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La Salernitana e il suk-bazar di Iervolino

Dieci mesi frantumati da presunzione, impreparazione, improvvisazione, confusione. Un suk di consiglieri e consigliori, porte spalancate a scuderie e agenti, spifferi velenosi tra il nuovo responsabile dell’area tecnica e l’allenatore, la totale assenza di almeno uno (uno, almeno) uomo di calcio all’interno di un club di calcio, un club ripiegato come un fazzoletto e invece sbandierato sul pennone della vanità, fuoco ardente acceso su una pila di legna accatastata senza il minimo riguardo. Un bazar di calciatori (dopo i “nomi” dati in pasto), assemblato (in estate, e nel mercato di riparazione nemmeno il tentativo di provare a riempire le lacune, a renderlo omogeneo e votato all’obiettivo primario) senza una pur minima traccia tattica, tecnica, caratteriale: giocatori di “nome” e giocatori da ogni latitudine che della serie A e dell’Italia però non sapevano nulla. Un’accozzaglia che – dicono quelli che si fidano (saranno gli stessi convinti che sì, l’inghippo sul contratto di Verdi fosse nato per un inghippo sul portale…) – sia costata quaranta e passa milioni di euro: e lo dicono pure come fosse un vanto. Una serie di allenatori contattati a ottobre (dopo Sassuolo), poi a novembre (dopo Monza), poi a gennaio (dopo il Milan) e appena qualche giorno dopo l’ottovolante di Bergamo. Quel saliscendi sulle montagne russe che dopo 48 ore e dopo una serie di allenatori sondati («tanti quanti i pini marini» cit.) avrebbe riportato in panca il tecnico esonerato. Che poi, tanto per aprire una parentesi: ma gli allenatori contattati da chi? dal presidente, dal ds («un suggeritore» cit.), dall’uomo che siede alla destra o da quello che siede alla sinistra? ma gli allenatori sondati per cosa? ma gli allenatori scelti o sponsorizzati dalle parrocchie pallonare? Uno spogliatoio smantellato, svuotato senza tatto e senza analisi, privato delle colonne portanti (non conta solo il campo) necessarie a tenere in piedi il gruppo: al primo soffio, è venuto giù tutto. Una marea di riunioni, summit e comunicati stampa bollati da “comunione d’intenti, avanzamenti del progetto etc etc.”. Un oceano di presunzione, incompetenza, impreparazione, improvvisazione, confusione: in aiuto verrebbe un vecchio proverbio, “chi va per questi mari questi pesci piglia”.

Da mesi. Da dieci mesi. È successo di tutto, eppure l’ambiente si sveglia adesso, addossando le colpe soltanto all’allenatore che appena un anno fa – era il 15 di febbraio – firmava con la Salernitana. Eppure, se uno avesse percezione della realtà, se avesse percezione del pericolo e imparato dagli errori, si guarderebbe dentro, scandaglierebbe dentro quei meandri oscuri nei quali il sentimento e l’afflato di una comunità si sono spenti nel giro di pochi mesi. Bisognerebbe tirare una bella linea, partendo dalle (proprie) responsabilità e arrivando alle conclusioni, da prendere bene e in fretta.

Dieci mesi sintetizzati dalle ultime 10 gare (5 punti, 7 sconfitte, 25 gol subiti): il conto del salumaio (lunga vita ai salumai) è un conto pesante, salato ma solo parziale. Nulla nasce dal nulla, c’è sempre una genesi, è la prima goccia che inzia a scavare. L’errore più grave sarebbe fare conto solo di questo conto.

Cose turche ne sono successe in questi dieci mesi. “Cose turche”: dicono quelli che in queste ore riportano dei sondaggi sul nuovo allenatore, qualcuno di grido (Pirlo, Montella), qualcun altro di prospettiva (Farioli), allenatori che dalle terre del vecchio impero ottomano dovrebbero (potrebbero) tornare a calzare lo Stivale, dalle devastanti macerie turche a quelle della Salernitana. Come se le recenti esperienze non avessero insegnato nulla. Oppure no, magari nella rosa da cui uscirà il prescelto ci sarà uno di quelli contattati venti giorni fa e poi congedati, come pini marini sott’acqua osservati in apnea con una maschera senza boccaglio. Chi sa chi consiglia, chi sa chi prende le decisioni…

Chissà se in questo agitato mare granata, indistinto e burrascoso, verrà ascoltata la voce, il consiglio sul candidato più adatto, chi sa se si terrà in conto l’esperienza di “una bandiera del club”.

Perché in questo momento club, gruppo e ambiente hanno bisogno di svegliarsi: l’encefalogramma è piatto da sei mesi, serve un cardiologo da (disperata) rianimazione. Magari insieme un primario che faccia uscire tutti da una stanza (termine figurato) che pare una gabbia di matti (termine figurato).

Certo, sarebbe chiedere troppo. In fondo un altro antico proverbio recita: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

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