L’ultima trovata del presidente della Figc Gabriele Gravina ha il sapore amaro della disperazione. In un momento in cui la sua posizione traballa sotto il peso continuo di risultati sportivi deludenti, scelte discutibili e un generale malcontento nel mondo del calcio italiano, il presidente federale, dopo la surreale gestione dell’esonero Spalletti e la mancata firma di Ranieri (pare a causa anche del memorandum situazionale e comportamentale che il consulente della famiglia Friedkin avrebbe dovuto osservare) ha così deciso di giocarsi la carta degli ex campioni del mondo. Dopo aver scelto un anno fa Gianluigi Buffon come capo delegazione (infausta la “prima”, con la disfatta in Germania all’Europeo), ecco che si affida a Rino Gattuso come ct della Nazionale, pare su consiglio di Buffon e del capo organizzativo del Club Italia, Mauro Vladovich. Insieme a “Ringhio”, spazio accanto al ct anche per i collaboratori Bonucci e Barzagli (quest’ultimo in una delle giovanili azzurre), e spazio anche a Zambrotta e Perrotta nella nuova area che, sotto la guida del neo dt Cesare Prandelli da anni uscito dal giro, dovrà sviluppare il talento azzurro coordinandosi col Settore tecnico (ancora in attesa di riempire il buco dopo l’addio a Albertini, un’altra bandiera…) e con il settore scolastico. Buffon prima, e ora Gattuso, Bonucci, Barzagli, Zambrotta, Perrotta: tutti messi in prima linea, sventolati come “bandiere” in una strategia comunicativa che sa più di cortina fumogena che di progetto. «Va in panchina un simbolo del nostro calcio, per Gattuso la maglia azzurra è una seconda pelle», ha detto Gravina in attesa dell’alzabandiera (pardon, della presentazione alla stampa) di giovedì con tutto il codazzo dei consiglieri federali sempre più passanti distratti e davanti a una folta platea che, al solito, assiste tra lo stupore e la resa.
Ma cosa c’entrano davvero questi nomi illustri, questi ex giocatori Campioni del Mondo nel 2006 a Berlino, con la crisi profonda che attraversa attualmente (siamo nel 2025) il calcio italiano? Nulla, se non per il loro valore simbolico, oggi piegato a una funzione protettiva, quasi come scudo umano a difesa di una poltrona, quella di via Allegri a Roma, sempre più instabile. La loro immagine pulita, il loro carisma, la loro storia, vengono così messi al servizio di una figura politica in evidente difficoltà, esponendoli inutilmente e rischiando di intaccare perfino il loro prestigio. L’ennesima opera di distrazione e maquillage, a fini propri e personali. A proposito di bandiere e di ex campioni del mondo.
«Quando il presidente Gravina l’ha incontrato e gli avrà chiesto di dimettersi dopo la figuraccia di Oslo, Spalletti doveva rispondere con un semplice “Tu ti dimetti?”. Perché non è possibile che i ct vanno e vengono, mentre nessun dirigente si prende mai una responsabilità per quel che sta succedendo. Quando ci fu il fallimento con Ventura che diede a sua volta le dimissioni, Tavecchio se ne andò.. Gravina, invece, non le ha date dopo la Macedonia del Nord e non le offre neanche adesso: se mandi via il ct, allora devi andare via anche tu che l’hai scelto».
Sono le parole di Marco Tardelli in un’intervista pubblicata qualche giorno fa su “La Stampa”. Nell’estate del 2020 l’ex campione del mondo, al tempo opinionista Rai, decise di candidarsi alla presidenza dell’Aic, il sindacato dei calciatori: c’era fermento intorno alla poltrona federale (Gravina duellava con Sibilia, elezioni rinviate causa Covid al 2021), e prima del voto iniziarono le grandi manovre. Come noto, la componente federale Aic ha una quota elettorale significativa (l’attuale presidente Umberto Calcagno è vice-presidente Figc): Marco Tardelli poteva rappresentare una variabile di peso nel computo dei voti. Intervenne allora la Rai (partner della Figc), che col direttore di Raisport dell’epoca, Auro Bulbarelli, fece capire a Tardelli che non avrebbe potuto mantenere i due ruoli. A ruota intervenne anche la Federcalcio. Con una nota di agenzia, fece irruzione così questo dispaccio: “Tardelli sarà il responsabile del nuovo centro tecnico della Figc che sorgerà sui terreni del Salaria Sport Village e quindi rinuncia alla candidatura alla presidenza dell’Aic”.
Il progetto era la “casa delle Nazionali” voluto dal presidente Gravina, una sorta di replica del centro di Coverciano (la cosa attirò le ire del sindaco di Firenze, Nardella). Tardelli ci pensò un po’, poi due mesi dopo accettò la collaborazione pluriennale con la Figc, mantenne il contratto con la Rai e rinunciò all corsa per l’Aic. Mai avuto contezza dell’importo del contratto: ciò che è sicuro che quel centro, sequestrato all’imprenditore Anemone, nel corso di questi anni è stato oggetto di una serie infinita di vicende. Ma non è mai diventato un centro sportivo della federazione, men che mai la casa delle Nazionali. È finito il sogno, e intanto è terminato pure il contratto di collaborazione tra Tardelli e la Figc di Gravina…E la “bandiera” del Mundial ’82 ora non gliele manda a dire…
Tornando all’attuale disegno del presidente federale. Gravina, anziché affrontare le critiche e proporre un serio piano di riforme per il rilancio del movimento tricolore, sceglie così la strada più comoda e cinica: rifugiarsi dietro le glorie del passato, nella speranza che il bagliore del 2006 possa ancora accecare l’opinione pubblica e mascherare il vuoto attuale. Oggi però non serve nostalgia, serve visione. Non servono passerelle, servono le soluzioni.
L’effetto finale pare assai squallido: si ha la netta sensazione di una protezione costruita ad arte, una messinscena in cui la credibilità di chi ha davvero vinto viene strumentalizzata da chi oggi tenta solo di sopravvivere. E nel farlo, Gravina non solo non risolve i problemi del calcio italiano, ma rischia di trascinare con sé anche chi quel calcio lo ha fatto grande.
Il rispetto per Buffon, Gattuso, Bonucci, Barzagli, Zambrotta e Perrotta (e pure Prandelli) impone dunque una seria e approfondita riflessione: meritano di più che essere usati come ultimi scudi di un presidente in caduta libera. La loro storia non può diventare l’ennesimo tappeto sotto cui nascondere l’immobilismo federale. Tanto per restare al tema tanto caro delle bandiere, che finalmente Gravina prenda coraggio e ne sventoli una pure lui, di bandiera.
La bandiera bianca. La sua.





