INDISCRETO

L’Italia al verde di Gravina: corsa al pass e nuovi stadi. E una riforma dimenticata

Otto giorni fa: «Nel prossimo consiglio provvedimento definitivo su multiproprietà». App Mitiga su cui puntava la Figc bloccata dal Garante. La A cambia format
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Green pass. È la parola d’ordine. La formula magica adesso si chiama “Green pass”. Il “passaporto” che possa consentire ai tifosi di tornare allo stadio e di rianimare le esangui casse dei club, verde così come il colore delle maglie (seconde e terze divise) che invece nello stesso giorno la Lega serie A ha deciso di vietare ai giocatori di movimento dalla stagione 2022/23 per esigenze televisive: il motivo sarebbe un effetto distorsivo nelle visualizzazioni grafiche degli spazi pubblicitari. Di distorsivo ci sarebbe ben altro in questo simpatico palleggio tra GravinaDal PinoDe Siervo: il verde serve come pass per riaprire gli stadi mentre negli stadi non sarà più possibile giocare indossando una maglia verde. Possibile? Boh. L’esigenza vera adesso è un’altra.

Si chiama Green pass. L’ha evocato – forte e chiaro stavolta senza nemmeno bisogno di schiarirsi la voce – il presidente federale Gabriele Gravina nella prima conferenza stampa post trionfo Europeo, chiesto a gran voce a margine del consiglio federale. «Riapertura degli stadi? Abbiamo formalizzato la richiesta alla sottosegretaria Vezzali. Siamo in attesa che la procedura venga definita anche secondo le indicazioni del Cts. Vogliamo arrivare a utilizzare il green pass in modo rapido e renderlo efficace anche nei nostri stadi. I club sono in grande difficoltà, abbiamo bisogno di tempi certi. Entro la fine di luglio sarà assolutamente definito». Bisogna correre, accelerare, fare presto, prestissimo. Subito. Sarà forse per questo che poi magari ci si dimentica di altro. Chissà, forse sono solo questioni che non hanno più troppa importanza. Le priorità in Figc cambiano in fretta. Anche nel giro di una settimana. Questione di prospettive, di ponti da collegare, di pilastri da piantare.

Sarà che nella sala “Paolo Rossi” dove si riunisce il consiglio federale campeggiava in bella mostra una gigantografia del trionfo degli azzurri a Wembley, sarà il fascino della coppa “Henry Delaunay” che splendeva alle spalle del presidente campione d’Europa, sarà stata colpa persino della sfilata (autorizzata o no?, «Non posso preoccuparmi di un’Italia che vince il campionato europeo e che generi tensioni, non voglio tensioni in questo momento, voglio solo continuare a parlare di aspetti positivi della vittoria») per le strade di Roma: certo è che quello che era all’ordine del giorno otto giorni prima – nella stessa sala Paolo Rossi, nello stesso palazzo di via Allegri, nella stessa sala stampa della Figc a Roma – sia invece completamente sparito. Eppure otto giorni prima – di ritorno da Londra e in procinto di ritornarvi – uno stizzito Gravina s’era congedato così il 7 luglio, con una promessa che sapeva tanto di definitiva resa dei conti. «Nel prossimo consiglio federale che si terrà il 15 luglio porteremo un provvedimento che comunque chiarirà in maniera definitiva qual è l’evoluzione di queste multiproprietà: non si può andare avanti aspettando un evento che possa ripetere quello che abbiamo vissuto in questi quaranta giorni».

Quaranta giorni, anzi qualcuno in più. Giorni di tensioni e dialoghi a mezzo stampa, di trattative e punzecchiature tra la federazione e la proprietà della Salernitana, decisa come da comunicazione in data 15 giugno inviata alla Figc a superare lo scoglio delle norme federali attraverso un trust cui poi delegare la cessione definitiva delle quote azionarie. Trust alla fine accettato, pur se allo scadere del gong. Il sì del 7 luglio motivato così in sala stampa, prima ancora che partisse la prima domanda. Parole da rileggere bene, ringraziando ancora i padri latini che come nessuno favoriscono sempre la corretta comprensione. “Excusatio non petita, accusatio manifesta”, e cioè la scusa non richiesta è un’accusa manifesta.

Così Gravina, prima del fuoco di fila su Lotito e Mezzaroma. «Sulla questione Salernitana ho posto condizione prodromica. Non sono state fatte valutazioni politiche per quanto qualcuno invece possa paventare. Fin quando ci sarò io si devono fare le cose senza umori o tensioni personali. Ho solo un obiettivo: il bene della Figc, la tutela calcio italiano». Ergo, una decisione politica: poche parole avrebbero dunque spazzato via una serie di questioni, di cavilli, d’interpretazioni e virgole che per quaranta giorni e più invece qualche appassionato, qualche apprendista e persino qualche piazzista avevano fatto invece diventare punti fondamentali, passaggi insormontabili. E così avrebbe invece motivato il sì al trust “Salernitana 2021”. Anche qui, notare il verbo utilizzato. «Alla luce dei provvedimenti valutati e letto il parere Covisoc, la Figc ha ritenuto opportuno di condividere il percorso proposto dalle due società proprietarie della Salernitana, ha condiviso di assecondare questa loro proposta. Però noi saremo vigili: la Salernitana deve essere venduta entro sei mesi, altrimenti sarà esclusa dal campionato». Frase sibillina, che magari però sarebbe da rivolgere ad esempio a Dazn, la nuova piattaforma televisiva della serie A. Puntini sospensivi. Come possibili cause.

Il punto però era e resta un altro. “Sì, ma qual è il prezzo giusto? Sì, ma chi decide qual è il valore della Salernitana ed entro quanto tempo deve farlo, entro il 31 luglio?”. Alle domande di appena otto giorni fa Gravina avrebbe così risposto. Testualmente. «La Salernitana può essere ceduta da domani mattina, anzi doveva essere stata già ceduta in base alle nostre norme federali. Non c’è un problema di una valutazione di valore sul posizionamento di mercato. Per maggiori garanzie dei due titolari però è stato fissato il principio che il valore viene fissato da un soggetto terzo se non ci dovesse essere accordo sull’ipotesi di una individuazione soggettiva di quel valore da parte dei titolari attuali». Sono passati otto giorni. Intanto mentre la Salernitana aspetta nuovi proprietari e una valutazione terza del valore, la questione federale sulle multiproprietà ancora in vita è (per ora) sparita. Il Bari e De Laurentiis ad esempio come l’avranno presa? Un rinvio? Un approfondimento? Una dimenticanza? Chissà. Intanto non v’è traccia nella conferenza stampa di Gravina post consiglio federale, non v’è traccia nel comunicato stampa pubblicato sul sito della Figc a consuntivo delle decisioni prese, tra cui l’esclusione di sei società, Chievo e cinque di Lega Pro. Eppure quelle parole di otto giorni fa – chiare e forti – risuonano ancora. «Il 15 luglio porteremo un provvedimento che comunque chiarirà in maniera definitiva qual è l’evoluzione di queste multiproprietà»: preso dalla vittoria dell’Europeo, dall’onda del “Rinascimento azzurro”, Gravina e l’intero consiglio se ne saranno forse dimenticati. O avranno rimandato. Il 23 c’è un altro appuntamento a Roma in via Allegri, quattro giorni dopo l’ultimo consiglio federale prima delle meritate vacanze. Sullo sfondo resta il filo che porta da Roma a Milano e ritorno: Gravina punta alla riforma dei campionati, alla riduzione dell’organico della A a 18 società con effetti a cascata sugli altri tornei, e proprio in Lega serie A a Milano oggi è cominciata la partita sul nuovo format: l‘ostacolo principale saltato, visto che nel bando dei diritti tv assegnati per questo triennio la A si è riservata il diritto di cambiare format (taglio di due squadre) senza che i broadcaster possano opporsi. È un tema che tornerà nell’ultimo consiglio federale prima delle vacanze?

Adesso però c’è altro cui pensare. Ora c’è il “Green pass” da ottenere come via libera definitivo. È la chiave per riaprire gli stadi italiani. Entro il 31 luglio la Figc si aspetta il via libera del Governo. Il tempo scorre in fretta. Chissà, forse per questo Gravina avrà dimenticato un’altra chiave che avrebbe dovuto e potuto far riaprire gli stadi in vista dell’Europeo. Un’app evocata e scelta, realizzata in alternativa a quella Uefa e adottata dalla federazione a marzo, lanciata come la soluzione che avrebbe consentito il ritorno negli stadi: l’app “Mitiga”, così come la società che l’aveva concepita a gennaio. Un progetto nato dagli sviluppatori marchigiani Fabio Traini, Alessandro Michetti e Daniele Coccia e da due finanziatori, Giulio Cesare Tassoni e Giampiero Pagliarone. Il primo è un romano, socio come il presidente del Coni Giovanni Malagò del Circolo Aniene, industriale della cosmetica, proprietario di farmacie e anche marito della conduttrice tv Eleonora Daniele. L’altro invece è un costruttore (Simcor) che aveva interessi una decina d’anni fa nel Pescara, figlio di Giovanni vecchia conoscenza di Gravina, abruzzese d’adozione. L’app Mitiga era servita per riaprire il Mapei in occasione della finale di Coppa Italia: effetti distorsivi anche qui, alcuni clienti (spettatori) soddisfatti, altri meno. E poi, parole di Gravina, «Mitiga consentirà di ospitare il 25% del pubblico all’Olimpico per gli Europei», disse trionfante a Reggio Emilia dopo la finale. Poi – storia di un mese fa, proprio qualche giorno prima del via agli Europei – l’app si sarebbe schiantata sul provvedimento preso dal Garante della Privacy, il professore salernitano Pasquale Stanzione che ne ha decretato il blocco provvisorio. All’Olimpico si è entrati senza Mitiga, s’è fatto diversamente. Per la serie A che comincia tra un mese?

Adesso c’è da trovare un’altra chiave, bisogna fare in fretta: gli stadi vanno riempiti, subito. Le società non possono più aspettare, i tifosi poi fremono. Gravina ha recepito il grido d’allarme, confida nella Vezzali e nel Governo mentre un altro presidente federale (Petrucci) non lesina stoccate all’ex campionessa olimpica e mondiale di fioretto. Gravina assiste al gioco di spade e vi confida pure per arrivare su ben altra pedana. Perché c’è un altro bottone verde da schiacciare: il via libera per la candidatura dell’Italia a ospitare gli Europei del 2028 o i Mondiali del 2030. Sempre a margine dell’ultimo consiglio federale. «Valuteremo una candidatura dell’Italia all’Europeo del 2028 o al Mondiale del 2030, in cui si festeggia il centenario del campionato del mondo. Giochiamo la prima partita, poi penseremo all’altra. Prima però è necessario un salto di qualità nell’impiantistica sportiva. Dobbiamo migliorare la condizione degli stadi perché se non avviamo un percorso d’investimento nelle infrastrutture non potremo mai ambire all’organizzazione di un grande evento. Stiamo avviando una serie di sinergie con l’Istituto per il Credito Sportivo e il Governo. Dobbiamo fare le cose in tempi rapidi».

Gravina e il calcio italiano chiedono disco verde. Green pass, è questa la parola d’ordine. La formula magica però resta sempre la stessa: soldi da ottenere e stadi da costruire o ricostruire. Perché in fondo il titolo vero sarebbe un altro: l’Italia del Rinascimento azzurro è letteralmente al verde.

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