la manopola del gas, sfreccia e sorpassa. Nella Primavera lariana diventa inarrestabile: il 29 ottobre del 1989, a 18 anni, esordisce in serie B. E fortuna che Giorgio Vitali, è il fratello di Sandro ed ha i baffi, glielo dica al mattino buttandolo giù dalle coperte: sveglia ragazzo, oggi giocherai titolare, devo parlarti. Glielo avesse detto prima di andare a dormire sarebbe stata una notte completamente in bianco. Una volta Di Livio, suo compagno alla Juve, raccontò come Andrea alle 24 in punto di ogni pre-gara si alzasse dal letto per andare a prepararsi un toast. Un modo per abbassare il livello d’adrenalina, come la camomilla bevuta insieme a Ravanelli per sedare le emozioni. Notti di sogni e desideri che si avverano. Che a volte bisogna incrociare la persona giusta.

Eugenio Bersellini, il sergente di ferro, l’uomo dello scudetto dell’Inter: a Como l’hanno chiamato per rilanciarsi dopo la retrocessione in C. «Andrea ha avuto tanti allenatori e molti, a partire da Massa, hanno creduto in lui. Però credo che Bersellini sia stato l’allenatore giusto al momento giusto», ricorda Candido Fortunato che in passato è stato anche agente di calciatori. Andrea si porta a spasso chioma, palla e avversari. Corre e crossa, sprinta e pennella. Si schiudono le porte dell’under 21, si spalancano quelle della serie A. Il Genoa l’acquista per 4 miliardi: è il Genoa di Branco e di Bagnoli, è la grande occasione. Però a volte bisogna superare diffidenze e maldicenze.  “Non so se Bagnoli non credesse in me ma forse ho pagato quella nomea di arrogante, di testa calda, che qualcuno ha costruito su di me. Comunque devono mangiare sassi prima di scalzarmi”, confidò quando tornò rossoblù, sei mesi dopo. Perché a ottobre il Genoa aveva deciso di mandarlo al Pisa. Il retroscena postumo: nel corso di un allenamento Maddè, il vice di Bagnoli, se la prende pesantemente con Fortunato, frasi che risuonano come offese personali alle quali il calciatore replica con decisione. Maddè va da Bagnoli e Bagnoli va da Spinelli. Ma i suoi spigoli erano segnali di carattere, non bizze di ragazzino viziato, figlio di una famiglia benestante e perbene. «L’esperienza di Pisa è stata decisiva, formativa – ricorda il fratello – in quella squadra c’era gente come Simeone e Chamot, e poi un presidente che era come un secondo papà».

Romeo Anconetani, pittoresco padre-padrone nerazzurro. Sua moglie è di Salerno, un cognato è paziente del papà di Andrea. Una chiamata, un incontro e il passaggio si realizza. «Quando ci telefonava era contentissimo. Ogni volta che andavano in ritiro a Montecatini Anconetani portava i giocatori in negozi di abbigliamento o di elettronica: comprate quello che volete, pago io. A Pisa c’era un clima familiare, che ad Andrea servì per esprimersi al meglio». Abitava in un appartamento con Marchegiani, centrocampista laziale che ogni sera gli diceva, “ma che ci fai qui, tu sei da nazionale”. Lui cucinava e Andrea mangiava, lui rompeva oggetti e Andrea li aggiustava. Una coppia perfetta, tranne quando c’era da liberare il bagno.

Il bagno di gloria Bei capelli lo farà al termine della sua stagione al Genoa, quella del ritorno e del riscatto, grazie ad un altro allenatore bravo eppure dimenticato: Bruno Giorgi. Trentatrè presenze, tre gol e un occhiolino del Trap. «Eravamo nella nostra casa in campagna a Fuorni, squilla il telefono fisso. Risponde mia mamma: vi mando una maglia bianconera, ma non è quella dell’Udinese… Ricordo ancora quelle parole». Era una domenica, era stata la domenica di Genoa-Juve e sfilando davanti alla panca bianconera Fortunato vide Trapattoni fargli un occhiolino. Più che un tic del Trap pare fosse un segnale, il Trap da Giussano rapito da quel giovane terzino di Salerno che ricordava un po’ Cabrini, ma “io voglio essere solo Fortunato, lasciate stare Cabrini” ripeteva spesso. Che poi il “bell’Antonio” era un suo idolo, lui che nel cuore aveva sempre avuto la Juventus. “In campo darei l’anima anche per mille lire”, disse quando si presentò a Torino insieme a Del Piero e accanto c’era Boniperti che nei primi giorni di ritiro l’avrebbe portato, come da copione, a lezioni di Madama. “Sì, mi taglierò i capelli ma solo dopo che Baggio avrà tagliato il codino”. Una scelta di cuore, la Juve. Perché il Parma, molto prima della Juventus, era andata all’assalto da Spinelli che doveva far cassa, ottenendone il via libera. «Pastorello un giorno andò a casa sua, a Pegli. Gli offrì un triennale da 800 milioni di lire, però Andrea decise di andare alla Juve che al Genoa versò 12 miliardi di lire e che ad Andrea fece firmare un contratto da 600 milioni l’anno». Testardo, ambizioso, generoso. Non c’è uno che non lo ricordi così. Non c’è nessuno che quel giorno non gli pronostichi un futuro da big, lui che aveva cominciato da bimbo nella pallanuoto. Dopo due mesi di bianconero – il 22 settembre del 1993, undici anni dopo quella partita a largo San Giovanniello – fa l’esordio in nazionale. L’Italia gioca in Estonia, i fari dello stadio di Tallin fanno poca luce eppure si vede benissimo quando Sacchi piazza Andrea Fortunato a sinistra titolare dal 1’, posizione e ruolo fino ad allora di un certo Paolo Maldini. «Quando ci disse della convocazione fu un brivido lungo, papà e mamma composti al solito, io e mia sorella un po’ meno». Andrea accelera fin quasi la primavera, poi comincia a frenare, e con lui la Juve. Giorni complicati.

E poi arriva un giorno, uno di quelli affilati. E’ il 19 marzo del 1994, allo stadio Comunale una cinquantina di ultras irrompono all’allenamento, ce l’hanno con quasi tutti i bianconeri che le hanno prese pure dal Cagliari in Coppa Uefa. “Dateci Moeller e Fortunato, dateceli vivi”, urlano. Andrea se la vede brutta, lo giudicano uno smidollato, un indegno. Lo spingono e lui si rifugia sull’autobus. «Fu un giorno brutto. La gente non sapeva, come non sapevamo nulla noi. Noi eravamo solo preoccupati ma Andrea ci disse di star sereni, che lui avrebbe fatto vedere chi era». E invece Andrea è stanco, tormentato da una febbriciattola allarmante, non ha energie. Però tiene il segreto fino al 20 maggio quando esplode: “Sono sfinito, non ce la faccio”. Il dottor Agricola lo accompagna alle Molinette, il responso agli esami è impietoso. Leucemia linfoide acuta. «Più che su quel giorno vorrei soffermarmi su quello dell’aggressione subita da mio fratello. Gente che accusò e che offese senza farsi domande. Senza darsi un contegno. Senza conoscere la realtà. Succede ancora purtroppo ovunque, nel calcio e nella vita». Quegli ultras poi si sarebbero scusati quando la notizia della malattia fu resa pubblica. Il resto sono undici mesi di lotta e di battaglie. Di sfide, prima a Torino poi a Perugia. “Le sfide si possono anche perdere ma mai, nemmeno per un attimo, bisogna sentirsi sconfitti. Quando il male ti prende devi semplicemente impedirgli di ammazzarti. Non pensavo che fosse così meraviglioso fare anche una semplice passeggiata ”. Tre frasi, le sue ultime parole pubbliche prima di quella polmonite che gli abbassa le difese immunitarie e che se lo porterà via il 25 aprile del ‘95. Come rapito nel vento. Con una carezza su quei bei capelli.

Ce li aveva già così quando cominciò a mettersi in mostra da ragazzino. Lui al sesto piano e l’amico Sergio Mitidieri al terzo di quel palazzo a Salerno: la prima porta che si apre, il rumore dal pianerottolo come secondo e definitivo segnale. E poi via, tutti giù dopo pranzo a giocare nel cortile tra le palazzine dei ferrovieri, zona tra i Mutilati e via Arce. Le elementari alla Cesare Battisti, le medie al Ruggi di via Vernieri, in pieno centro. E nel centro storico, a largo San Giovanniello, i tornei nella squadra del quartiere, quella messa su da Matteo il giornalaio. Fu lì che Alberto Massa lo notò la prima volta, lui e quella zazzera nera. Era la finale del torneo degli ultras, erano i giorni delle notti Mundial, era la squadra di Matteo il giornalaio – e c’erano Florindo, i fratelli Chianese, Sergio Ventura – contro quella dei Fedelissimi. E’ da quel giorno di metà estate del 1982 che cominciò il viaggio di “Bei capelli”. Quello che a Carnevale si vestiva da indiano Sioux, e al fratello toccava fare Zorro.

P. S. scrivo solo perchè qualcosa dovrò pur fare

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