INDISCRETO

Italia femminile, parte il sogno Europeo della nazionale. Ma il professionismo voluto dalla Figc è solo uno spot

L’Equipe e l’onore alle azzurre. La federazione parla di svolta. Poche risorse, nessuna sostenibilità, lotta con la Lega serie A e mercantificio dei titoli: la svolta rischia di uccidere il movimento
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Sotto il vestito, niente. Stasera l’Italia femminile esordirà all’Europeo in Inghilterra sfidando la Francia. Articoli di quotidiani e servizi tv a iosa: ci sarebbe l’imbarazzo della scelta su dove buttare l’occhio e dove prestar orecchio. Come d’incanto e d’abitudine, da qualche giorno governo calcistico e informazione tutta s’occupano delle vicende del femminile come fossero pane quotidiano, stando però sempre bene attenti a infornare solo i panetti dolci. Come una vetrina, da lucidare e sfruttare: cosa ci sia davvero dentro importa a pochi, come sia il vestito importa forse solo alle calciatrici, certo non solo a quelle che indossano l’azzurro. Ora però conta che l’Italdonne insegua quel sogno diventato realtà un anno fa dagli uomini ma che soprattutto per qualche giorno faccia audience, catturi spettatori, allontani cattivi pensieri. Fa comodo anche alla Figc e al suo presidente che ha ospitato nella sua Castel di Sangro l’ultima parte del ritiro, che in tv si è speso con parole e annunci da consumato presidente del “Club Italia”: magari chissà, l’Italdonne fa come gli Azzurri. Come fosse un impresario di avanspettacolo, in un amen di certo organizzerebbe almeno una nuova sfilata per le strade di Roma.

Oggi il grande giorno, è il giorno dell’esordio. Tra i tanti titoli di quotidiani, ce n’è uno che però arriva dall’estero. “Italie, honneur aux dames”. Titola così L’Equipe: “Italia, onore alle donne”. Già, onore alle calciatrici italiane che – anche per l’Equipe – tengono alto l’onore del calcio italiano che per la seconda volta non s’è qualificato ai Mondiali.

Onore alle donne, onore e soprattutto solidarietà alle calciatrici italiane. In questi ultimi mesi destinatarie di un provvedimento che – al solito, la grancassa è sempre una bottega in funzione – è stato definito «come epocale, come una svolta» da Gabriele Gravina. Sarebbe il passaggio al professionismo. «Una conquista di civiltà. Una giornata storica, da festeggiare e celebrare tutti insieme, siamo la prima federazione che…»: queste le parole del presidente federale affidate al sito federale il 30 giugno. Dall’1 luglio le calciatrici italiane sono riconosciute come professioniste. Effetti concreti? Bah, per ora è tutto un quiz. Si potrebbe magari partire dalle parole di Giovanni Malagò a maggio, quando si arrivò alla…svolta. «C`è un problema: i fondi stanziati non sono sufficienti neppure per la prima stagione e dunque tutto va a carico delle società. Molti fanno fatica già ora senza obblighi contributivi, figuriamoci col professionismo». Seguirono le parole di un trionfante Gravina che, dopo aver rivendicato i meriti, avrebbe al solito scaricato la palla ad altri. «Dodici milioni sono un supporto, ma non risolvono il problema, chiediamo concretezza al Governo perché il processo è costosissimo». Il riferimento era ai 12 milioni contenuti nel “decreto Nannicini”. Soldi spesi prima ancora di averli ricevuti (spalmati in 4 anni, quelli 2021 non sono ancora arrivati): per inciso ci vorrebbe un capitolo a parte, ma alla fine dei conti questi 12 milioni si sono tradotti nell’ultima stagione in 240mila euro a club a fronte di spese tra 1 e 4 milioni ciascuno. Questi i conti dell’ultima stagione appena chiusa, serie A a 12 squadre: rimborsi spese per infrastrutture che vanno da 84 mila a 188 mila, in base alla richiesta che ne fanno i club, più 40 mila euro per i tamponi); 696mila euro di diritti tv di cui l’80% circa va restituito per i costi di produzione (alla fine a ogni club vanno circa 15 mila euro); dai 985 mila di sponsorizzazioni (di cui il 10% va al fondo solidarietà per la B) a ogni club arrivano 73.800 euro; i contributi Figc sono 500 mila (di cui il 40% fisso, il 60% sul numero delle giovani tesserate), che fa 30 mila euro a società. Dunque 240mila euro a club a fronte di spese tra 1 e 4 milioni. E non c’era ancora il professionismo, dunque società ancora non obbligate a versare i contributi.

La chiamata in causa al Governo? Il provvedimento l’ha voluto Gravina combinandolo con una parte politica del Governo, cioè il Pd. Un provvedimento spot, almeno per ora, tanto che persino il “solerte” sindacalista Umberto Calcagno dell’Aic ma vice-presidente vicario federale, non s’è speso in commenti entusiastici. E che dire poi della battaglia iniziata da tempo tra Figc e Lega A che in prima battuta aveva votato no in consiglio federale? La federazione vorrebbe tenersi l’ala della divisione femminile mentre i club, “costretti ad avere anche la squadra femminile” vogliono infilarla sotto la propria giurisdizione creando una Lega femminile. E cosa dire del “mercantificio” (ultimo della serie, il passaggio del titolo dall’Empoli al Parma) dei titoli dei club? Ne stanno accadendo di tutti i colori mentre il vestito del professionismo dal manichino rischia di passare in fretta allo scheletro. Per inseguire la campagna della parità di genere si rischia di far morire nella culla l’intero movimento. Che non ha risorse, che non ha sponsor, che non ha visibilità, che non ha seguito. Che soprattutto non è stato dotato di sostenibilità. Che avrebbe meritato ben altro che un misero spot. Perché sotto il vestito purtroppo non c’è niente. Si intravede solo il contorno di un altro flop.

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