Ribery smette, l’ultimo dribbling è una dichiarazione d’amore

Fermato dai guai fisici, il fuoriclasse francese prepara l’addio al calcio giocato. Resterà nella Salernitana, per lui c’è un posto nello staff tecnico
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Smette. Se ne va. Con una semplice dichiarazione di vecchiaia: non ho più benzina nel motore. Se ne va così, come fosse uno dell’ultima fila e invece lui in prima fila c’è stato per anni. Anche se non ha mai fatto il divo, anche quando poteva. Dieci anni di successi al Bayern Monaco compreso un triplete, 9 Bundesliga, una Champions e il titolo di miglior calciatore assegnatogli dall’Uefa. Franck Ribery davanti a tutti, davanti pure a Messi e Ronaldo. Era l’anno di grazia, era l’anno 2013. Prima e dopo, sempre l’abitudine di sentirsi ed essere un fuoriclasse, senza mai abusarne, senza mai darlo a vedere però. Mai un’arroganza. Mai una superbia. Sempre quello sguardo un po’ scanzonato, di chi dice: ma io gioco al pallone, mi diverto e voglio divertire, cosa altro volete da me? Roba da chiedersi, ma chi è questo mentre lui era già lì, più veloce e sempre imprendibile. Lì, a sfrecciare sul prato, seminando avversari e ostacoli, accarezzando il pallone incollato tra i piedi. Un fuoriclasse, pure nell’addio. Settecentoventisei partite ufficiali, il calcio da Boulogne-sur-Mer a Salerno, 169 gol, oltre 400 assist, 86 presenze con la nazionale francese, 20 stagioni da ricordare. Qualche volta avrà pure alzato le gambe ma ha sempre tenuto alta la testa. Adesso tutto è alle spalle. Vent’anni infilati in un maledetto secondo: smetto.

Smette. Se ne va. Il motore non gira più: Franck Ribery scende dall’abitacolo. A 40 anni, dopo venti vissuti seminando accelerazioni e sterzate, esibendo dribbling e sfornando assist. Gemme accompagnate da applausi e boati, di compagni e avversari: la fuoriserie però ora è una macchina usurata dai segni e fasti del tempo, nel motore non c’è più benzina. Disinserzione del menisco, cartilagine consumata: due mesi in giro per l’Europa – a Monaco di Baviera e poi a Innsbruck a consulto dai migliori ortopedici – la diagnosi però non è mai cambiata, come l’orizzonte. L’operazione al ginocchio destro non lo restituirebbe al campo, al pallone. Non lo restituirebbe più come prima. L’ha letta e riletta per giorni la diagnosi, dividendosi tra viaggi e terapie. Non voleva arrendersi. Ha dovuto. E ha dovuto metabolizzarlo a lungo, il distacco. «Il futuro di Franck? Deciderà lui cosa fare, sarà lui a dirlo: un campione come lui merita tempo e rispetto. Merita di annunciare le sue scelte. È un onore averlo qui con noi, per noi resterà sempre un’icona, da noi avrà sempre un ruolo. Quello che vorrà, se vorrà». Da giorni, come fossero un ciclostile, le dichiarazioni del presidente della Salernitana Iervolino, dell’a.d. Milan e del tecnico Nicola avevano iniziato a scandire uno ossequioso ma scontato countdown.

“Il mio tempo è arrivato. Non è più tempo di dare calci a un pallone. Smetto, ma non vi abbandono. Io sarò con voi. Ancora”. Franck Ribery l’ha detto così ai compagni e allo staff tecnico, tutti a cena nell’antivigilia di una sfida delicata: col Verona l’allenatore si gioca la panca ma sulla panchina che scotta non incrocerà lo sguardo rassicurante del campione francese. Sveste i panni di calciatore, si toglie la fascia di capitano ma non lascerà la Salernitana. Il suo contratto – 125mila euro netti al mese – in scadenza a giugno si trasformerà presto in un altro vincolo, appuntamento rimandato a inizio della prossima settimana: un anno in più e l’ingresso nello staff tecnico. Sarà uno dei collaboratori, stesso ruolo di Simone Barone col quale aveva condiviso la notte di Berlino del 2006, l’Italia campione del Mondo e la Francia sconfitta ai rigori. La Salernitana gli aveva offerto l’abito di “brand-ambassador” ma il vestito di ambasciatore internazionale sta ancora stretto al francese. Che vuole ancora respirare l’aria del prato, che vuole ancora sentirsi uno del gruppo, che vuole ogni giorno stare dentro quello spogliatoio che l’ha visto leader. FR7 sta per intraprendere una nuova carriera. S’è già scelto pure i modelli cui guardare. «Mi piace Ancelotti come persona, e per come lavora sul campo. E vorrei essere come Heynckes: con lui al Bayern ho vinto tutto».

A Salerno non ha vinto nulla e ha giocato poco, eppure i tifosi gli hanno dedicato cori e striscioni, c’è chi ha disegnato murales, chi gli ha intitolato pizze, chi ancora non si rassegna. Amato, coccolato, divinizzato, a prescindere. L’esperienza calcistica granata di Ribery racchiusa dentro numeri scarni: 23 presenze nella scorsa stagione, 3 assist e 3 pali. Sulla miracolosa salvezza conquistata, i segni di FR7 sarebbero stati altri. Certo, l’esempio, la guida, il leader. Anche altro, però. Ad esempio aveva scelto di andarsene a febbraio. «Direttore, qui ridono pure se perdiamo. A me non piace perdere, se perdo sto male»: ci avrebbe messo appena un giorno Walter Sabatini per convincerlo che no, che da quel giorno a Salerno sarebbe stato tutto diverso. Da quel giorno però Ribery si sarebbe visto ancor meno, almeno sul campo. Prima una corsa in auto finita contro un semaforo e un trauma cranico. Multato, da lì in poi si sarebbe visto quasi come un lampeggiante. Spesso ai box per infortunio, protagonista attivo della rissa nella sfida col Cagliari, 20’ nella gara thriller con l’Udinese del 22 maggio passati a gesticolare, a chiedere il risultato dagli altri campi: nemmeno lui credeva che no, nonostante quello 0-4 e nonostante un Venezia già retrocesso, il Cagliari non riuscisse a profittarne. Quella notte sarebbe arrivata una salvezza miracolosa, il giorno dopo il desiderio di continuare e il rinnovo automatico. Un altro anno ancora. Con la Salernitana, avviandosi alle quaranta primavere.

Quest’estate pareva una nuova primavera. I malanni al ginocchio scomparsi, l’intero ritiro condotto a guidare il gruppo. Da titolare la prima ufficiale, in Coppa col Parma: nefasta nel risultato, sarebbe stata per lui una notte da brividi. A sorpresa la “carrambata” organizzata dal club l’avrebbe davvero spiazzato: a bordocampo c’era la signora Marie che insieme al marito l’aveva adottato a due anni, lui orfano e abbandonato sulle scale di un monastero. Non si vedevano da mesi. «La più bella emozione della mia vita: riabbracciare mia mamma dopo tanto tempo», avrebbe detto emozionato come uno scolaretto. Dopo l’emozione, ci sarebbero stati 36 minuti alla prima di campionato, contro la Roma. Poi, più nulla. Il fastidio al ginocchio, i consulti, i viaggi, le diagnosi, i tormenti, l’elaborazione del distacco, l’addio obbligato. La fine della corsa. Nella macchina non c’è più benzina.

«Quando finirà la benzina tornerò a casa. Non è ancora il momento». Così aveva detto tredici mesi fa, nel primo giorno della sua nuova avventura. Affacciato sul mare della Costiera Amalfitana, baciato dal sole e osannato da diecimila tifosi che increduli ed ebbri l’avrebbero osannato come fosse Maradona al San Paolo nel giorno della presentazione all’Arechi, a 39 anni s’era appena infilato in un’altra avventura. Dentro un abitacolo stretto, al volante di un’auto senza troppi cavalli e persino senza nemmeno molte speranze di tagliare almeno il traguardo: inscatolata dentro un trust, indosso il timer dell’esclusione dalla serie A posizionato sul 31 dicembre, la Salernitana pur senza una proprietà era riuscita a strappargli un contratto (due milioni di euro compresi i bonus, villa blindatissima con piscina e palestra in Costiera Amalfitana) giocando sulla passione della piazza e su quella di un calciatore che da bambino andava a nanna abbracciato al pallone. La favola del campione adesso è arrivata all’ultima pagina. Se ne va così, con una semplice dichiarazione di vecchiaia. Se ne va uno che davvero l’ha amato, il pallone.

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