Iran e Stati Uniti, quando al Mondiale del ’98 spuntarono le rose dopo 29 anni di gelo

In Francia la sfida calcistica che mise di fronte due nazioni divise dal ’79. Dai fatti dell’ambiasciata all’editoriale di Zucconi, una partita che ha segnato un’epoca
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Il Mondiale del 1998 si gioca in Francia, nel Paese di Rimet che li aveva ideati e lanciati. Il campionato del Mondo torna in Europa dopo la nefasta esperienza negli Usa, la patria del soccer che pasteggia e festeggia con le bollicine della Coca Cola. In quei giorni di giugno Parigi e la Francia sono attraversate da un tratto comune, un filo che come sempre accade legherà il mondo reale a quello del pallone. Il premier è il socialista Jospin che in Parlamento ha fatto approvare la legge sul taglio delle ore settimanali di lavoro, all’Eliseo c’è invece Chirac, il simbolo di una destra che non approva la riforma. È nel pieno di una crisi istituzionale che la Francia accoglie le nazionali, una nazione per giunta costretta a terra perché i piloti dell’Air France scioperano da giorni. La Francia si divide anche su due morti, due corpi. Quello riesumato di Yves Montand perché due donne sostengono di essere l’amante e la figlia del celebre cantante. E quello di lady Diana Spencer, morta qualche mese prima in un rocambolesco e oscuro incidente stradale a Parigi: in tribunale salgono sul banco degli imputati i fotografi, accusati di aver scattato foto e foto. Ravvicinate, senza pietà e nemmeno rispetto, per giunta c’è chi sostiene che non abbiano mosso un passo per prestare immediato soccorso. I fotografi saranno scagionati mentre la saga mondiale sta per avere inizio. La Francia è divisa anche sul pallone, s’interroga: sarà la nostra occasione? Un mese dopo sarà il trionfo, la coppa Rimet sollevata da Zidane è un cimelio che pare riunire tutte le anime e le divisioni del Paese, la sintesi perfetta di quel cosmopolita gruppo che sono i Bleus: “black, blanc e beur”. Nero, bianco e magrebino, è questa l’etichetta di un trionfo additato pure a modello: l’integrazione alla francese. Soltanto un lampo, altro che modello. Appena un anno dopo la Commissione consultiva nazionale sui diritti umani indaga sull’intensità del razzismo in Francia. La domanda include pure il calcio. Ci sono troppi giocatori di origine straniera nella nazionale di calcio francese?”. Alla domanda risponde di sì il 36% degli intervistati. L’incantesimo si spezzerà definitivamente nel 2001, un anno dopo il titolo europeo vinto al golden-gol sull’Italia, un mese dopo l’attentato alle Torri Gemelle. A ottobre del 2001 allo stadio Saint-Denis giocano in amichevole Francia e Algeria. I tifosi algerini fischiano la Marsigliese, la Francia fa 4 gol in 50’ minuti, l’arbitro sospende la partita per un’invasione di campo. Lì, proprio lì su quel prato dove tre anni prima Deschamps, Zidane, Djorkaeff e Thuram, i “black, blanc, beur” avevano alzato per la prima volta la Coppa Rimet.

«Il calcio è un gioco, ma anche un fenomeno sociale, perché quando miliardi di persone si preoccupano di un gioco esso cessa di essere solo un gioco». Sono parole dello scrittore ugandese ma naturalizzato inglese Simon Kuper che di calcio e del fenomeno calcio ha scritto parecchio. In fondo la storia insegna: il calcio e lo sport sono un fenomeno sociale potente ed efficace, a volte uno strumento di propaganda (le Olimpiadi di Berlino nel ’36, il Mondiale argentino nel ’78) a volte però anche uno straordinario veicolo diplomatico. Come ad esempio la famosa partita di ping-pong tra la Cina di Mao e gli Stati Uniti di Nixon, la partita che nel ’71 avviò il disgelo tra le due nazioni. Come una sliding door, con un articolo che andrebbe letto, riletto e ripubblicato integralmente, il 19 giugno del 1998 il corrispondente da Parigi Vittorio Zucconi presenta sulle colonne de “la Repubblica” una partita che si giocherà due giorni dopo a Lione, dopo vent’anni di rimpalli e rimbalzi: Stati Uniti-Iran.

Alcuni passaggi. “Ci piaccia o no, da sempre lo sport – come metafora incruenta della guerra – si fa carico delle tensioni della storia. A volte le risolve in duelli e incontri simbolici, come le Olimpiadi, i tornei fra cavalieri, il famoso “ping-pong”, a volte moltiplicandoli, come nella guerra del calcio scatenata in America Latina da una banale partita, L’importanza di questa partita, del tutto irrilevante nel quadro del Mondiale ‘98, sta tutta nel contenuto simbolico dell’incontro stesso più che del risultato, evidentemente. Se a un giornalista è consentito fare il tifo, confesso di essere dalla parte dell’Iran. La ragione è semplice: agli americani, del soccer come lo chiamano loro, continua a non importare assolutamente niente… Gli Stati Uniti non hanno bisogno di fare 4 gol all’Iran per sentirsi più forti di loro. Ben diversa è la storia vista da Teheran. In Iran due milioni di persone scesero in piazza per festeggiare la qualificazione e i mullah furono costretti a lasciarli fare…Una vittoria al pallone contro le 11 schiappe yankee con la maglia a stelle strisce sarebbe una vittoria per chi vuole portare questo magnifico Paese, l’Iran e il suo popolo, fuori dal medioevo integralista nel quale Khomeini lo chiuse 20 anni or sono, per chi vuole riaprire al mondo – dunque all’America – senza tradire la propria cultura e la propria fede. Ma per farlo, l’Iran umiliato dall’America che lo manipolava come un suddito, imponendo dirigenti, militari e imperatori marionetta per proteggere i propri interessi petroliferi, deve ritrovare prima il rispetto di sé stesso. Una partita di calcio non è “La Storia”, ma può essere una parte della storia, un fattore nell’equazione… La pace val bene un gol”.

Iran e Stati Uniti sono gli anelli deboli di un girone che ha in Germania e Jugoslavia le favorite al passaggio di turno. Alla sfida del 21 giugno – Stade de Gerland di Lione – ci arrivano entrambe con una sconfitta. «Noi non perderemo la partita. Tante famiglie dei martiri si aspettano la nostra vittoria. Noi vinceremo per il loro bene»: così suona la carica Khodadad Azizi, la stella offensiva dell’Iran. È stato lui sette mesi prima a regalare la qualificazione al Mondiale agguantando in trasferta e sul 2-2 l’Australia, avanti di due gol a 10’ dalla fine. Quel giorno in Iran sarebbero scesi tutti in piazza, persino le donne che non possono andare allo stadio, il regime obbligato a chiudere gli occhi davanti a quel fiume, ebbro di gioia sfrenata. L’Iran ai Mondiali dopo vent’anni, l’ultima volta c’era stato nel ’78 in Argentina. Un anno dopo ci sarebbe stata la rivoluzione islamica, l’ultimo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi fu costretto a scappare, rifugiandosi proprio in Francia: la rivoluzione islamica avrebbe travolto tutto, bandiere degli Usa bruciate per strada e fiume di persone per le strade. L’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fautore dell’integralismo rientrato a furor di popolo dopo quindici anni di esilio al comando della nazione, al posto del “manichino” accusato di essere manovrato da Satana, cioè dagli Stati Uniti. L’Iran avrebbe così imboccato la strada dell’oscurantismo, il modello occidentale calpestato, il simbolo di quell’Occidente, gli Stati Uniti, costretto per 444 giorni a star attaccato pieno d’angoscia al televisore.

Perché l’evento più emblematico di quella rivoluzione fu la presa dell’ambasciata statunitense a Teheran, il “covo delle spie”. L’operazione fu portata avanti da un gruppo di studenti che presero 55 cittadini americani in ostaggio e ne trattennero 52 di loro per 444 giorni. Un’azione appoggiata da Khomeini, il segnale nei confronti del “Grande Satana”, un evento cruciale per le relazioni future tra i due Stati In quei giorni ci fu a Teheran anche un pezzo d’Italia, perché Oriana Fallaci fu la prima donna a intervistare l’Ayatollah. In Iran andò per mettere in discussione la rivoluzione e i costumi islamici, si tolse provocatoriamente lo chador prima dell’intervista. «Uno stupido cencio da medio-evo», lo definì: quell’intervista mise di fronte due mondi inconciliabili. Fu il pallone a rimetterli di fronte, vent’anni dopo.

A Lione, il 21 giugno del 1998. “La madre di tutte le partite”: così fu fin troppo facilmente e banalmente definita. Un lungo e tortuoso cammino però, prima che il pallone rotolasse finalmente sul prato. Qualche giorno prima la tv di Stato francese manda in onda il film “Not without my daugheter”, la reale storia di una donna che ha abbandonato l’Iran insieme alla figlia contro la volontà del marito. La proiezione fa infuriare gli iraniani, nel ritiro della nazionale il ct fatica a tenere la bocca chiusa. C’è poi una questione di cerimoniale da risolvere. Sorteggiati come ospiti nella sfida contro gli Usa, i giocatori dovrebbero stringere loro la mano agli avversari dopo gli inni nazionali. Però la guida suprema della Nazione Khamenei, intanto succeduto a Khomeini, si oppone. Deve intervenire la Fifa: si avvia un negoziato, si raggiunge un compromesso, saranno i giocatori a stelle e strisce ad andare incontro agli avversari, a stringere loro la mano. Ad attenderli, prima di quel fischio d’inizio, troveranno però tutti i giocatori dell’Iran con una rosa in mano, una rosa da offrire all’avversario. È una rosa bianca, simbolo di pace in Iran. Una rosa, una stretta di mano, una foto: tutti e ventidue insieme, occhi negli occhi, sul prato dello stadio di Lione. L’arbitro Meier non ha ancora fischiato l’inizio della gara eppure il risultato più importante è già stato raggiunto. Gli Stati Uniti hanno accettato di muoversi per primi e di stringere la mano agli avversari, gli iraniani hanno offerto in cambio le rose. «Siamo venuti qui per mostrare a tutti che non ci sono problemi tra le persone dei due Paesi», così sussurra il ct asiatico Jalal Talebi prima che la sfida abbia inizio. Quei 444 giorni raccontati anche da un film (Argo) – dal 4 novembre del 1979 al 20 gennaio 1981 – e quei 52 ostaggi sono alle spalle, come alle spalle vent’anni di gelo. Scriverà Vittorio Zucconi, due giorni prima: “Novanta minuti per dimenticare 444 giorni, 22 giocatori in cambio del ricordo di 52 ostaggi: probabilmente è eccessivo caricare una partita di calcio di tanta e tremenda zavorra storica e umana, ma quando la squadra degli Stati Uniti d’America scenderà  in campo contro la squadra della Repubblica Islamica dell’Iran non ci sarà  un solo spettatore nello stadio di Lione, un solo spettatore davanti ai teleschermi di Teheran o di New York e nessun giocatore che non avrà  davanti agli occhi e al pensiero l’immagine di quegli innocenti diplomatici trascinati come bambole umane e bendate sui gradini dell’ambasciata Usa”.

Scongelato, il pallone comincia a correre veloce, sul prato dello Stade de Gerland di Lione. Gli occhi del mondo sono tutti lì. Gli Stati Uniti difettano un po’ nella mira, per due volte colpiscono il palo nel primo tempo. L’Iran si difende e in contropiede riempie la rete, di testa segna Estili. Nella ripresa il copione non cambia. Gli Stati Uniti prendono un altro palo e un’altra traversa, Mahdavikia è veloce e imprendibile: a pochi minuti dalla fine raddoppia. Sembra finita: in Iran è già tripudio mentre chissà quanti negli States stanno seguendo la partita. McBride però salva l’onore, segna il gol della bandiera. Il tabellone dice 2-1 mentre gli avversari stanno stringendosi di nuovo le mani. «Abbiamo fatto più noi in 90’ minuti che i politici in 20 anni». Le parole del difensore statunitense Jeff Agoos nella storia. Molto più di quel risultato.

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