INDISCRETO

Gravina, Ghirelli, Abete e company: il calcio italiano continua ad essere un cinepallone. Il silenzio sulla Lega Pro

L’ennesimo pasticcio che coinvolge il campionato di serie C tra promesse e intrecci riporta sulla scena protagonisti decennali che hanno condotto il movimento tricolore nel baratro
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«Presidente, lei vorrei chiedere solo una cosa, una specie di regalo personale: mi farebbe fare una parte in uno dei suoi film?». È una frase che riporta indietro di anni. Si tramanda come una sorta di leggenda popolare ma tanto leggenda pare non sia. Sarebbe comunque la richiesta che anni fa formulò l’allora presidente di seri C Mario Macalli al da poco proprietario del Napoli, Aurelio De Laurentiis produttore specie di “cine-panettoni”. La richiesta purtroppo non fu esaudita, di Macalli attore non vi sono tracce. Qualche mese fa ha purtroppo lasciato la vita terrena e il suo ex segretario generale – col quale ebbe un rapporto burrascoso (lo licenziò ma poi l’ex politico di Gubbio vinse la causa di reintegro) gli dedicò per l’occasione parole sentite e struggenti. Roba da farci un film melodrammatico, ricordando che poi sulla Lega Pro sarebbe stata affissa prima la targa di Gravina e dal 2018, in una sorta di staffetta, quella proprio di Francesco Ghirelli.

Sulla targa del portone di Lega Pro, “il campionato degli italiani, il calcio che fa bene al Paese” secondo la definizione coniata proprio da Ghirelli, da cinque giorni è invece affisso il cartello “chiuso per cause”. Gironi definiti ma congelati, calendario rinviato due volte (la seconda volta a poche ore dal varo, tutti gli invitati al “Salone delle feste” del Coni costretti a lasciare il ballo), sospeso l’inizio della Coppa Italia prevista per il 21, e per giunta pure quello del campionato previsto per il 28, numero imprecisato di partecipanti: 60?, 61?, 62? Due società ripescate e ammesse nel limbo, due società bocciate ma ancor boccheggianti. Tutta “colpa” di un coraggioso decreto del presidente della Quinta Sezione del Consiglio di Stato Barra Caracciolo che, accogliendo il reclamo del Campobasso, ha rinviato la discussione nel merito al 25 di agosto, fissando un punto che potrebbe essere come il primo passo verso un’autentica rivoluzione, punto di non ritorno di una serie di pasticci (leggi qui, per avere il quadro completo) sulla questione delle licenze nazionali.

Da cinque giorni c’è il cartello “fare silenzio”: da cinque giorni non una riga sui tre quotidiani sportivi, se non qualche dispaccio dal fronte Lega Pro con gli intenti del Consiglio Direttivo (si riunirà sì, ma quando? Deciderà per il rinvio campionato a settembre) e le dichiarazioni del presidente Ghirelli che auspica «un cambiamento nelle decisioni della giustizia amministrativa nei confronti del calcio, e dopo le elezioni il tema va affrontato»: parole giunte dopo la bocciatura dell’istanza federale che chiedeva di accelerare il giudizio sul Campobasso. Tutto sospeso, come la domanda: ma Barra Caracciolo ci sarà il 25 nel collegio che giudicherà il ricorso? Il tema del film a questo punto potrebbe anche cambiare, tingendosi da thriller.

 

Però l’indole tutta italiana è per la commedia. La commedia italiana. Proprio in questi cinque giorni si aggiungono fotogrammi a fotogrammi, materiale che potrebbe servire, se non bastasse tutto quello fornito negli ultimi mesi, negli ultimi (tanti, lunghi) anni. Ghirelli che tace, il presidente federale Gravina che torna nella sua Castel di Sangro a respirare aria di montagna e che in tribuna – al suo fianco il braccio destro Viglione (il consulente legale della Figc che ha perso sul campo pure questa battaglia) – abbronzato e sorridente assiste alle evoluzioni del suo ex amico, ex nemico e ora di nuovo amico (ah, la multiproprietà) De Laurentiis che irrompendo sul campo se la prende con arbitro e assistente perché non tutelano i giocatori del Napoli vittima del gioco duro spagnolo. Non una parola, non un commento. Nemmeno sulla situazione della Lega Pro, lui che è il presidente federale. Magari è normale, magari è in vacanza. E quando si è in vacanza capita pure di trovarsi nella stessa panetteria del paese di montagna a osservare il banco insieme al presidente del Napoli. Ci sarebbe da fare un bel film: magari De Laurentiis potrebbe onorare quella richiesta inevasa di Macalli scritturando Ghirelli e Gravina. Un suggerimento per il titolo? Più che presidenti nel pallone, presidenti nel metaverso.

Dopo quattro anni di presidenza Ghirelli, dopo aver archiviato il governo Gravina, trasferitosi a Roma in Figc, si sta vivendo uno dei periodi più roventi della storia della Lega Pro che pure ne ha vissute tante. In vista delle prossime scadenze i leader del calcio italiano continuano a fantasticare tra propaganda e promesse irrealizzabili. In questi mesi Gravina ha riempito pagine (sul sito, una carrellata di pezzi). Ghirelli, mai pago di annunci, è passato dai campanili e i pulmini agli esports e gli NFT, dimenticandosi che la narrazione del “calcio che fa bene al Paese” potrebbe presto rivoltarsi contro di lui. Gabriele Gravina ha rispolverato l’artiglieria pesante: riforma dei campionati, licenze nazionali triennali e guerra alle plusvalenze: tutto annunciato, tutto sospeso, tutto rinviato. Giancarlo Abete, l’uomo buono per tutte le stagioni, ha ripreso la sua attività abituale: fingere che vada tutto bene dalla tolda della serie D, divisa e lacerata sempre più.

Intanto i presidenti di Lega Pro pare che stiano ripercorrendo le tappe che conducono alla sottovalutazione del problema, riducendo Ghirelli a una macchietta attempata, a una visione caricaturale che dovrebbe incutere “più pena che paura”. Qualcuno, sottovoce, dipinge Gravina, Ghirelli, Calcagno, Abete e company (aggiungiamoci Balata, ha visto mai che il presidente della Lega B dovesse offendersi per non esser stato menzionato tra i quadri del pallone italiano?) come un’armata Brancaleone che “non farà troppi danni e non durerà a lungo”. È più o meno la stessa frase che si ascolta da vent’anni quando si parla di questi signori, che intanto hanno ancora il potere di rappresentare il calcio e di muovere (sempre  peggio) i fili della politica. Sminuire la portata distruttiva di questa classe dirigente vuol dire consegnarle ancora una volta il futuro del calcio senza rendersi conto delle conseguenze. Nell’ultimo quadriennio hanno accentrato e rafforzato il loro potere. Considerando che si è ad un passo del punto di non ritorno, si può già escludere dalle opzioni la voce “non faranno danni”.

Continuare invece ad affidarsi a questa specie di quadrumvirato vuol dire arrivare al seppuku, il suicidio dei samurai attuato per espiare una colpa commessa o per non morire per mano dei nemici. Inconsciamente è ciò che i presidenti di società stanno perseguendo: sanno di essere responsabili di aver portato al potere alcuni elementi, ne avvertono la colpa ma non ammettono l’errore. Così perseverano, così riaffidano le proprie speranze a chi li ha già compromessi, così affondano la lama conoscendo il destino a cui andranno incontro. Eppure l’espiazione non può coinvolgere l’intera comunità, soprattutto quegli individui che hanno gli anticorpi contro quel virus, orgogliosi di un’immunità ideologica conquistata sul campo. Ma, come si è constatato durante la pandemia, tutti credono di essere virologi e prevale il negazionismo. Quindi quel virus non esiste, la fine del calcio italiano è solo una cantilena anacronistica e Gravina, Ghirelli, Calcagno e Abete risolveranno tutti i problemi dell’italico pallone. Ancora una volta, come in passato, nel Paese dei santi, poeti, navigatori e smemorati. Roba da farci un film, un cinepallone. “Il pallone italiano nel metaverso”.

 

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