Evaporato il rischio di ritrovarsi con una società scudettata ma penalizzata a maggio dalla federazione per inadempienze amministrative nella stagione in corso (Trapani, che ripartirà col -4, ko in semifinale con Brescia), il campionato italiano di basket e la Lega A rischiano di ritrovarsi con un altro insolito e imprevisto primato. Certo non una bella immagine per un movimento già ricco e carico di tensioni, veleni e deficienze strutturali: il trofeo tricolore sarà consegnato nelle mani dei vincitori da un presidente di Lega sfiduciato (Umberto Gandini), che ha un piede e mezzo sull’uscio della porta, che pensava di essere facilmente rieletto e di restare, pur se non proprio comodamente, in sella per altri due anni. E invece potrebbe restare in carica ancora per poco, ma soltanto perché il sostituto designato da un gruppo di club via via allargatosi (Maurizio Gherardini) non ha ancora tutti i voti necessari per chiudere la partita.
Dunque tutto resta a mezz’aria, compresa la fissazione della data dell’assemblea elettorale che, dopo il ribaltamento del fronte di tre settimane fa (Gandini era entrato in conclave sicuro di avere 13 voti e invece si è fermato a 10, uno meno dello stretto necessario, leggi qui e qui le precedenti puntate), dovrebbe sancire l’elezione del nuovo presidente di Lega serie A. Archiviata ieri sera la seconda gara della finale scudetto tra Bologna e Brescia, domani i vertici dei sedici club di A (ci sono ancora Pistoia e Scafati, le neopromosse Cantù e Udine entreranno dal 14 luglio) si riuniranno in una video-call per fare sintesi e per andare alla conta. I numeri, gli exit-poll e le indiscrezioni sono in continuo aggiornamento. Ai sei club che avevano scritto no nel segreto dell’urna (urna spostata al primo punto dell’ordine del giorno nel corso dell’assemblea, su assist via mail del fido Sardara che aveva intuito come la partita sui diritti tv potesse di fatto fare un falò della candidatura Gandini), e cioè Treviso, Trento, Cremona, Reggio Emilia, Tortona e Milano, si sarebbero aggiunti almeno altri due club (Varese e Pistoia) se non anche almeno altri tre, e tra questi circolano i nomi di Scafati e Napoli. Tutti club che avrebbero chiuso la porta a Gandini, e pronti pare a votare Gherardini che però, nella precedente votazione, era solo un candidato supposto. Adesso il quadro è cambiato, sebbene sia meglio dire in continua evoluzione.
Il manager, dopo una lunghissima esperienza all’estero compresa la Nba, ha da tempo deciso di rientrare in Italia (Treviso è stata la sua rampa di lancio, a Treviso dirige da anni l’Adidas Eurocamp, nello “Sports marketing” di Adidas Basketball lavora il figlio Michele) e Bologna poteva essere l’approdo, se Carlo Gherardi di Cribis, suo vecchio compagno di scuola, avesse concretizzato l’acquisto delle restanti quote della Virtus Bologna: Massimo Zanetti però ci ha ripensato, ha appena ricomprato il 49% delle quote (pare per 6 milioni di euro), e si è tenuta la società che punta a vincere lo scudetto (è 2-0 su Brescia) dopo aver sculacciato una derelitta Milano. E così, dopo aver vinto l’Eurolega col Fenerbahce, per Gherardini sono rimaste aperte le porte della Lega serie A. Per questo, sollecitato da alcuni dei club che lo avevano “nominato”, ha sciolto le riserve e avviato i contatti con tutti gli altri club. Per sondarli, e per capire che aria tira. Finite le conversazioni, si tratterebbe ora di arrivare al fatidico dunque: Gandini potrebbe restare in sella anche fino a ottobre quando sarà approvato il bilancio, Gandini però che ha fiutato l’aria sarebbe disponibile anche a un passaggio di consegne indolore e immediato ma magari con l’onore delle armi (magari trovando prima un’altra occupazione, che il compaesano ministro del Mef Giancarlo Giorgetti possa trovargli un’altra adeguata sistemazione? In questi giorni sono in ballo tanti incarichi sportivi su designazioni governative…), però bisogna che ci sia un sostituto che abbia i voti per chiudere la partita, magari entro il 30 giugno. Altrimenti lo stallo diventerebbe un macello.
Dunque, domani appuntamento importante in video-call per i sedici club. Non ci sarà ovviamente Gandini, e ovviamente non ci sarà il presidente federale Gianni Petrucci che però sta seguendo la situazione, e le evoluzioni, con grande interesse e parecchia apprensione. È noto come, in questi mesi, abbia decisamente sponsorizzato la rielezione di Gandini parlando direttamente con i proprietari dei club, del resto Gandini si era speso per lui nella campagna di dicembre per il soglio Fip attirandosi le ire di qualche club, a partire dal facoltoso patron di Tortona, Gavio: nell’ambiente si sa, l’unica eccezione che usa è per il coach dell’Olimpia Ettore Messina che però, oltre ad essere anche il capo del settore tecnico (Cna, organo federale), è anche il presidente operativo di Milano (la definizione precisa è “president of basketball operations”) e dunque gode di uno status particolare, oltre al fatto di intrattenere da sempre un rapporto stretto e continuo con l’80enne numero uno della Federbasket.
In questi giorni Petrucci sta facendo gli straordinari: è impegnato nelle vesti di cardinal tessitore nelle trame per l’elezione del presidente del Coni, è pronto a celebrare a Bologna l’avvio del girone italiano dell’Eurobasket donne come fosse un trionfo, s’è appena lanciato nella nuova battaglia sulla ripartizione della mutualità proveniente dai diritti tv della Lega A di calcio («la mutualità deve riguardare anche il basket. Il calcio ha il diritto di chiedere quello che ritiene opportuno, lo stesso facciamo noi. Non vogliono dare una loro quota al basket? Io dico che devono farlo e sono convinto che nessun governo possa escluderci. Se il calcio ritiene che i soldi siano solo suoi, uscisse dal Coni») e adesso si è ritrovato con questa “patata bollente” della presidenza di Lega Basket.
Ha provato fino a un mese fa a tenere la barra dritta, ma poi ha annusato l’aria e cambiato rotta. Negli ultimi giorni, sfruttando le presenze sul parquet alle gare playoff a Milano di Bologna e quelle a Brescia, si è convinto che Gandini è un candidato non più sostenibile, e come vada “accompagnato” il desiderio di cambiamento manifestato da una parte dei club. Se ne sarebbe accorto anche il sassarese Sardara (mentre Zanetti pare abia detto, «lo votiamo ancora Gandini, ma se ha tre voti che senso ha insistere?»); la riunione con Casarin (presidente di Venezia e vice-presidente federale che però non molla Gandini) e Picchi (presidente di Tortona) gli ha ancor di più schiarito l’orizzonte. Vuole però che lo stallo duri poco, che non si vada oltre il 30 giugno. L’ipotesi del commissariamento non si regge dal punto di vista né normativo né regolamentare, però – ma è un caso estremo, una eventualità che non si realizzerà – la federazione potrebbe sempre ritirare la delega alla Lega basket per l’organizzazione del campionato. Una strada che esiste solo sulla carta, ma che non trova aderenze sulla scena attuale.
Petrucci però, a questo punto, si aspetta che i club decidano una linea comune, e che lo facciano con decisione, e in fretta. Nell’aria restano però ancora indiscrezioni e conti della serva: c’è chi dice che il recap di Gherardini con i club non abbia raggiunto i risultati sperati (e che Brescia, Bologna, Sassari e Venezia tengano duro su Gandini), e c’è chi invece sostiene come il manager trevigiano abbia dalla sua la necessaria maggioranza (servono 11 voti su 16 votanti, il quorum non cambia fino a quando non si arriva alla fumata bianca) che poi potrebbe sempre allargarsi al momento delle urne, come di solito accade seguendo l’effetto di trascinamento. C’è persino chi ipotizza come Gandini possa aver recuperato qualcosa, ma resta una voce che balla a mezz’aria. E c’è chi aggiunge come Gherardini, se capisse di on avere una larga maggioranza, potrebbe lasciare prima ancora di scendere ufficialmente in campo. Resta così una situazione caotica, e paradossale: la finale scudetto della Lega serie A va chiudendosi con un presidente sfiduciato e sull’uscio della porta.
«Io credo che dopo l’ultima assemblea sia stato dato un segnale molto importante da sei club per un cambiamento alla guida della Lega. Credo che ormai sia il tempo di valutare delle alternative, io ho fatto il nome di Maurizio Gherardini. Lo conosco da più da 30 anni, è un dirigente che non ha bisogno di presentazioni e che dopo 19 anni all’estero, può essere un valore in più vista la sua conoscenza, la sua professionalità. Sarebbe il profilo ottimale per portare avanti nei prossimi anni un programma condotto da persone che possano far risalire il livello e gli investimenti di questo campionato. Dopo la Spagna siamo il torneo più importante d’Europa, con realtà solide che investono risorse elevate ogni anno, ci vuole una figura che dia valore a tutto questo». Sono le parole pronunciate appena tre giorni fa da Christos Stavropoulos, il general manager dell’Olimpia Milano, parole risuonate come un’investitura piena e convinta del club di Giorgio Armani nei confronti di Gherardini. Parole decise, che hanno soprattutto tolto il velo all’ipocrisia che per oltre due mesi ha regnato nell’ambiente del basket italiano: perché è Milano che, sfruttando l’ascendente su Tortona e Reggio Emilia ad esempio, ha preso di pieno petto la questione Gandini, sfiduciando nei fatti il dirigente varesino.
Un’idea partorita e allevata da chi se non da Ettore Messina, il coach e il presidente delle “operazioni sportive” della squadra più scudettata d’Italia, della società che ogni anno investe oltre trenta milioni (a star stretti) di euro di budget e che quest’anno è clamorosamente andata in bambola. In bacheca l’è rimasta solo la Supercoppa di inizio stagione: niente Coppa Italia, niente playoff di Eurolega, e nemmeno la finale scudetto, visto che è uscita perdendo in casa due volte nella semifinale playoff contro una incerottata ma stoica Bologna. «Si riparte da Messina? Per quello che mi riguarda sì, e dai miei collaboratori. Se il signor Armani e Dell’Orco vogliono fare qualcosa di diverso me lo diranno, non c’è nessuno problema. Qui non è che la gente deve stare a dispetto dei santi».
Così il 65enne tecnico di origini siciliane ha messo il sigillo all’infausta stagione, una stagione caratterizzata dalle ormai abituali doglianze (eufemismo) sulla classe arbitrale tricolore. «Non ho compreso l’arbitraggio, ci sono stati alcuni contatti pericolosi per i giocatori. Nelle riunioni tecniche agli arbitri vengono mostrate le clip dei nostri giocatori come esempio di flopping. Bisogna andarci cauti, agli arbitri vanno date linee guida». Così il 22 maggio 2025, dopo una vittoria nei playoff contro Trento. Parole assai simili a quelle pronunciate ad aprile 2022, dopo una vittoria su Napoli. «In serie A si assiste alla crescita dei giocatori e del movimento, di tutti tranne che degli arbitri. Non c’è dialogo, non ti guardano in faccia. Parlo a nome anche di altri colleghi: è ora che chi li dirige si assuma le sue responsabilità». Sarà stato un caso, ma dopo quelle parole (quelle dell’aprile 2022), dopo la risposta dell’allora capo del Cia Stefano Tedeschi («fuori luogo gli attacchi di Messina, i nostri arbitri sono validi») il presidente federale decise di rivoluzionare il Cia sbolognando Tedeschi e affidando la guida (con uno stipendio da 100mila euro) all’ex re dei fischietti, Gigi Lamonica. Il cui avvento fu salutato così da Ettore Messina, in un’intervista a “La Gazzetta dello Sport” dell’2 ottobre 2022 (in quell’anno, dopo nel corso della finale playoff, il patron di Bologna Zanetti sbottò, «deve finire la sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti di Milano», e per queste dichiarazioni fu inibito per tre mesi, e in quella finale scudetto due gare furono arbitrate dall’ucraino Ryzhyk sfuggito alla guerra e accolto da Petrucci): «Chi sono curioso di vedere all’opera tra i nuovi acquisti? Più che ai giocatori, penso a Lamonica che ha lasciato l’Eurolega per dirigere il settore arbitrale. Una felice intuizione del presidente federale Petrucci, che applaudo. Il lavoro di Lamonica sarà importante per impostare il ricambio degli arbitri nei prossimi cinque anni. Un sistema che vuole crescere deve farlo insieme a tutte le sue componenti».
Le parole del 2025, sempre quelle di Messina, sono risuonate invece come il de profundis per il commissioner Lamonica al quale è stato dato da un po’ il foglio di via. La questione (già affrontata più volte su queste sito, leggi ad esempio qui) adesso si fa ancor più ingarbugliata. La guerra in Lega, e il fatto che Messina abbia “scaricato” Lamonica, pregiudicano l’ipotesi che il contratto futuro dell’oramai ex commissioner sia a carico della Lega e non della Fip. Senza contare poi che nel nuovo Cia, Lamonica dovrebbe lavorare con due nuovi dirigenti mai con lui in sintonia: Francesco Di Girolamo (con il quale Lamonica si scontrò sostenendo il suo avversario nelle elezioni regionali del 2016), e Gabriele Grandini (uomo di Massimo Faraoni, entrato subito in contrasto con Lamonica, che come primo atto dimissionò l’istruttore livornese Dino Seghetti). Lo stallo in Lega serie A non contribuisce a fare chiarezza su Lamonica: dove lo metto? sembra il refrain quotidiano…
Petrucci ha comunque deciso di cambiare al Cia, e c’è chi sostiene come questo cambiamento sia arrivato non solo e non tanto per la qualità degli arbitraggi (in realtà ciò che più pesa è la mancanza di arbitri, e la penuria di quelli di alto livello), quanto per le continue rimostranze di molti club ma soprattutto di Messina il cui peso all’interno del movimento continua a essere pesante, e, secondo qualche suo detrattore, a volte ingombrante anche oltre ogni umana immaginazione. Anche nella questione sulla presidenza della Lega basket ha influito il pensiero del coach-presidente di Milano: fino ad aprile ha aspettato, tergiversato, poi ha messo il piede sull’acceleratore. Impossibile frenare, non più possibile tornare indietro: secondo Milano, e secondo gli altri club dissidenti, troppo piatta la conduzione, la programmazione e lo slancio tecnico e sportivo del basket italiano maturati in casa Lega, azioni (in questo caso, stallo) persino troppo appiattite sui dettami federali, e mai realmente indipendenti. Concetti che pare Messina abbia espresso anche al presidente federale Petrucci che, secondo molti, (e i fatti starebbero a dimostrarlo) “subisce” l’ascendente del coach-presidente operativo del club Olimpia Milano. E chissà che, magari a fine mandato (2028), non sia proprio Messina a succedergli, diventando così il presidente della Federbasket…






