Bologna e l’orologio. A destino

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Ogni anno, il 2 agosto. Ogni anno un rintocco, da 41 anni. Ogni anno, da quella mattina di 42 anni fa. Il 2 agosto 1980, stazione ferroviaria di Bologna. Un boato. Un’esplosione.
Macerie, morte. Sotto le macerie, maciullate dalla bomba più potente mai esplosa in Italia dal dopoguerra deflagrata nella sala d’aspetto della seconda classe, la macchina dei soccorsi recupererà (i resti di una giovane mamma solo a dicembre, quattro mesi dopo) ciò che resta di 85 corpi. Angela Fresu aveva 3 anni, Antonio Montanari 86: la più giovane e la più anziana vittima di quella strage. Una strage di Stato.
Ogni anno, ogni 2 agosto, compare una foto. È quella dell’orologio all’esterno della stazione, rimasto intatto. Fermo a quell’ora. Le lancette posate, adagiate, bloccate sulle ore 10.25. Ferme, come cristallizzate. Ferme, come impietrite.
Eppure questa foto così iconica non racconta il vero, perché da quel giorno di 42 anni fa quelle lancette hanno invece corso, non si sono mai fermate, anzi hanno accelerato, a dispetto di una verità ancora non trovata, mai raggiunta, sempre mischiata, sempre capovolta. Come in una centrifuga: depistaggi e coperture, moventi e mandanti, confessioni e processi, autori materiali e ideologici. Piste: nere, anarchiche, estere. Come in una centrifuga che deve strizzare, pulire, asciugare i panni per poterli poi rindossare di nuovo, come fossero lindi e profumati. Più che un destino segnato, un destino disegnato.
Ogni anno, succede da 41 anni. Hanno corso e continuano a correre nel giorno dell’anniversario: parole e denunce, appelli e richieste. L’associazione delle famiglie delle vittime che chiede giustizia, il presidente della Repubblica ancora oggi l’ha detto. «Continuare a cercare la verità è dovere civico». Inutile ripercorrere qui e adesso, ciò che sono stati questi 42 anni. Inutile elencare i processi, le condanne, le assoluzioni. I nuovi processi, gli ultimi: quello di primo grado sui presunti mandanti (tutti morti, da Gelli a Ortolani) celebrato senza risultato, quello di secondo grado si terrà l’anno prossimo. Inutile riprendere quel filo che parte (partirebbe) dai servizi segreti per arrivare sino alla Loggia P2. Inutile riprendere quel filo nero, rosso, bianco (dategli il colore che volete) a una storia spezzata. Una storia interrotta 42 anni fa, alle ore 10.25 del 2 agosto 1980. Una storia ancora vagabonda. Una storia senza destino.
A destino. Nel gergo ferroviario indica che il treno è arrivato a destinazione, che il viaggio s’è compiuto, che i passeggeri sono scesi sul marciapiede di destinazione accanto al binario. “A destino” è il viaggio che stamattina hanno compiuto 85 persone, 85 volontari preparati da una compagnia teatrale a quel viaggio che quelle 85 vite non hanno compiuto. Quello di Lina, di Maria, di Velia e dei fidanzatini inglesi, di Eckhardt e dei suoi fratelli, dello studente giapponese e di Piero nella cabina del telefono a gettoni. Chi doveva tornare a casa, chi stava andando in vacanza. 85 storie che qualche anno fa diventarono 85 cartoline.
Quest’anno invece l’associazione dei familiari delle vittime ha promosso quest’iniziativa, come una dolce carezza a quel destino interrotto, deflagrato allo scoppio del tritolo e sepolto da una montagna di detriti, deviazioni, depistaggi.
A destino. Questa mattina 85 persone hanno ripreso quel viaggio: con loro avevano una valigia bianca, dentro la valigia c’erano le storie, le lettere, le biografie, gli oggetti di quelle 85 vite. Ognuno di loro è arrivato lì dove sarebbero dovuti arrivare Pietro, Giuseppe, Viviana, Marta e tutti gli altri. Ad attenderli c’erano altre 85 persone, altre 85 vite a cui hanno consegnato quella valigia bianca. Un viaggio della memoria. Questo sì, almeno questo arrivato “A destino”. In attesa della verità. In attesa che quelle lancette ripartano. Davvero.
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