INDISCRETO

Meloni, Malagò, Olimpiade, Ministero, Coni, Figc, soldi, posti e riforme: lo sport italiano si prepara alla svolta a destra

Abodi alla guida della fondazione Milano-Cortina ma puntava a fare il ministro. L’attesa delle urne, gli uomini di Fdi. Il presidente Coni tesse ma Sciscioli firma l’ultima velenosa stoccata del Governo
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Sono tutti in attesa: istituzioni mondiali ed europee, mondo della finanza, imprenditori, lavoratori, disoccupati, ricchi e poveri. Anche il mondo dello sport italiano è lì, freneticamente ad aspettare il verdetto. Tutto bloccato, congelato, rimandato: anche nodi cruciali che da giorni attendono di essere sciolti perché ci sono caselle da riempire. E allora, un rosario di quesiti. Ci sarà un ministro dello Sport come vorrebbe il capo del Coni Giovanni Malagò, o le deleghe saranno affidate a un sottosegretario, come successo con la Vezzali, fiero avversario del suddetto Malagò? E i rapporti tra Coni e “Sport e Salute SpA” miglioreranno, magari con nuovi innesti? Chi andrà al Dipartimento dello Sport, centro strategico dal quale passano – nel 2021 sono stati 278 – milioni e milioni? Chi sarà l’amministratore delegato della fondazione olimpica Milano-Cortina? E come cambieranno gli equilibri dentro la Federcalcio? Cosa ne sarà del dossier sulla candidatura all’Europeo del 2032 per il quale tanto si è speso Gabriele Gravina? Tra sondaggi, exit-poll e vox populi, nell’attesa dell’esito delle urne intanto ci si attrezza, ci si riallinea, ci si sposta. Ci si allena. Restando in fiduciosa attesa.

L’attesa per Giorgia. Succede altrove, figurarsi nel mondo dello sport italiano. Tanto per dire, Cassa Depositi e Prestiti attende il nuovo Governo per l’offerta sulle utenze Tim mentre non solo via telefono corrono e scorrono sondaggi e previsioni. L’Italia tenderebbe verso destra, pronta a essere governata da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. La “svolta” è una lettura accostata in ogni dove, una tendenza che già si leggerebbe in tanti settori: ad esempio nell’elezione dei magistrati togati del Csm che ha registrato la vittoria della corrente conservatrice di Magistratura Indipendente. Oppure la finanza planetaria – da Ubs a Goldman Sachs – che prevede una vittoria delle destre ammonendo sui rischi di un aumento (fuori controllo) del deficit. “I big della Finanza aspettano Meloni” titolava qualche giorno fa un quotidiano nazionale. Un altro, sempre qualche giorno fa, dava conto di un reportage tra vecchi e nuovi poveri, tutti in fila per un pasto: “Tutti promettono ma ci piace Giorgia”. Anche in Rai pare si registri il consueto riposizionamento-allineamento: tutti in attesa di valzer e nomine. Anche Medio Credito Centrale quattro giorni fa ha fatto slittare la pur tanto attesa e strategica nomina del nuovo amministratore delegato: in pole pare ci fosse il 62enne Andrea Abodi, attuale presidente dell’istituto di Credito Sportivo (istituto bancario pubblico) ma candidato numero uno a ben altra poltrona. Quella di amministratore delegato della Fondazione Milano-Cortina, ovvero la poltrona di guida e comando delle Olimpiadi invernali che nel 2026 dovrebbero tenersi in Italia. L’assegnazione del Cio è datata giugno 2019, ma da tre anni non è praticamente successo nulla.

Lo stallo, il deficit. Il vuoto e la figuraccia. La premessa-promessa fu che il Governo non ci avrebbe messo un euro: e invece non solo lo Stato ci ha già profuso oltre un miliardo, cifra che aumenterà visto il fabbisogno di almeno altri 600 milioni di euro, ma è stato costretto a entrare nella Fondazione, creata a dicembre 2019. Dieci giorni fa invece il presidente del Cio Thomas Bach è stato a Roma, ospite del Coni e di Malagò che l’hanno insignito della più alta onorificenza, il “Collare d’oro”: insieme hanno poi incontrato il premier uscente Mario Draghi per parlare proprio dell’evento a cinque cerchi previsto a febbraio del 2026 tra Lombardia e Veneto. A Palazzo Chigi non c’era l’amministratore delegato delle “Olimpiadi” semplicemente perché ancora non c’è: quello precedente e cioè Vincenzo Novari, depotenziato da mesi visti anche i risultati (numeri assai modesti, sfiducia unanime) definitivamente “sciolto” al caldo di Ferragosto. Figuraccia planetaria parzialmente tamponata con un’indiscrezione diventata di dominio pubblico, ufficiosa in attesa solo dell’ufficialità. Il posto assegnato a Andrea Abodi: attesa già ai primi di settembre, data per ratificata a metà mese, la nomina è stata però rimandata.

I candidati. Anche qui, in attesa dell’esito delle urne, della formazione del nuovo Governo, delle scelte del nuovo premier. A quello uscente erano stati attributi pensieri su alcuni candidati, altri sarebbero invece spuntati e poi bruciati nel volgere di poche ore. Il ministro uscente Vittorio Colao, l’ex direttore generale Rai Flavio Cattaneo, il presidente della Fiera di Milano Enrico Pezzali, il manager Marco Alverà amministratore delegato di Snam fino ad aprile, mentre all’Enel e all’Eni, all’apice della parabola berlusconiana, c’era stato per lungo tempo Paolo Scaroni. Sembrava lui il prescelto di Draghi, accomunati anche da lunga amicizia: una “scelta” che aveva provocato più di un mal di pancia (eufemismo) tra le componenti politiche. Di maggioranza e opposizione, posto poi che tra qualche ora tutto potrebbe capovolgersi oppure niente, pareggio alle urne e attesa per il nuovo disegno. Ma poi ad esempio, come si sarebbe conciliato il ruolo di Scaroni con la vicenda San Siro? Draghi avrebbe così desistito pur se sarebbe stato proprio Scaroni a sfilarsi, pubblicamente. Magari per togliere dagli impicci l’amico premier. Il consigliere di Lega serie A, confermato nella carica (triennale) di presidente dalla nuova proprietà del Milan. «Cio e Coni volevano un impegno full-time che non posso ricoprire visti i tanti impegni, primo tra tutti il Milan. Però tranquilli, il 26 ci sarà il nuovo ad». Il vice-presidente di banca Rothschild – rivela qualche spiffero di palazzo romano – potrebbe però ricoprire comunque un ruolo nella fondazione, magari favorendo contatti da finalizzare in contratti di sponsorizzazione. A caccia di soldi e risorse, la caccia al nuovo a.d. avrebbe poi visto l’eliminazione anche di Michele Uva, partito tanti anni fa dalla Parmalat di Matera e – passando per Coni, Figc, Lega Basket e Volley – salito fino in Svizzera, nella sede dell’Uefa. A Nyon ha ricoperto la carica di vice-presidente, attualmente è presidente di “Football & Social Responsability”. Pare però voglia tornare in Italia – i rapporti con Ceferin, lui che è stato assai vicino a Andrea Agnelli, non sono più idilliaci – ma la vicinanza con Enrico Letta non l’ha comunque agevolato nella corsa a Milano-Cortina come non lo ha aiutato l’endorsement del dg di “Sport e Salute”, Diego Nepi. Anche perché Gianni Malagò non sarebbe stato entusiasta, e anche perché la sua scelta non avrebbe raccolto ampia condivisione da tutte le forze politiche. Draghi ha preferito così che se ne occupasse la nuova maggioranza pur se il lavorio – la scelta è delicata assai, ne va non solo del prestigio delle istituzioni sportive italiane ma proprio dell’immagine del Paese, si è a tre anni dallo start olimpico e manca proprio tutto, impianti, infrastrutture, sponsor etc etc – è continuato fino alla scelta del…prescelto.

La scelta e gli spifferi. Andrea Abodi è il nome che mette (metterebbe) – come si suol dire – tutti d’accordo. In fondo l’unico che gli frappose ostacoli – il pentastellato ex ministro Spadafora – è scomparso dalla scena. Politicamente è ben messo nell’arco costituzionale: destra, sinistra, centro. Amministrativamente, pur se con qualche lieve reflusso gastrico: Regione Veneto e Regione Lombardia, Milano, Cortina d’Ampezzo, le province autonome di Trento e Bolzano, tutte le anime cioè che stanno dentro la Fondazione. Ed è nome assai gradito a Giovanni Malagò che mantiene anche la carica di presidente di “Milano-Cortina” 2026. Romano, laureato in Economia e Commercio specializzatosi in marketing, dopo prestigiose esperienze nel privato, Abodi è stato presidente della Lega serie B e nel cda della “Coni servizi”. Fu nominato presidente del Credito Sportivo italiano dal ministro Luca Lotti quando il premier era il pd Paolo Gentiloni. Ha riconosciute capacità manageriali, ha competenza, ha anche un bel carattere: qualcuno sostiene che la spinta a Milano Cortina gli sia stata data anche per evitare di “ritrovarselo da qualche altra parte”. E già, perché la voce ricorrente, forte e accreditata nei palazzi non solo romani della politica era che Abodi tenesse e puntasse alla carica di ministro dello Sport nel nuovo governo, o almeno a quella di sottosegretario con delega allo Sport, delega dell’uscente Valentina Vezzali che pur avendo smesso il fioretto da anni non ha lesinato parate, risposte e stoccate specie nei confronti di Malagò e Gravina in un anno e mezzo di carica. Di destra, anni fa proprio Giorgia Meloni accarezzò l’idea di candidarlo a sindaco di Roma ricevendo però un cortese rifiuto, Abodi ha le capacità per attrarre investitori, per accendere la macchina organizzativa e per portare in porto un evento planetario e straordinario come lo è un’Olimpiade. È considerato anche “un tagliatore” di teste ma soprattutto di sprechi e inefficienze: magari anche per questo parte dell’establishment politico-sportivo italiano fa il tifo affinché la designazione diventi presto ufficialità, pronta come è ad occupare anche la poltrona che lascerà al Credito. Ci sono anche altre poltrone da occupare e ci sono percorsi da seguire, caselle da occupare e poltrone – strategiche – da assegnare. Ritrovarselo ministro oppure sottosegretario – pensa più di qualcuno – potrebbe comportare intralci e problemi. La soluzione comunque pare dietro l’angolo. Bruciato sul soffio di lana nel 2017 (prese il 46%) da Carlo Tavecchio alle elezioni Figc del 2017, bruciato nella corsa a presidente della Lega serie A nello scorso febbraio, Abodi incrocia le dita e aspetta la nomina. Ben visto e caldeggiato da tutte le forze politiche, figurarsi poi se ci fosse la vittoria della coalizione di destra e soprattutto l’ascesa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La nomina (stipendio da mezzo milione l’anno) arriverà già il 26 settembre, come annunciato da Scaroni e come ha lasciato intendere Malagò dopo l’incontro con Draghi e Bach? Chissà. Di certo la Meloni ha annunciato che, comunque vadano le cose, lei per tre giorni sarà con la figlia, irrintracciabile. E dipenderà dall’esito delle urne, mentre il centro e la sinistra lottano in parecchi collegi, specie al Sud: l’ipotesi di un precario equilibrio al Senato è variabile da mettere in conto. Come in una partita di calcio, il pronostico pende tutto da una parte: però mai dire mai, pareggi, ribaltamenti e vittorie insperate sono sempre possibili. Comunque, Giorgia o non Giorgia, vittoria dell’uno o dell’altro schieramento oppure pareggio, Abodi naviga verso la nomina. Milano-Cortina non può più aspettare, non può più restare impantanata tra ritardi, veti e pastoie politiche.

Conti in rosso e conti da regolare. «Il 26 settembre sceglieremo in modo unanime su una candidatura di ad che trova d’accordo tutti gli stakeholders impegnati nella gara. I tempi saranno tutti rispettati per quanto riguarda la struttura di cui sono presidente, non ho dubbi. Invece le opere infrastrutturali che devono essere fatte, dipendono da un’agenzia pubblica che è in capo al ministero delle Infrastrutture ed enti locali. Spetta a loro intervenire, vedremo come». Così Giovanni Malagò in un’intervista dell’11 settembre al Quotidiano Nazionale. Il passo della fondazione Milano-Cortina è lento, lentissimo. Anzi, in stallo da più di un pezzo. Eppure il presidente del Coni Malagò anche in questi giorni, nel corso di continue interviste in ogni dove, ha continuato a spargere ottimismo e bordate. Come se non fosse anche il presidente della Fondazione. «È emergenza? No, ma potrebbe diventarla. Basta perdere tempo. Il Cio chiede completa assunzione di responsabilità da parte degli organi di Governo. Bisogna accelerare, ma ho fiducia». In realtà più che accelerare si tratterebbe di cominciare. Con tre anni di ritardo. E le Olimpiadi iniziano fra tre anni. Fin qui sarebbero stati già bruciati 30 milioni, la pianificazione è a zero, di sponsor ne sono stati trovati solo due (ma sono già partner del Coni), servirebbe oltre mezzo miliardo dai privati ma intanto è lo Stato a dover finanziare, col Governo costretto a entrare nella Fondazione. A giugno Draghi aveva ricevuto una lettera da Zaia, Fontana, dai sindaci di Milano e Cortina: chiedevano un incontro urgente, vista la situazione. I lavori alle strutture sportive da costruire o modernizzare sono praticamente al palo, senza parlare delle infrastrutture: vi è stato infilato praticamente di tutto, da strade a gallerie, l’occasione giusta avranno pensato gli amministratori locali di infilarci promesse e progetti nel conto olimpico. In realtà delle infrastrutture – ben 74 opere – dovrebbe occuparsene una società pubblica, la Simico Spa il cui commissario è Luigi Valerio Sant’Andrea, dicono vicino all’area del Pd. Tutto fermo anche qui: la previsione è che oltre i trequarti delle opere non saranno completati nel 2026. Chissà quando, chissà con quali soldi, chissà se mai vedranno la luce. Il costo delle opere all’inizio era stato stabilito in 1,9 miliardi di euro. Quando arrivò l’ok alla candidatura, era stato promesso che non si sarebbe trattato di soldi pubblici. E invece è accaduto il contrario. In più, il conto è destinato a salire: la previsione attuale è di mezzo miliardo in più. Per ora. In attesa dell’ad di Milano-Cortina, andava comunque adeguato lo statuto. Nel cda della fondazione siedono 14 membri. Sette nominati d’intesa dal Coni e dal Comitato Paralimpico, uno di questi ha la funzione di presidente: Giovanni Malagò. Sei invece spettano agli “organizzatori”: uno al Veneto, uno alla Lombardia, uno a Milano, uno a Cortina, uno alla Provincia di Trento e uno alla Provincia di Bolzano. Il settimo è invece l’amministratore delegato che deve essere nominato con decreto dal Presidente del Consiglio dei Ministri. In attesa di Abodi e del verdetto delle urne, aspetta pure il presidente del Coni che però continua a muoversi, a parlare. Gli è stato chiesto, in un’intervista: se la destra vince e la Meloni diventa premier, cosa teme possa succedere? La risposta. «Non sono affatto preoccupato, ove ci fosse questo tipo di risultato elettorale. Mi preoccupo solo se la persona che avrà la delega allo sport – che avrebbe bisogno di un vero ministero, dotato di portafoglio – ascolterà la politica e non lo sport. Siamo il Paese che ospiterà le Olimpiadi. Della Meloni ho piena fiducia. È sempre stata all’opposizione, ma ha avuto sempre un rapporto positivo e rispettoso verso lo sport. È abituata a mantenere la parola data. Ma dico a tutti: chi non rispetta l’autonomia dello sport compie un clamoroso errore, un autogol». La chiusura della frase come un monito ai naviganti, sulla scia di un antico proverbio sempre attuale: la botte piena e la moglie ubriaca. «Chiediamo il supporto col portafoglio, e l’autonomia che abbiamo sempre voluto. Tutto qua».

Veti, faide e bordate. Sistemata la casella olimpica, ci sarebbero tante altre e importanti caselle sportive da riempire. La corsa elettorale non ha fatto altro che alimentare ancor più a fiamma alta il clima belligerante nel mondo delle malandate istituzioni sportive italiane che fortunatamente e un po’ inspiegabilmente – tranne che per il calcio – non si rispecchiano nei risultati sportivi che quest’anno ancor di più sono stati straordinari. Basterebbe rileggere questa frase di Malagò, per capire come si vada ancora allo scontro. «Vogliamo che la politica si occupi di sport e non occupi lo sport, come di recente è avvenuto. È inelegante fare riferimenti personali e diretti e conservo personali rapporti eccellenti con il presidente Draghi, ma il mondo dello sport è rimasto molto stupito da chi, pur avendolo a lungo rappresentato, sembra che, invece, e da sempre, faccia parte della politica». Senza nemmeno nominarlo, il siluro come per affossare il sottosegretario con delega allo Sport Valentina Vezzali: l’ex pluricampionessa olimpica di scherma nell’anno e mezzo di carica ha dovuto cimentarsi in parecchi scontri col capo del Coni e col capo della Figc. Ha intessuto parecchi rapporti politici e sportivi, ha frenato soprattutto le mire e le richieste di Coni e Figc, ha provato a tener la barra dritta e il Governo al centro delle vicende. Una leonessa in pedana che adesso punta alla (ri)conferma e all’ingresso in Parlamento. Dopo aver aderito in primavera in Forza Italia (nel 2013 era in Scelta Civica di Mario Monti), corre come capolista nel collegio plurinominale della Marche e in quello del Trentino. Mantiene rapporti cordiali con la Meloni e col ministro leghista Giorgetti. Se ci sarà il Ministero, punta a quel posto ma ha come baluardo Malagò che dice e non dice eppure a quel posto vorrebbe piazzarsi proprio lui oppure mettervi un fedelissimo. Pienamente dentro l’agone politico-elettorale, il presidente a cinque cerchi. Se non ci sarà Ministero, toccherà di nuovo a un sottosegretario con delega occuparsi della materia assai complessa visto anche il momento e la richiesta di aiuti e sostegni che arriva da tutte le federazioni, le associazioni, le leghe e le società sportive. Un posto delicato, decisivo. Basti pensare che nei poteri dell’uscente sottosegretario c’erano anche quelli di indirizzo e vigilanza sul Coni, sul Cip (comitato Paralimpico), su “Sport e Salute SpA” il cui azionista unico è il Ministero dell’Economia, e d’intesa col ministero della Cultura ha poteri di indirizzo e vigilanza sul Credito Sportivo. Istituto che avrebbe bisogno di un nuovo capo con la nomina di Abodi alla fondazione olimpica. Per il posto di ministro o sottosegretario però corono in tanti, magari per questo tutti felici e contenti di “sbarazzarsi” di Abodi. Così come è da capire cosa ne sarà di Vito Cozzoli, presidente e amministratore delegato di “Sport e Salute SpA” visti i rapporti sempre tesi con Malagò e viste le continue richieste di quest’ultimo. Qualche giorno fa i due si sono ritrovati insieme in occasione della terza edizione degli “Stati Generali del mondo del lavoro e dello sport”. All’incontro, ironia della sorte, c’era pure Abodi. Cozzoli ha ribadito come «siamo in crescita sotto tutti i punti di vista», mentre Malagò ha continuato nella sua richiesta di aiuti da parte del Governo senza lesinare una stoccata politica, «tutti quelli che si sono messi contro di noi poi ne sono usciti sconfitti». Pare molto più di un avviso ai naviganti, come un manifesto: il rapporto con la Meloni è ben saldo, e se Meloni sarà Malagò è pronto al risiko. “Come era bello l’inizio della fine”. È il titolo dell’ultimo libro di Vittorio Feltri: nel corso di una presentazione a maggio, c’erano insieme il numero uno del Coni e l’aspirante premier. Chissà se il titolo sarà profetico anche dopo le urne.

L’ultima bordata Governo-Coni. Intanto si registra proprio nelle ultime ore una bordata governativa nei confronti di Malagò. La lettera (23 settembre, ieri) porta la firma del capo Dipartimento Sport Michele Sciscioli ed è indirizzata alle Federazioni sportive, alle discipline sportive, agli enti di promozione sportiva e per conoscenza a Coni e Comitato Paralimpico. L’oggetto è il registro delle attività sportive dilettantistiche, la missiva sbriciola la delibera del 15 settembre adottata dal Consiglio nazionale del Coni. In sostanza il Governo dice: il nuovo registro fa capo al Dipartimento Sport e non più al Coni al quale è però garantito l’accesso, sarebbe solo un “inutile aggravio di costi e adempimenti”. Ai limiti, se non oltre, dello scontro istituzionale.

Destra in attesa. Barbaro, Rampelli, Lollobrigida: sono solo alcuni nomi che circolano insistentemente per incarichi politici e governativi in chiave sportiva, se al Governo andasse Giorgia Meloni. Sono tutti fedelissimi della leader di Fratelli d’Italia, l’accompagnano spesso e non l’hanno fatto solo negli ultimi giorni di campagna elettorale. Tutti corrono, ambirebbero, al posto di ministro o sottosegretario. Francesco Lollobrigida ha sposato la sorella della Meloni, insieme fondarono anni fa Fratelli d’Italia. È stato assessore allo sport del Comune di Ardea, negli ultimi mesi s’è spesso accostato alle vicende sportive e – raccontano – frenato perché avrebbe voluto attaccare Gravina, presidente federale, dopo l’eliminazione ai Mondiali. Capogruppo uscente alla Camera (corre come capolista nel collegio plurinominale Lazio 1 e 2) dopo l’elezione a vice-presidente di Montecitorio di Fabio Rampelli che è un ex nazionale di nuoto e responsabile dello Sport nel partito della Meloni, anche lui in corsa nelle elezioni di domani. Entrambi erano presenti, come pure la Meloni e come anche Malagò e come Nepi, all’assemblea elettiva di Opes tenutasi a maggio nel Salone d’Onore del Coni che ha eletto presidente Juri Morico. Opes è una rete di terzo settore ed ente di promozione sportiva riconosciuto dal Coni, da sempre legato al mondo della destra e in questi anni ancor più a Fratelli d’Italia dopo i vari passaggi di denominazione e persone del partito che fu di Almirante. Jurico è succeduto a Marco Perissa, ex Gioventù Nazionale, anche lui in corsa per una carica in ambito sportivo. Tra i candidati di Fdi c’è anche l’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, ex procuratore capo della Figc, sostituito poi da Chinè. Altro candidato “forte” è Claudio Barbaro, presidente Asi (Alleanza sportiva italiana), già membro di Giunta Coni, eletto senatore in Campania nelle file della Lega, era passato al Gruppo Misto prima di aderire a Fratelli d’Italia: abita a Formello ma corre di nuovo in Campania. A proposito di Formello, c’è anche Claudio Lotito che corre per un posto nel nuovo Senato. Tra proclami, qualche inciampo e tante promesse, «dove mi metto, risolvo», «porterò il Molise in Senato», il presidente della Lazio punta a un posto strategico a Palazzo Madama, magari nella commissione che si occupa anche di sport e finanza. Protagonista di un lungo duello – non ancora terminato – col presidente della Figc Gabriele Gravina, nel corso degli ultimi mesi s’è ripreso share e governo della Lega di serie A guidata da Lorenzo Casini che ha lasciato il posto al ministero della Cultura di Dario Franceschini. Corre per Forza Italia Claudio Lotito, nello stesso partito per cui corre la Vezzali: tra i due s’è registrata una discreta sintonia e soprattutto un lavoro che ha prodotto qualche risultato concreto per il pallone tricolore, dal rinvio del pagamento di tasse, imposte e Irpef ad altro, ad esempio l’abbattimento di alcuni vincoli della legge Melandri. Il limite adesso è inizio dicembre (milioni e milioni dovranno essere versati) e dal pallone arrivano grida di dolore e aiuto. Per Forza Italia corre anche Paolo Barelli, da oltre vent’anni presidente Federnuoto. Il braccio destro di Tajani e grande antagonista (insieme a Binaghi) di Malagò, corre in realtà un po’ azzoppato vista la sospensione comminatagli dal Comitato etico della Fina, la federazione mondiale del nuoto, dopo un esposto per presunti illeciti. Malagò s’è tenuto (stranamente?) lontano dalla vicenda: «Il Coni non interverrà, assolutamente, ci auguriamo che presto si chiarisca tutto». Intanto Barelli è capolista nel plurinominale nel Lazio. Prima della sospensione, era tra i papabili più accreditati per la poltrona di sottosegretario allo sport o come vice-ministro. Adesso, chissà.

Caselle e pedine. A proposito di ministeri e ruoli, un altro posto chiave, in termini sportivi, è quello del capo del Dipartimento Sport. Nel 2021 di milioni da quel dipartimento sono passati 278 milioni di euro. L’uscente capo è Michele Sciscioli, ruolo che aveva già ricoperto nel primo governo Conte e poi ripreso con la nomina da quello di Draghi, nomina a firma del sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei Ministri Roberto Garofoli, nomina si racconta voluta fortemente da Giancarlo Giorgetti, titolare (uscente) del Ministero dello Sviluppo Economico e sottosegretario con delega allo Sport dal giugno 2018 a settembre 2019, quando il premier era Conte. Sciscioli in precedenza aveva lavorato per la Sogin, società deputata a smaltire scorie nucleari: pare facesse base a Mosca, dove la società aveva aperto una sede per onorare l’accordo dell’epoca BerlusconiPutin sullo smantellamento dei sottomarini nucleari. Sciscioli è – dicono – un fedelissimo di Giorgetti che s’è ritrovato al Dipartimento Sport nominato però dalla Vezzali. Nella squadra dell’uscente sottosegretario figura anche l’avvocato Mario Morelli, in passato avvocato di Infront. Era lui il legale della società di Bogarelli e Ciocchetti ai tempi della roboante inchiesta sulla vendita dei diritti tv, in quel tempo Abodi era presidente della Lega di serie B. Entrato pure lui nella fondazione “Milano-Cortina”, l’avvocato Morelli con Giorgetti a Palazzo Chigi scrisse la riforma dello sport che avrebbe dovuto “arginare” Malagò. Nominato “consigliere giuridico” dalla Vezzali, fa parte di una squadra allenata e rodata nella quale compare anche l’avvocato Francesco Soro, già capo affari legislativi e istituzionali della presidenza Coni e già in “Sport e Salute”, nominato qualche mese fa da Giorgetti direttore generale per i servizi di comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali del Mise.

Il pallone della Figc. Il 28 luglio, proprio mentre il Governo Draghi stava cadendo, il presidente della Figc Gabriele Gravina annunciava, con una nota diffusa dalle agenzie di stampa: «Ho mandato una mail a Draghi per evidenziare il termine perentorio del 16 novembre entro il quale presentare alla Uefa il dossier che dovrà contenere le garanzie governative. Non vogliamo rischiare di arrivare lunghi». Il dossier sarebbe quello che il Governo – a questo punto il nuovo – dovrebbe presentare per sostenere la candidatura dell’Italia a organizzare l’Europeo del 2032. Garanzie per due miliardi di euro. Che accadrà? Gravina si augura di non arrivare lunghi, la candidatura all’Europeo ma soprattutto l’eventuale assegnazione, significherebbe una carta importante per sostenersi in via Allegri e soprattutto un modo per onorare le promesse fatte ai club e ai proprietari in materia di costruzione di nuovi impianti. Più che il rischio di arrivare lunghi, il presidente federale si augura non si abbatta su di lui e sul suo governo federale una valanga di sfiducia da parte del mondo politico ma soprattutto da quello governativo. In questi anni ha intrattenuto buoni rapporti con molti esponenti di forze politiche, dalle formazioni centriste a quelle del Pd (si ricordano negli ultimi mesi tra i più attivi la Sbrollini e Nannicini), intrattiene buoni rapporti con il ministro Franceschini (anche attraverso Salvo Nastasi, da poco passato alla Siae) ad esempio così come con Giorgetti. Come presidente del comitato organizzatore dell’Europeo aveva accarezzato (forse l’accarezza ancora) l’idea di candidare Rocco Sabelli che fu nominato dall’esponente leghista presidente di “Sport e salute”, incarico durato pochi mesi, fino cioè alle dimissioni dopo le baruffe col ministro pentastellato Vincenzo Spadafora. Qualche mese fa il suo nome era stato accostato all’Ilva, designato come amministratore da Giorgetti la cui figlia ha svolto (pare stia continuando ancora) uno stage al “Club Italia”. Da un mese Rocco Sabelli è però diventato presidente di Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e sviluppo d’impresa con decreto del Mise di concerto con il Mef: l’ad in uscita è Bernardo Mattarella, nipote di Sergio, presidente della Repubblica. Tornando a Gravina, qualche mese fa correva voce di una sua possibile candidatura alle Politiche, ipotesi rimasta solo sulla carta come la voce estiva che lo avrebbe visto sondato dall’area centrista guidata da Carlo Calenda. L’area di riferimento in questi anni è sempre stata quella del centro-sinistra (compresa quella dell’ex segretario del Pd, Zingaretti), questione anche di antiche amicizie come ad esempio quella con Giovanni Legnini, ex vice-presidente del Csm e candidato (non eletto) nel Pd alle Regionali del 2018 in Abruzzo, attualmente commissario straordinario del Governo alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia. Un po’ scoperto (e magari tutto da scoprire) sarebbe il versante dei rapporti con la destra, specie quella che fa riferimento alla Meloni. Di certo non corrono buoni rapporti con Andrea Montemurro, ex responsabile della Divisione calcio a 5. Pare inoltre che dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, l’area di Fdi volesse puntare l’indice sulla presidenza Gravina ma si sarebbe fermata visto che l’assalto avrebbe potuto travolgere anche il ct Roberto Mancini, marchigiano di Jesi come la Vezzali e “volto-immagine” negli spot di promozione turistica della Regione, guidata da Francesco Acquaroli che è un fedelissimo proprio della Meloni. Uno degli uomini più vicini a Gravina è l’avvocato Giancarlo Viglione, lucano d’origine. Diverse le sue esperienze nei ministeri, la prima fu con Alfonso Pecoraro Scanio. L’area di riferimento è quella che farebbe capo al ministro uscente (lucano) Roberto Speranza e a quella di un altro esponente meridionale, e cioè il pugliese Francesco Boccia del Pd. Chi rischia di perdere l’incarico ministeriale è Giuseppe Chinè, capo della Procura Figc ma anche capo di Gabinetto del Mef (a capo del Legislativo del ministero dell’Economia c’è il giudice sportivo di serie A Gerardo Mastrandrea), voluto un anno e mezzo fa dal sottosegretario Roberto Garofoli e sul quale s’era speso anche il capo di Gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello. Entrambi sono di matrice gentiloniana: l’imminente spoil-system li allontanerà da Palazzo Chigi e in via XX Settembre potrebbe non occupare più la poltrona Chinè che ironia della sorte potrebbe vedere in Parlamento il suo predecessore alla procura federale, e cioè Pecoraro. Il tetto dei 240mila euro agli stipendi per gli alti dirigenti pubblici – prima tolto e poi rimesso – rischia di restare come uno degli ultimi atti di un’esperienza governativa che pare destinata a passare il testimone. Tutti si aspettano Giorgia al Governo. Pure quelli dello sport. Ventiquattro ore, e l’attesa sarà finita. Poi, inizierà la vera partita. In ballo ci sono soldi (circa un miliardo del Pnrr), potere, consenso, autonomia.

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