Il pallone sporco nell’Italia di piombo

Il 23 marzo 1980 scoppiò lo scandalo del calcio scommesse. Finì l’età dell’innocenza, si scoprì il sistema. Ombre e processi: il penale assolse tutti
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Piove. Il tergicristalli va da sinistra a destra, fa un giro completo e poi ritorna. Pulisce il parabrezza anteriore della Fiat 128, celeste con delle strisce bianche. Va sempre alla stessa velocità, eppure è l’unico segnale di vita che rimbalza in una domenica di fine marzo. Piove, quasi fa freddo. No, proprio non sembra aria di primavera. Tira proprio un’aria strana. La vedi, la senti. L’annusi. Quella è una pista d’atletica, vent’anni prima Livio Berruti ci ha trascinato tutta l’Italia sul podio mondiale della velocità, oro olimpico sui duecento metri. Quello è uno stadio, e dodici anni prima l’Italia brindava: campione d’Europa nel replay della finale contro la Jugoslavia. Fra tre mesi quello stesso stadio ospiterà un’altra volta la stessa competizione e gli azzurri di Enzo Bearzot puntano a un altro trionfo. I sogni però si schiantano, si sgretolano, si dissolvono. La realtà è amara. S’è appena sporcata. Fango e incredulità. Il pallone diventa un romanzo. Un romanzo criminale. Perché sopra quella pista bagnata, dentro quello stadio vuoto, adesso c’è un taxi giallo. Il motore è spento, ferma è anche l’auto della polizia che gli sta accanto, proprio lì davanti all’imbocco degli spogliatoi: dentro, nella pancia dell’Olimpico, il dio pallone è stato appena sverginato. E’ finito in fuorigioco. E’ finito in galera. Fuori piove. E’ tutto fermo, tranne il tergicristalli della volante celeste e bianca, le due stanghette continuano a muoversi – da sinistra a destra e ritorno – sul parabrezza. Come un rintocco, mentre le lancette dell’orologio si sono fermate. Segnano le ore 17 del 23 marzo 1980, l’ora più buia del calcio italiano.

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Roma-Perugia è finita da un quarto d’ora, Benetti, Pruzzo e Ancelotti dopo l’autorete di Dal Fiume. Umbri travolti da gol a valanga sul prato fradicio, eppure la valanga di fango sta appena arrivando. Paolo Casarin sta facendo la doccia nel suo spogliatoio. Bussano alla porta, è Dino Viola. Il presidente della Roma. E’ bianco come un lenzuolo, l’arbitro fa entrare e gli chiede: «Presidente, avete vinto, che succede?». Un attimo, un respiro. Al solito tagliente, il presidente giallorosso sibila soltanto. «Signor Casarin, qui è la fine del calcio, è appena entrata la Finanza negli spogliatoi». Hanno bussato alla porta del Perugia, i finanzieri impugnano un mandato di cattura spiccato dal magistrato Aldo Bracci dalla Procura della Repubblica di Roma: Mauro Della Martira chiede di poter fare almeno la doccia, Luciano Zecchini prega invece che non usino le manette. Li portano a Regina Coeli, il terzo giocatore del Perugia è invece ricercato. E’ quello che batte i rigori senza prender la rincorsa, è Gianfranco Casarsa che di solito i portieri li spiazza. Spiazza pure i finanzieri: si costituisce il giorno dopo, prima telefona alla Questura da una cabina a gettoni in piazza Esedra, poi si presenta con un certificato medico. Ha la depressione. Non finisce in galera.

I portoni si sono aperti più volte, nella notte di Trastevere. Per loro è come uno dei tanti quartieri di casa, ma il carcere non l’hanno mai visto nemmeno da fuori. Perché da Pescara dove hanno giocato e perso contro l’ultima in classifica sono arrivati quattro giocatori della Lazio: il capitano Pino Wilson, Lionello Manfredonia, Massimo Cacciatori e Bruno Giordano. Centravanti di classe fine e pura, è l’unico in giacca e cravatta. Il tenente colonnello della Guardia di Finanza Gaetano Nanula è l’uomo che coordina l’azione sul tutto il territorio italiano: è andato pure lui all’Adriatico, è in tribuna quando sussurra nell’orecchio dell’infortunato Manfredonia, “mi segua negli spogliatoi”. Al triplice fischio gli altri tre vengono accompagnati nello stanzone dell’arbitro Rosario Lo Bello: è qui che vengono notificati capi d’accusa e mandato d’arresto. Il tempo di togliersi quell’insolita maglia rossa, il tempo di fare la doccia mentre fuori – paterno – il presidente Umberto Lenzini chiede ai finanzieri, “per favore, niente manette”. L’accontentano. A Roma arrivano a bordo di due fiammanti Alfette, il viaggio più lungo l’ha fatto Guido Magherini da Palermo, assai più breve quello di Stefano Pellegrini da Avellino: ha segnato uno dei due gol al Cagliari, termina un’intervista radiofonica e si consegna ai finanzieri. L’unico che a Roma arriva con le manette ai polsi è un portiere: è Sergio Girardi del Genoa. Nella notte arrivano pure il presidente del Milan Felice Colombo e due rossoneri, Giorgio Morini e Ricky Albertosi: il primo ha terminato mezz’ora prima per infortunio la sfida a San Siro persa col Torino, il portiere è ufficiosamente infortunato ma in realtà è fuori squadra da un mese, da quando cioè le voci di calciatori invischiati in un giro clandestino di calcioscommesse sono diventate sempre più insistenti. Un tam-tam sempre più assordante.

Invece è come ovattato lo studio di 90° Minuto, alle spalle di Paolo Valenti c’è un fermo immagine: sulla pista dell’Olimpico il taxi giallo e l’auto della polizia, quella coi tergicristalli che non si fermano. Accanto al conduttore della trasmissione Rai più attesa e più seguita della domenica, siede Giampiero Galeazzi. S’erano salutati nemmeno un’ora prima, al termine della prima parte della puntata: i 18 gol montati in fretta e poi quelle affannate parole di Galeazzi che richiama la linea, “perché qui all’Olimpico sta succedendo qualcosa di strano” mentre Valenti guarda dritto nella telecamera fissa. Amareggiato. Desolato. Spiazzato. Come tutti quelli che – immobili e increduli milioni di italiani – lo stanno osservando e ascoltando da casa. «E’ una constatazione di amarezza è sbigottimento: il calcio ha bisogno di verità», dice. E ha già detto tutto. Pur se le notizie sono frammentarie, non esistono telefonini e whatsapp, né mail né social, le agenzie di stampa ancora devono battere la notizia. E’ “Domenica In”, eppure è la domenica più off nella storia del calcio italiano. Una domenica lunga. Di attesa. Fermento e sbigottimento.

«E’ come un film, come un telefilm», commenta Galeazzi che intanto ha raccolto le prime notizie dallo spogliatoio e s’è fiondato negli studi Rai. Accanto a lui c’è Valenti: il pallone italiano sta intanto rotolando verso il precipizio. Giocatori e dirigenti che aggiustavano le partite, che d’accordo truccavano i risultati, che giocavano milioni di lire al totonero in un giro diventato miliardario, un giro gestito da un fruttivendolo che rifornisce anche la Santa Sede e un ristoratore romano che al giovedì ospita al ristorante “La Lampara” i giocatori della Lazio. I due per giunta accusano i giocatori di averli truffati. Uno scandalo, un terremoto, una gogna. Una vergogna. Sembra un film dice Galeazzi, forse perché prima di riprendere la linea è appena finita una puntata del telefilm “Attenti a quei due”. Lord Brett Sinclair al secolo Roger Moore e Danny Wild al secolo Tony Curtis hanno appena risolto il caso de “La ragazza che sapeva troppo”. Non è un thriller quello che sta andando in onda adesso, nell’anno della morte del re del thriller, al secolo Alfred Hitchcock. E non è nemmeno una favola da raccontare al telefono, sia pur il 1980 sia l’anno anche della prematura morte di Gianni Rodari. E’ tutto vero, è tutto sporco. E’ il 23 marzo del 1980.

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“L’Italia del calcio è in manette”: titolano i giornali del giorno dopo. Un’ecatombe, tre mesi prima dell’inizio degli Europei casalinghi. Il presidente della Figc è Artemio Franchi che è pure il capo della Uefa: dopo una lunga chiusura sono state riaperte le frontiere, a giugno i club di A potranno tesserare uno straniero. L’Inter del sergente Eugenio Bersellini è in testa alla classifica, seconda è la Juve, due mesi prima undicesima in un torneo a sedici: coi bianconeri c’è la Roma. Il montepremi del totocalcio a gennaio per la prima volta ha sfondato il muro dei 5 miliardi, ai 13 quella domenica sono andati 12 milioni a testa. Dieci milioni al mese è lo stipendio mensile di un calciatore di fascia alta, seicentomila lire la paga per un operaio specializzato della Fiat. A capo del Governo c’è Francesco Cossiga, al Quirinale Sandro Pertini mentre apparati dello Stato, della politica, dell’imprenditoria e dell’editoria sono al guinzaglio della loggia massonica P2 di Licio Gelli e la politica sportiva dibatte, dispersa e divisa, sulla partecipazione alle Olimpiadi di Mosca dopo il boicottaggio degli Usa di Carter che sta per cedere il timone a Ronald Reagan. E’ l’anno più tragico e sanguinoso della storia della Repubblica, un punto di tenuta del sistema democratico quale è la magistratura che indaga con coraggio perde ripetutamente uomini sotto i colpi del terrorismo rosso e nero, della lotta eversiva, delle forze deviate. Appena una settimana prima del 23 marzo, tre i magistrati assassinati: Nicola Giacumbi a Salerno, Girolamo Minervini a Roma e Guido Galli a Milano. Un altro si chiama Nicola Amato, è della Procura di Roma: denuncia pericoli e isolamento, rinuncia alla scorta per cederla ai colleghi impegnati nella lotta al terrorismo rosso. Lui invece indaga negli ambienti della lotta nera, eversiva, dà fastidio a qualche superiore perché ha intuito l’intreccio occulto che lega alcuni apparati dello Stato con il terrorismo nero: il 23 giugno lo ammazzeranno proprio i Nuclei armati rivoluzionari, i Nar guidati da Valerio Fioravanti, quello della bomba alla stazione ferroviaria di Bologna, quella che il 2 agosto del 1980 stritolerà 85 vite innocenti. Altro sangue, lacrime e misteri dopo l’abbattimento sopra i cieli di Ustica del Dc9 Itavia e altre 81 vite perse il 27 giugno, senza nemmeno il risarcimento della verità.

Il pallone sporco nell'Italia di piombo

Vogliono un risarcimento dai giocatori invece, Massimo Cruciani e Alvaro Trinca. I truffatori si sentono truffati, li accusano di aver fatto il doppio gioco. Cruciani ha un negozio di frutta all’ingrosso in zona San Pietro, la sua passione sono i cavalli, la sua ossessione è diventare amico dei calciatori. Ne riempie l’auto di frutta, spiccia servizi in cambio di una foto, di un abbraccio, di un biglietto allo stadio. Conosce prima Cordova, poi gli altri: Wilson, Giordano, Manfredonia, D’Amico, insomma tutta la Lazio. Fornisce di frutta e verdura anche il ristorante “La Lampara”, lì dove di giovedì si riunisce tutta la squadra. Il proprietario è Trinca, uno che scommette e pure pesante. Puntate fino a cento milioni, gli allibratori si fidano anche se la giocata arriva dal telefono. I bookmaker clandestini controllano il gioco da Genova, Milano e Torino: la gran parte delle scommesse è sulle Coppe e le vincite sono scaricate all’estero, dove ci sono le centrali operative. Trinca coinvolge Cruciani nell’operazione: i due vantano amicizie coi calciatori, agli “squali” la notizia fa gola e fa gioco. Le puntate aumentano, le soffiate – vanto o verità – producono risultati. Non sempre, ma quasi.

A tornare indietro, l’inizio del precipizio comincia a fine ottobre del ’79, quando Wilson fa una soffiata a Cruciani prima di prendere l’aereo che porterà la Lazio a Palermo per un’amichevole. “Siamo d’accordo per pareggiare, potete scommettere”, dice il capitano al fruttivendolo passandogli il numero di Magherini. “Puntate forte sul pari, è tutto già fatto”, gli assicura il rosanero prima di aprirgli un mondo: “Il gioco possiamo farlo anche su partite di A e B, pensateci”. Cruciani informa Trinca, nasce il sodalizio truffaldino. Al primo toccano i viaggi per coinvolgere i calciatori, averne soffiate, concordarne risultati e consegnare gli assegni, al secondo invece tocca gestire le scommesse e ritirare gli incassi. Non sempre però va come dovrebbe. Allora, per rifarsi, aumentano la posta. Si va con le martingale, combinazioni di più partite per rifarsi, per rientrare dalle uscite. Il 13 gennaio la lista è completa, 4 gare di cui tre combinate: la vittoria della Lazio sull’Avellino, i pari della Juventus a Bologna e del Genoa col Palermo, mentre la vittoria dell’Inter sul Pescara fanalino di coda è scontata. Scommettono 177 milioni. Oltre alle puntate dei calciatori amici. La vincita sarebbe di un miliardo e 350 milioni: significherebbe estinguere il debito con gli allibratori, gli squali, gli strozzini del pallone. L’Inter vince, Juve e Bologna pareggiano (papera di Zinetti e autogol di Brio, Carlo Petrini denuncerà l’accordo tra i presidenti Boniperti e Fabbretti, fornirà dati, cifre, frasi, circostanze, rivelerà anni dopo in un libro “Nel fango del dio pallone” come Boniperti avesse cercato il silenzio con 70 milioni di lire e poi un’offerta a Cruciani che dopo le accuse batterà in ritirata, alla fine Fabretti squalificato come i giocatori rossoblù ma bianconeri illibati, come illibati resteranno Antognoni e la Fiorentina dopo una lettera strappa-lacrime della moglie Rita) e in parità finisce pure Genoa-Palermo. Succede però che la Lazio non batta l’Avellino: per Cruciani e Trinca è un bagno di sangue, a 950 milioni sale il debito con i bookmaker. Sono braccati, spalle al muro. Sono dissanguati, si sentono in pericolo. Si sentono truffati dai calciatori.

Per questo il 12 febbraio vanno da un penalista, uno che nel passato ha difeso affiliati della ‘ndrangheta. A Roma è una giornata d’inferno perchè nelle stesse ore in cui i due truffatori-truffati entrano nello studio dell’avvocato Goffredo Giorgi, alla Sapienza le Brigate Rosse – Bruno Seghetti e Anna Laura Braghetti i killer – uccidono davanti agli studenti e all’assistente Rosy Bindi il professore Vittorio Bachelet, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. «E’ il più grave delitto che sia stato consumato in Italia perché quello di Moro aveva un carattere politico, mentre questo è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia», tuona Sandro Pertini davanti al corpo – è l’undicesima vittima del terrorismo dall’inizio dell’anno – riverso in una pozza di sangue sulle scale della Facoltà di Giurisprudenza. Intanto l’avvocato Giani deposita nello studio di un notaio le prove consegnategli da Cruciani e Trinca: i truffatori denunciano la truffa di 27 calciatori (22 di serie A) colpevoli secondo loro di non aver onorato gli accordi e rilascia un’intervista al Messaggero. Parte l’iniziativa nei confronti dei mass-media, l’avvocato contatta il “Corriere dello Sport”: il direttore Maurizio Tosatti incarica Paolo Biagi di ascoltare la tesi dei due e poi di riferire. Biagi riferisce, poi nuova riunione in redazione: nella stanza del direttore ci sono anche Giani, Cruciani e Trinca. Tosatti non si fida, teme un processo per diffamazione, invita l’avvocato a rivolgersi a magistratura ordinaria e sportiva. Rinuncia così allo scoop mentre un’altra pagina di questo romanzo criminale del pallone si riempie di una pagina fondamentale. Biagi è amico di Franchi, va in Figc e rivela tutto al presidente federale, convinto di girare la notizia al capo della procura federale, Corrado De Biase. Però De Biase s’è già mosso ai primi spifferi diventati inchiostro sui quotidiani, ha contattato Giani che però si trincera. “A noi interessa riavere i soldi indietro, e quelli può darceli solo la magistratura”. Poi però ci ripensa, chiede di parlare con Franchi.

Si incontrano in via Allegri, a Roma. E’ già buio quando le parti cominciano a discutere. Trinca e Cruciani rivogliono il miliardo di lire, Franchi pensa a un ricatto, a un’altra truffa: non si piega però chiede qualche giorno di tempo. Sonda Lenzini in piena crisi finanziaria mentre il braccio destro di De Biase, Manin Carabba, stila una lista – 7 in tutto – di giocatori “sacrificabili” per evitare lo scandalo, per evitare che il calcio italiano sia travolto da un’inchiesta a soli tre mesi dagli Europei. L’accordo salta, la difesa convince Cruciani e Trinca a passare all’attacco. E’ sabato 1 marzo quando l’esposto – quattro pagine piene di partite truccate e di nomi di calciatori tra cui anche quello di Paolo Rossi attaccante del Perugia e centravanti della nazionale – viene presentato alla Procura della Repubblica di Roma: il giorno dopo sarà giornata di derby, a Milano e Roma. Per motivi di ordine pubblico, per evitare altro caos resta tutto nel cassetto per un giorno. E così la notizia viene fuori lunedì 3 marzo: i nomi dei calciatori sul banco degli accusati mentre l’opinione pubblica si divide tra innocentisti, complottisti e colpevolisti. A rincarare la dose un’intervista al laziale Maurizio Montesi di Oliviero Beha, cronista di Repubblica: accusa Wilson, descrive il mondo sommerso delle scommesse clandestine, dipinge un quadro a tinte nere, poi in parte ritratta ma non basta. Arrestano Trinca, Cruciani si consegna: il pallone italiano è nel pallone. Nel fango. Nel caos. Gino Palumbo, direttore de La Gazzetta dello Sport, titola: “Il marcio è a Roma”. Se ne pentirà, quando scopre che il presidente del Milan ha fatto consegnare a Cruciani da Morini una valigetta: dentro, avvolti in un carta di giornale, ci sono venti milioni di lire. L’inchiesta è sulle scrivanie dei magistrati Monsurrò e Roselli che si muovono insieme al nucleo romano di polizia tributaria. Interrogano i due, incrociano dati e partite, danno la caccia agli assegni sospetti e ai movimenti bancari. Vanno di fretta perché ormai la notizia è di dominio pubblico, i calciatori alla gogna e il pallone italiano impantanato, mentre Trinca e Cruciani provano a ritrattare, quasi mollati dai loro stessi avvocati. Come spesso capita, l’operazione giudiziaria assume i contorni della spettacolarizzazione.

E’ il 23 marzo del 1980, la Finanza entra a piedi uniti negli stadi: all’Olimpico, a Marassi, a San Siro, all’Adriatico, al Partenio, alla Favorita. Il mandato di cattura è per 12 calciatori e un presidente. I mandati di comparizione vengono consegnati ad altri 25 tra giocatori, presidenti, dirigenti: l’accusa per tutti è di truffa aggravata. Le partite segnate col circoletto rosso sono 10. Tra i nomi eccellenti ci sono anche quelli di Paolo Rossi, Giampiero Boniperti, Beppe Savoldi, Beppe Dossena, Oscar Damiani, Stefano Chiodi, Franco Colomba, Ciccio Cordova. I dodici calciatori arrestati saranno in isolamento sino all’11 aprile: a Regina Coeli chiedono la domenica di ascoltare almeno “Tutto il calcio minuto per minuto” mentre il pallone rotola sui campi di serie A e B ormai senza più forza, quasi solo per inerzia. Si gioca perché si deve finire la stagione ma ormai la gogna e il fango hanno avvolto tutto. I dodici arrestati usciranno dopo il pagamento di una cauzione complessiva di oltre 100 milioni. Intanto indaga la magistratura ordinaria, e indaga quella sportiva. Va di fretta, troppo: diventa una mischia, calci e colpi bassi, dentro anche chi professerà sin dal primo giorno la propria innocenza. Come Paolo Rossi, tirato dentro una vicenda kafkiana, paradossale. «Sono innocente, non c’entro nulla con questa storia», ripete. Dentro la storia ci sarebbe finito solo perché Della Martira, nel ritiro a Vietri sul Mare prima di Avellino-Perugia, gli ha presentato Cruciani mentre giocavano a tombola. “Che fate domenica?”, gli chiede e Pablito, “Magari vinciamo”. L’altro insiste “e se pareggiaste?”, Rossi taglia corto e va via. Trenta secondi, eppure basteranno per rovinargli reputazione e carriera: solo fango verrà accertato dopo dalle indagini, tirato dentro solo perché quel suo nome avrebbe fatto comodo, eppure Pablito sarà squalificato per due anni, giusto in tempo per rivestire la maglia azzurra e guidare la Nazionale di Bearzot al trionfo in Spagna, e col successo arriverà dal presidente federale Franco Sordillo l’amnistia per i residui di squalifiche ai tesserati.

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Paolo Rossi nel corso del processo in Lega

Di fretta, troppo di fretta: la Federcalcio vuole chiudere prima dell’inizio degli Europei. A fine aprile l’Inter si ricuce lo scudetto sulle maglie con un gol di Mozzini alla Roma, invece Udinese, Catanzaro e Pescara retrocesse. Sulla prima della “Gazzetta dello Sport” compare anche un altro titolo: “Il padre di Cruciani sperava in Boniperti”. Tutto si maciulla, si consuma in giorni veloci e volgari, persino Gianni Rivera coinvolto da voci infondate. Il processo sportivo inizia il 14 maggio, nella sede della Lega Calcio a Milano. Si parte da Milan-Lazio e Avellino-Perugia. «Il classico pari accettato alla fine dalle due squadre che non volevano farsi male»: così Rossi risponde alle domande dell’accusa. Non gli credono. Eppure non c’è una prova, una foto, un foglio, un assegno. Potrebbe denunciare Della Martira ma non lo fa, è pur sempre un compagno di squadra. Paga, come altri. Tra le sentenze di Disciplinare e Caf passano solo due mesi. Alla fine della fiera, tra revisioni, stralci, assoluzioni, sarà (in)giustizia sommaria. Tra responsabilità diretta, oggettiva e presunta, la sentenza dice: Milan retrocesso in B per la prima volta nella sua storia, retrocessa pure la Lazio. Avellino, Perugia e Bologna penalizzate di 5 punti in A e Palermo e Taranto in B, assolte Juventus, Napoli, Pescara in A mentre se la cavano in B Genoa, Pistoiese e Lecce. Sei anni a Stefano Pellegrini, 5 per Cacciatori e Della Martira, 4 per Albertosi, 3 anni e mezzo a Giordano, Manfredonia, Savoldi, Magherini e Petrini, 3 a Zecchini e Wilson, due a Paolo Rossi sul quale la corte si spacca: due giudici per l’assoluzione, tre per la condanna. Squalificati con pene più lievi altri 10 calciatori, radiato il presidente del Milan, un anno a quello del Bologna, assolti Boniperti, Sogliano, Trapattoni, Perani e Vinicio. Si dimette il presidente federale Franchi. L’Italia del pallone ormai è deflorata: senza più verginità, ha perso per sempre l’età dell’innocenza.

Perde pure gli Europei, quarta perché crolla ai rigori nella finale per il terzo posto: fischiata, aveva pareggiato all’esordio contro la Spagna, proprio il giorno prima – il 13 giugno – dell’inizio del processo penale nelle aule del Foro Italico, lì dove si consumerà poi il processo Moro. Sui banchi degli imputati, sulle panchette, siedono invece i calciatori incriminati: i capelli lunghi come le basette, le giacche colorate e di pelle, i pantaloni stretti, le facce bianche di paura. Processo aperto e subito rinviato, causa sciopero. Il sipario calerà definitivamente il 21 dicembre, un mese dopo il devastante terremoto in Irpinia, una tragedia immane. L’Italia ha ben altro a cui pensare, quasi non s’accorge della sentenza della quinta sezione del Tribunale di Roma: tutti assolti, i 35 tesserati e i tre scommettitori rinviati a giudizio per truffa aggravata e concorso in truffa. I capi d’accusa sciolti e dissolti in quattro parole. “Il fatto non sussiste”. Così, appena nove mesi dopo quel terremoto dentro gli stadi, dopo quel tergicristalli della volante di polizia che prova a pulire il vetro dalla pioggia e il pallone dal fango. Sui vetri opachi del palazzo del calcio italiano un tergicristalli sarebbe però intervenuto tante altre volte, da quel 23 marzo 1980. Ogni volta punto e daccapo. Scandali, arbitri e calciatori coinvolti dentro un sistema. Sistemi affaristici e di scommesse: partite vendute e comprate, presidenti e faccendieri, fideiussioni false e bilanci taroccati, fatture gonfiate e plusvalenze. Processi, sentenze, condanne, assoluzioni, amnistie, ritorni. Ogni volta quel tergicristalli ha cominciato la sua corsa per poi tornare indietro. Fango ogni volta, a intervalli quasi regolari. Ciclici. Da quella domenica di quarantuno anni fa il sistema non si è mai fermato. Il calcio italiano ha perso la sua scommessa. Piove. E pioverà ancora.

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