La Salernitana, Nicola e i black-out

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L’unica consolazione che galleggia ventiquattro ore dopo la sfida è il gol dell’implacabile Dia su imbucata di Piatek: mite, timido e sorridente, sul campo si trasforma sino quasi a somigliare al Jules di Pulp Fiction, il giustiziere religioso e impietoso che prima prega e poi spara nel capolavoro senza tempo scritto e diretto da quel genio di Quentin Tarantino. Il gol del senegalese è il primo della storia granata segnato a Firenze, lì da dove la Salernitana era sempre tornata sconfitta e bastonata (le ultime due volte in serie A da un doppio 4-0): sconfitta di misura nel risultato ma sovrastata nel gioco ieri al Franchi, almeno la casella delle reti segnate non è rimasta candida. Una consolazione. Il gol poi, splendido nell’esecuzione finale, rapido nel confezionamento, che in sintesi si potrebbe riassumere nel “dai e vai”. Per antonomasia è un’azione – non uno schema – di primordiale e basilare estrazione cestistica. È l’efficacissimo movimento che s’insegna(va) al mini-basket tra i primi rudimenti, era il “io do la palla a te ed entro in area, tu me la ridai mentre taglio, io ricevo e vado a canestro” che qualche volta ancora si vede sui parquet, sovrastati come sono nell’epoca moderna da “pick and roll”, “pick and pop”, post basso, post alto e lato debole. Tanto per restare un attimo ai cesti. Ieri sera, mentre Davide Nicola si avviava in sala stampa al Franchi, a Milano parlava a muso duro Ettore Messina, il pluridecorato coach-guru internazionale cui anche quest’anno Giorgio Armani ha messo a disposizione una rosa a cinque stelle. L’Armani aveva appena perso (terzo ko di fila in casa) il derby di Eurolega con la “matricola” ma danarosa e forte Segafredo e il tecnico, prendendo atto del ko (tecnico, assai più evidente del punteggio), avrebbe così commentato l’ennesima prestazione deficitaria della sua Milano. «Abbiamo giocato una partita depressa e triste. Siamo collassati. La responsabilità è mia». Qualche minuto dopo a Firenze tra tante dichiarazioni, Nicola avrebbe testualmente detto. «Almeno nel secondo tempo ci siamo divertiti anche noi». Un po’ meno divertita pareva l’espressione del presidente Iervolino all’uscita dalla tribuna d’onore (in tribuna c’era pure il vescovo Bellandi e c’era pure l’allenatore fiorentino Semplici), lì dove aveva seguito la gara affiancato dallo stato maggiore del club: nel secondo tempo immortalato l’avvocato Fimmanò alla sua destra e l’amministratore delegato Milan alla sua sinistra, assetto tattico cambiato dopo l’intervallo, perché nel primo tempo le telecamere avevano inquadrato un posizionamento diverso. Frutto del caso o della scaramanzia non è dato sapere, in fondo però il rimescolamento in tribuna avrebbe fatto il paio con quello operato sul prato: allo scoccare del 46’ Nicola avrebbe immesso Dia e Maggiore per Bonazzoli e Vilenha provando a resettare così un primo tempo collettivamente imbarazzante.

Nel primo tempo, un po’ meno divertiti del tecnico, forse lo saranno stati anche tutti i tifosi granata al Franchi. Di certo incazzati, impotenti e inceneriti invece quelli a casa, perché per 35’ sullo schermo del canale dedicato di Dazn invece della Salernitana sarebbe comparso solo il cartello: “spiacenti, si è verificato un problema col video…” e solo i più lesti avrebbero mitigato la beffa saltando su “diretta-gol”. Al black-out tv avrebbe fatto il paio quello della squadra. Assolutamente mai pervenuta nei primi 45’, in balia della Fiorentina: consegnatasi senza colpo ferire al gioco gigliato veloce e frizzante, sarebbe tornata a testa bassa negli spogliatoi ma sotto solo di un gol. Solo perché graziata dalle scelleratezze viola e dalle parate del motivato ex Sepe. Presa d’infilata, risucchiata e colpita sempre alla stessa maniera: eppure dovrebbe esser noto che Ikonè e Kouame siano attaccanti esterni veloci e potenti, che il 33enne (in scadenza) Bonaventura si muova e si nasconda da vertice alto di un trio che si fionda negli spazi, che vorticando produce un risucchio nel quale l’avversario finisce tramortito. Un tema tattico che si poteva (forse) prevedere, del resto e in aggiunta s’era già visto in precedenti occasioni che i due centrali difensivi esterni granata soffrono nell’uno contro uno, che tutto l’assetto s’inceppa quando viene attaccato da giocatori veloci, lesti di gamba e di piede. Poi l’esposizione al “gioco” dei macchinosi Bronn e Pirola (impietosi ma giusti i voti e i giudizi della stampa nazionale) sarebbe parsa come una colpevole ripetizione accoppiandosi ad un sospiro di mercato: il franco-marocchino  (5 milioni tra costo di cartellino e triennale), l’under italiano strappato all’Inter dopo un’estenuante trattativa (prestito, ma con recompra). Operazioni azzeccate?

Alla domanda ovviamente Nicola non potrebbe rispondere, bisognerebbe magari porla al ds De Sanctis che intanto, insieme a Migliaccio, è dato dall’inchiostro di quotidiani e siti on-line già in piena attività per il mercato invernale: mercato senza confini e latitudini, visto che anche il responsabile scouting Filomeno Fimmanò è segnalato in missione in Brasile a visionare profili di probabili obiettivi granata. In sala stampa il tecnico avrebbe certo spiegato come alcune scelte fossero state obbligate dagli infortuni (nel reparto difensivo): risposte senza voce ma sul campo sono arrivate anche altre, nel corso di questi mesi. Perchè ci sono giocatori impiegati a singhiozzo, e giocatori praticamente mai impiegati, come ad esempio Sambia e Valencia in campo per spiccioli di minuti e basta (ergo, o Nicola li ha valutati bene o il ds non li ha valutati bene, e/o il reciproco contrario). Venti minuti ieri sera gli sarebbero però bastati per capire che no, che almeno le valutazioni e le decisioni sull’assetto al Franchi erano state quantomeno non corrette, non idonee. E così Mazzocchi e Candreva cambiati e spostati in un turbinio di passaggi e rattoppi, mentre Vilenha da quinto a sinistra arrancava continuando anche poi da interno. Chissà a pochi metri di distanza cosa pensava Italiano che ha una rosa per la quale Commisso non ha lesinato spese, che da due anni porta avanti un preciso progetto tattico, non scalfito nemmeno da un avvio quest’anno sotto rango e range. La Salernitana forse avrebbe dovuto riempire le due corsie esterne, proteggere i due centrali difensivi ai lati di Daniliuc con due giocatori di piede e di gamba, capaci di difendere ma anche di tenere sul chi va là non solo Ikonè e Kouame ma anche i laterali Biraghi e Dodo che invece, baciati da tanta grazia, avrebbero trovato praterie e anche accompagnato costantemente in raddoppio la fase viola di spinta. «Devo considerare gli impegni ravvicinati, non possono giocare sempre gli stessi»: così Nicola a fine gara. Eppure, a ripercorrere l’undici iniziale – non ci fosse stato l’ovvio, scontato e previsto utilizzo di Bohinen (ma come fa a prendere forma, anche mentale, se non gioca?) e non ci fosse una difesa falcidiata da infortuni – sembrano sempre gli stessi, per giunta alcuni riproposti in ruoli nei quali non sembrano dare il meglio. Il pensiero del black-out nei primi 45’ si lega al mancato impiego iniziale di Bradaric che solo nell’ultimo mese ha trovato spazio e mostrato progressi? Chissà, forse sarebbe bastato tenere il croato nell’undici iniziale, a sinistra con Mazzocchi a destra: due laterali di gamba e di piede, capaci di tenere dietro, di aiutare i tre centrali a stare più stretti, non esponendoli nell’uno contro uno di avversari rapidi e lesti. Capaci pure di assistere la squadra nei ribaltamenti di gioco, poiché al momento – certificata anche l’assenza in organico di un giocatore con caratteristiche diverse – la Salernitana poggia molto sulle corsie laterali per arrivare a inquadrare la porta e poter così innescare gli attaccanti, altrimenti costretti – vedasi ad esempio Piatek – ad andare raminghi, altrimenti tagliati fuori completamente dal contesto, vedasi Bonazzoli.

Il dai e vai tra Piatek e Dia come un fulmine assordante, come un lampo che squarcia il cielo: un gol bello. Bellissimo, il gol-canestro avrebbe poi riportato la sfida in parità, almeno sul tabellone. Senza però cambiare l’inerzia della partita, decisa sì da un altro lampo dopo le azzeccate sostituzioni viola (anche qui, film già visto), però meritatamente portata a casa dalla Fiorentina contro una Salernitana che si sarebbe fermata però a quel gol, a quel lampo, a quel bagliore.

Un’occasione sciupata o no: questo pensiero fa parte dei soliti commenti del post-gara. Che da mesi si dividono sulle prestazioni, sui risultati, sulla classifica della Salernitana, sul lavoro di Nicola, su quello di De Sanctis, su quello della società. Al solito, ci si divide tra guelfi e ghibellini, tra insoddisfatti e criticoni, tra lodatori e ciechi. Al solito, bisognerebbe trovare un punto. Di equilibrio. Aiuterebbe chi sta dentro il club, e servirebbe assai anche all’ambiente. Perché non è la gara con la Fiorentina in sé, a riaccendere il dibattito. Va così da mesi. Bisogna, una volta e per tutte, arrivare al fondo della questione. Cosa ci si aspetta da questa Salernitana? La classifica di certo è lusinghiera, se si guarda alla storia granata e allo status di semi-matricola. La classifica di certo non pare destare preoccupazioni, visto anche il deficit (tecnico, economico) di alcune squadre mentre qualche squadra nei bassifondi dimostra come si possa arrivare all’obiettivo sfruttando più le idee che il portafoglio. Ma questo è il calcio, è da sempre così. Tornando a questa Salernitana. Cosa si vuole da questa squadra? Si vogliono i punti, o si vuole anche il gioco? E quale tipo di gioco? Si vuole solo la salvezza, o si vuole qualcosa in più della salvezza? Questa squadra e questa rosa quanto realmente valgono, e questo indipendentemente dagli investimenti fatti dalla società? Sono state operate scelte giuste oppure qualcuna no? E ancora: cosa si vuole da Nicola? È un allenatore che negli anni ha mostrato cosa c’è nel suo dna: pretendere che lo cambi è impossibile. E allora: scindere il lavoro, gli effetti, le immagini, dai risultati e dalla classifica? In queste 14 partite ci sono state sfide giocate bene e altre meno, da qualche parte si è preso qualche punto in più, in qualche altra lo si è lasciato. Registrare nell’ambiente la frase “non era con la Fiorentina che bisognava prendere punti” è esercizio miope e ripetitivo così come lo è pretendere che “la Salernitana vada a dettar legge su ogni campo”. Queste 14 partite hanno prodotto riprodotto immagini, sensazioni, valutazioni. Ripetendosi e alternandosi con insolita frequenza, hanno mostrato pregi e difetti, carenze e punti di forza. Della squadra e del tecnico, del lavoro di campo e di quello sul mercato. La Salernitana riesce a cavare il meglio quando non deve fare la partita, quando trova spazi che le concedono le avversarie più dedite al palleggio, va in difficoltà se deve aprire spazi, va in difficoltà se presa in velocità. Non ha cambio di passo, ma ha peso. Domenica a Monza si chiuderà la prima parte di un campionato anomalo, dopo la sosta Mondiale ci saranno le ultime quattro sfide dell’andata: calendario tosto, con Milan, Torino, Atalanta e Napoli. Quattro sfide delicate, prima della corsa nel girone di ritorno, lì dove ogni anno ogni partita diventa uno snodo cruciale, perché sarà pure un detto, ma è vero: il “pallone pesa il doppio”.

La lunga pausa che si riaprirà con la riapertura del mercato, pare allora giungere quanto mai propizia. Sarà il passaggio più delicato della stagione. Certo bisognerà mettere fieno in cascina, recuperare gli infortunati, dar condizione a chi ha perso per strada minuti e impiego, recuperare lucidità e coesione. Prima però di rituffarsi sul mercato evitando le incomprensioni, i ritardi e gli intralci estivi (in questi mesi anche Iervolino non ha mai nascosto come il centrocampo sia il reparto più bisognoso d’interventi), prima di lanciarsi in un girone di ritorno affilato, bisognerebbe soprattutto tirare una bella linea, mettersi alle spalle il recente passato e definire modalità, uomini, mezzi e obiettivo da raggiungere per giugno. Spazzando così realmente voci e malumori, trovando una sintesi a quella “pacificazione generale”, l’espressione utilizzata da Iervolino dopo il ko a Sassuolo e le stilettate di De Sanctis. Andare avanti così, per altri sei mesi, sarebbe un delitto. Che non sarebbe cancellato dalla salvezza, un traguardo fondamentale e che rischia di passare solo come una consolazione. Uno scempio cui bisognerebbe metter riparo.

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