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Quando la Salernitana sembrò il Real

Duemila tifosi a San Siro, il gol di Di Michele, il dominio sull’Inter, la sconfitta al 95′: 22 anni dopo è ancora una emozionante vertigine
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David Di Michele
David Di Michele esulta dopo il gol segnato all'Inter con la maglia della Salernitana: è il 29 novembre del 1998

Un’emozione. Una vertigine. Il più alto degli stadi italiani è pieno di luce, pure se è il sole di Milano, per giunta di fine novembre. Una carezza timida. Quasi un’illusione. Sembra un triste presagio. Ha undici torri cilindriche, ha le rampe elicoidali, ha travi reticolari che paiono il soffitto di un museo antico e assieme moderno, la copertura di un tempio a cielo aperto. Ha tre anelli e per raggiungere l’ultimo bisogna salirne, di rampe e scalini. Non è uno sforzo, ogni passo è un sospiro. Si sale, emozionati e devoti. Cemento dopo altro cemento, è avvicinare l’azzurro, il cielo. Il sogno inseguito per anni, per decenni. E’ una preghiera compiuta. Un respiro a polmoni dilatati, una sfrenata rincorsa alla scoperta. Il più alto degli stadi italiani ha un profumo che sa di colazione, di primo mattino, di alba. Sono tutti i cinque sensi – vista, udito, olfatto, gusto e tatto – che in un istante avvolgono, conducendo altrove. In un’altra dimensione. “La prima volta che vedi questo stadio è impossibile non avere un sussulto. Sembra un’astronave atterrata sulla Terra”: così ha scritto il Times quando l’ha eletto “il secondo stadio più bello del Mondo”.

E’ lo stadio San Siro – dal 1980 è stato intitolato alla memoria di Peppino Meazza, centravanti del Milan e dell’Ambrosiana – è domenica. E’ il 29 novembre 1998. Una domenica come tante, e alle ore 14.30 si giocherà una partita come tante. Per tanti, però non per tutti i settantamila che lo riempiranno anche stavolta. Tante ne ha viste questo stadio, più volte trasformato dalla sua forma originaria, da quella inaugurata nel 1926 dall’allora presidente rossonero, l’ingegnere Pirelli. Scudetti e finali di Coppa Campioni, campioni sul prato e in panchina che mica si possono ridurre a elenco. Un’enciclopedia è pesante, roba da scaffali impolverati. Questa invece è “La Scala del calcio” e qui adesso è tempo presente, qui è tutto trasparente. Si sente solo il profumo dell’erba, pure se il prato ha qua e là, ma sarà un altro triste presagio?, qualche macchia gialla. E’ il prato calpestato quattro giorni prima dal Real di Roberto Carlos e Raul, tornato a Madrid con tre gol di troppo, rimontato e ribaltato da una doppietta del “Divin Codino” in nerazzurro, raro bagliore di un’esperienza non certo indimenticabile. Certo indimenticabile è la prima volta. Pure se imperfetta: resta per sempre. Non passa, dura all’infinito. Nonostante il risultato. E’ un’emozione. E’ l’emozione.

E’ domenica 29 novembre 1998, sono le ore 13.30. Quando gli occhi si aprono, una volta dentro quest’astronave come atterrata alla periferia di Milano, si apre un orizzonte, una rotta oceanica, un mondo. Gli occhi non riescono a fissare un punto, impazienti di starsene così, fermi in quella tribuna centrale ad aspettare. Una fila più sotto c’è Raul Cremona, il comico e prestigiatore che fa Mago Oronzo a “Mai dire Gol”, due file più sopra c’è Giacomo Poretti, lo Giacomo di “Aldo, Giovanni e Giacomo”. Anime nerazzurre, quiete e serene perché dopo aver dato tre gol al Real Madrid cosa vuoi che possa farci questa Salernitana? Che a San Siro, dentro quell’astronave, sta per mettervi piede dopo un lungo viaggio. Un viaggio durato troppo. Cinquanta anni a volteggiare in uno spazio indefinito, cinquanta anni esatti di metabolismo imperfetto e squilibrato, di respiri soffocati e polvere inghiottita; anni e anni come fucilate al cuore, un cuore trafitto ma sempre in vita, pronto ogni volta a riprendersi prima di ricadere, cumuli di macerie spazzati da una squadra che nell’agosto del 1997 si sarebbe messa in cima alla prima giornata di serie B e in cima l’avrebbe concluso quel campionato trionfale. In A, cinque decadi dopo.

Cinquant’anni dopo torna a San Siro, ma quello era un altro San Siro: non aveva i tre piani, non aveva le torri e nemmeno i reticoli. La prima volta persino per l’Inter, che da poco aveva traslocato dall’Arena Civica. Però era sempre di domenica, un’altra maledetta e benedetta domenica. Era l’8 febbraio 1948 quando i gol di Quaresima e Lorenzi castigarono i granata di Gipo Viani che avrebbe conquistato San Siro anni dopo, allenando il Milan prima di lasciarlo nelle mani del Paròn. La rete al 77’ di Sebastiano Vaschetto non lenì le ferite. Finì 2-1, un’altra partita disgraziata di un’altra storia imperfetta, chiusa con la retrocessione a fine stagione, colpa anche di un fischio malevolo e sbagliato, quello dell’arbitro Pera nella sfida contro la Roma. Ma questa è un’altra storia.

La storia è tempo presente, qui è tutto trasparente, e adesso che la gradinata a destra della tribuna si è riempita – i giocatori hanno appena messo piede sul prato per saggiarne l’erba, carpirne l’impatto – pare quasi che venga giù quell’astronave: ha torri di cemento eppure vibrano. Sono in duemila, anche per loro è la prima volta, sono arrivati in treno, in auto, col pullmino. Dopo una notte insonne, gli occhi spalancati a immaginarsi quella prima volta. Sono i tifosi della Salernitana: li anima Ciccio Rocco, il capo ultrà che da bambino aveva una mezza passione pure per i colori nerazzurri. Ma nel cuore c’è spazio solo per un colore, e il suo cuore è solo granata. Come in quello spicchio: se ne stanno tutti con i cartoncini granata, al centro due drappi celesti a formare una croce. Cuori e cori da Braveheart. “Chi combatte può morire! Chi fugge resta vivo… Almeno per un po’ ”: così c’è scritto sullo striscione. Cuori impavidi.

I tifosi della Salernitana
I tifosi della Salernitana a San Siro: è il 29 novembre del 1998.
La coreografia inneggia al film Braveheart

Batte il cuore in tribuna, palpita pure a chi in quello stadio ci ha giocato per anni. E’ quello di Salvatore Fresi che la Salernitana aveva ceduto proprio all’Inter, tre anni prima per nove miliardi di lire. Le stimmati del campione che sulla sua strada però ha trovato ostacoli e un allenatore inglese – Hodgson – che lo vedeva mediano e non centrale difensivo. Ha giocato con Ronaldo il Fenomeno, soltanto sei mesi prima ha vinto la Coppa Uefa però ha deciso di tornare alla Salernitana per rilanciarsi, per trovare spazio, lì nel cuore della difesa. Era la domenica che non avrebbe voluto perdersi, era la domenica da vivere lì sul prato di quell’astronave. Però gli tocca osservare dalla tribuna: è squalificato, il rosso di Racalbuto nella sfida di sette giorni prima all’Arechi contro il Venezia dopo un pasticcio durato cinque minuti, l’ha come tramortito. Il viso è spento, affilato, bianco. Accanto a lui c’è, grande e grosso, Ciccio Artistico, un altro che quella partita avrebbe voluto giocarsela, lui che la serie A se l’era conquistata con i gol e con le sponde, l’anno prima all’ombra dell’Arechi che l’aveva eletto a beniamino. Però non rientrava più nei piani di Delio Rossi che la Salernitana della serie A insieme al ds Peppino Pavone l’ha immaginata in un altro modo. Al suo posto, proprio quella domenica, al centro dell’attacco c’è Vincenzo Chianese, inseguito per un’estate intera e infine strappato, proprio sul gong, per sette miliardi di lire. Si riveleranno miliardi buttati, però intanto per non sprecarsi Ciccio da Trastevere s’è spostato al Torino, in serie B. Il giorno prima ha giocato e segnato, il giorno dopo è lì, dai vecchi compagni, dalla sua Salernitana. In tribuna pure lui, ad aspettare il fischio d’inizio di Pasquale Rodomonti, 37enne fotografo di Teramo.

Mancano pochi minuti, e negli spogliatoi Delio Rossi sta leggendo la formazione. S’è conservato dei dubbi, li ha sciolti prima del riscaldamento. Per la prima volta abiura al 4-3-3: dà una maglia a Chianese e a Di Vaio, il bomber, dice: “Marco, tu parti dalla panchina, il gol te lo conservi per dopo, quando li abbiamo sfiniti”. Di Vaio ci resta di sasso, è come il sale su una ferita fresca: l’inizio di stagione non è stato sfolgorante anzi. La settimana prima ha timbrato la traversa dal dischetto del rigore, s’è preso qualche improperio di troppo all’Arechi ma non l’ha soffocato. “Non capisco i fischi verso di me e i compagni ma li accetto, però così manca la tranquillità”. Anche per lui sarebbe stata la prima volta a San Siro, gli tocca invece aspettare. E’ la prima volta per tanti, in quello spogliatoio. La prima volta in campionato di Roberto Breda, il capitano. Dieci anni prima, fu la sua prima panchina: Milan-Sampdoria, Supercoppa italiana. Giocava nella primavera doriana, Boskov l’aveva aggregato e poi spedito in campo per gli ultimi spiccioli. Come un premio. E come un premio per quel lungo viaggio il capitano adesso sta stringendo i denti. Ha la febbre, quasi trentanove la sera prima in albergo. Però i tremori passano, esserci a San Siro è un brivido troppo più grande. “Ragazzi, noi siamo più deboli di loro, è per questo che dobbiamo giocarcela. State alti, state corti”, questo dice Delio Rossi prima di leggere la formazione, prima di dare le ultime disposizioni. E’ quattro-quattro-due. Tosto, che contro l’Inter due anni prima ha esordito in serie A col Torino, fa il terzino sinistro, dall’altra parte Del Grosso che due mesi dopo a San Siro spedirà un siluro all’incrocio, nella porta del Milan. Al centro della difesa la coppia FuscoMonaco: anche per loro è la prima volta al Meazza. E’ la prima volta pure per un mediano, arcigno e tozzo, lui sì pare un guerriero scozzese, uno da cuore impavido anche se il suo passaporto dice che è un ventenne calabrese: sopra c’è scritto Gennaro Gattuso, diventerà colonna ultradecennale del Milan, idolo indiscusso del tifo rossonero, nemico giurato di quello nerazzurro. E’ la prima volta pure per Ighli Vannucchi, che a San Siro poi ci tornerà spesso negli anni a seguire, a far slalom e piroette. Non è la prima volta per Antonino Bernardini, che Rossi piazza accanto a Breda. Davanti, vicino a Chianese, sistema un folletto. A San Siro, e proprio all’Inter, ha già segnato. Un anno prima, col Foggia in Coppa Italia: palla all’incrocio che però non servì ai satanelli, superati 3-2. E’ David Di Michele. Sta per trasformarsi in un ossesso, in una imprendibile ossessione per i difensori nerazzurri. Ognuno adesso, dentro quello spogliatoio, sa quello che deve fare. Il momento è arrivato. Si va.

I giocatori sbucano da sinistra e arrivano al centro, popolando il prato di quell’astronave dentro la quale ci sono sessantacinquemila spettatori paganti: non è un abbaglio, è tutto vero. C’è la Salernitana a San Siro. Le panchine sono incassate nel prato, come una trincea. Delio Rossi metaforicamente c’è già dentro, da due mesi. “Quelle con Perugia e Venezia sono state due partitacce, altro che vittorie. Non abbiamo fatto nulla. Con questo spirito e con questo gioco non ci salviamo. La Salernitana deve vincere a San Siro, sono tutti sotto esame”, ha tuonato il presidente Aniello Aliberti qualche giorno prima. La matricola non è più la spumeggiante squadra che ha sbriciolato il campionato di serie B, non è più un unico blocco, un solo filo a legare tutti, dal presidente al magazziniere. Distanze che si allargano e dilatano, ogni giorno di più. Rette parallele, senza possibilità d’incontro. “Aliberti non lo sento da venti giorni, se a qualcuno non sta bene quello che faccio si assuma almeno il coraggio di dirmelo”, ha risposto il tecnico alla vigilia. A San Siro la Salernitana c’è arrivata da penultima: 10 punti in 10 giornate, 6 sconfitte, 15 gol subiti. E, ancor più dei numeri, sono le immagini e le distanze, a preoccupare. Peppino Pavone s’è come defilato, è venuto meno l’uomo che faceva da filtro tra società e allenatore. Ad Aliberti non vanno giù tante cose: la gestione dello spogliatoio, la clamorosa e prematura bocciatura di Song, la mancata coesione tra vecchi e nuovi, gli atteggiamenti dell’allenatore accusato di fare un po’ troppo il melodrammatico, la disposizione tattica scellerata per una squadra che deve salvarsi. Che dovrebbe sputare sangue, starsene sul pezzo attenta e concentrata, affamata e guerriera invece che star lì a pensare, a provare, a ricamare. Lo infastidisce quel suo modo di presentarsi ai microfoni a fine gara, in accappatoio e ciabatte, con l’asciugamano sulle spalle e una cantilena a riempire frasi considerate stereotipi, “siamo una matricola, dobbiamo crescere, dobbiamo avere tempo, non rinnego il 4-3-3”. Anche a Delio Rossi non vanno giù tante cose, però lui fa l’allenatore e il 29 novembre del 1998 ha almeno corretto un po’ il tiro: per la prima volta ha abiurato al 4-3-3. E’ un rapporto consunto, un distacco lento. Si aspetta solo il momento. La panchina traballa, c’è chi ha fatto uscire il nome di Vincenzo Guerini eppure Pavone ne ha caldeggiato un altro: Enrico Catuzzi, ex allenatore del Bari e del Foggia. “E che dobbiamo farcene?”, dice il patron al ds allontanando gli spettri di un esonero che arriverà poi. Mesi dopo, provocando sconquassi e ripensamenti a gennaio quando Oddo torna indietro dopo la baruffa in sala stampa, producendo rimpianti e rimorsi a marzo quando Oddo prende in mano una squadra ormai piatta conducendola invece a un solo punto dalla salvezza.

Non ci sarà salvezza nemmeno per la panchina di Gigi Simoni. Anche lui è in trincea da un pezzo, nonostante il secondo posto e la Coppa Uefa conquistate l’anno prima. “Gli otto giorni si danno alla governante” ha detto infastidito e piccato dopo la sconfitta a Firenze, “è da un anno e mezzo che sono all’ultima spiaggia” ha detto prima della sfida col Real. Moratti gli conferma fiducia a giorni alterni, mentre ogni giorno sente Marcello Lippi. In campionato l’Inter ha conquistato 14 punti, a meno 7 dalla capolista Fiorentina. Ha appena perso per infortunio Ronaldo ma quattro giorni prima ne ha rifilati tre al Real Madrid. “Attenzione alla Salernitana, è una squadra che sa far soffrire, che sa giocare al calcio”, ha detto ai suoi negli spogliatoi. Ma anche lui lo pensa, come i giocatori, come i sessantacinquemila sugli spalti: cosa mai potrà farci questa Salernitana? Roberto Baggio e Javier Zanetti al posto di Ronaldo e Galante, gli altri nove – Bergomi, West e Colonnese in difesa, Paulo Sousa, Winter e Simeone in mezzo, Moriero e Zamorano in avanti – a completare l’undici. Sono quelli che hanno ribaltato il Real Madrid, cosa vuoi che possa fare la Salernitana?

La domanda rimbalza pure in tribuna mentre Pasquale Rodomonti fa rimbalzare il pallone a centrocampo. E’ l’arbitro della partita, da poco è passato dalla sezione di Teramo a quella di Roma, di professione fa il fotografo eppure fatica a mettere a fuoco le situazioni di gioco. E’ come perseguitato dai gol-fantasma. In un Genoa-Juve concesse un gol al rossoblù Galante ma la palla non era entrata; in un Empoli-Juve tolse un gol all’Empoli, l’aveva segnato Bianconi di testa, che invece c’era. Anni dopo finirà anche lui nel calderone di Calciopoli, accusato da Meani e tirato in ballo da Moggi, al centro di una lunga telefonata tra l’allora presidente federale Carraro e il designatore arbitrale, Paolo Bergamo, alla vigilia di un Inter-Juve del 2004. Fu prosciolto dalle accuse, nel procedimento sportivo e in quello penale. Quando dà il fischio d’inizio a Inter-Salernitana non sa che il destino gli sta per riservare un altro gol fantasma, un’altra prestazione da dimenticare.

Un boato rompe il silenzio dell’attimo prima, mentre Breda e Bergomi, i due capitani, si scambiano i gagliardetti. Sono i tifosi dell’Inter che provano a dare la carica, quelli della Salernitana intanto stanno cantando e intonando da mezz’ora. Il primo movimento d’orchestra della partita è granata. E’ una scossa tellurica, una di quelle definite di “avvertimento”. Fusco arpiona il pallone a metà campo, lo lancia lontano e in alto. E’ uno spiovente, è il 4’ di gioco. Bergomi e West restano impalati a fissare quella parabola e nemmeno s’accorgono che intanto quel pallone Di Michele lo ha appena accarezzato, dolce e leggero con il sinistro e poi zac – come un fulmine – il tiro di destro s’è trasformato in un proiettile, sfilato di centimetri accanto al palo di Pagliuca, immobile. La Salernitana è corta e compatta, l’Inter cerca di far girare il pallone ma è sciatta, spenta, silente. I granata mordono il tempo, arrivano sempre primi sul pallone, è come se la palla non respirasse, inghiottita in un vortice che stende i nerazzurri. Delio Rossi non si alza, Simoni invece chiama Paulo Sousa e gli dice di piazzarsi più in alto, Winter deve coprire i tre della difesa perché quei folletti granata non danno punti di riferimento. “Va bene, sarà un po’ la stanchezza, sarà che pensavano di fare una passeggiata”: in tribuna non ci si scompone. Si aspetta solo il momento, tanto arriverà, è successo a Ilgner figurarsi qua: “Balli battuto una volta e poi due, tanti saluti a voi e noi ci prendiamo i tre punti”. Ma il calcio non è fatto di interpretazioni, non è materia di previsioni. Il calcio è un gioco, è un’emozione, è desiderio. La Salernitana s’accende, si chiude e riparte, tiene il campo, alza la testa. Mette i brividi all’avversaria, fa venire i brividi ai suoi che la stanno incitando lì sugli spalti del Meazza, a tutti quelli che la stanno seguendo in tv. Compresi giornalisti e addetti ai lavori, quelli che stanno in tribuna. “Ma possibile che siate penultimi?”: la domanda comincia a rimbalzare, puntuale ogni volta, a intervalli però sempre più corti. Breda ruba palla a Winter, l’allunga sul corridoio sinistro a Di Michele che calcia di sinistro, mirando l’angolino: il vecchio “Zio” ci mette lo zampino salvando la porta. E’ il decimo, la partita è già calda.

La Salernitana s’è come scrollata le paure, che adesso affollano l’altra metà campo. Paulo Sousa e Moriero sembrano due piloni, le treccine di West vanno al vento, i granata appena accelerano vanno in buca. O quasi. Quando Vannucchi parte da centrocampo saltando come birilli tre nerazzurri sembra arrivato il momento, e invece il pallone un’altra volta sfiora il palo. Gli spettatori dentro quell’astronave si danno un pizzicotto: “Ma questi da dove sono atterrati?”. Padrona di se stessa e dell’avversario, padrona dei nervi e nella testa, la Salernitana si sta regalando una domenica da sogno, da sballo, da sfinimento. Manca solo il gol, che nel calcio non è mica un dettaglio. Breda lancia Di Michele che stoppa di petto e di sinistro fionda, Pagliuca si allunga e devìa. E’ appena il 31’, eppure il conto delle occasioni nitide nitide è da non crederci, da stropicciarsi gli occhi: zero Inter, quattro Salernitana. Però sui due tabelloni elettronici c’è scritto zero a zero, e solo quello conta.  “Ah, se ci fosse stato Di Vaio invece di Chianese, saremmo già avanti, dice un tifoso granata all’amico che siede vicino. Intorno, compresi Mago Oronzo, Giacomo Poretti e più in alto Massimo Moratti, sono tutti un po’ sospesi. Stupiti, preoccupati, incazzati. Nel calcio esistono due correnti di pensiero, in questi casi. La prima: dopo tante occasioni sbagliate arriva sempre il contraccolpo, la mazzata. La seconda: il gol è nell’aria, prima o poi arriverà. Che succede a San Siro?

Succede che Winter non addomestichi un pallone davanti alla propria area, che Di Michele glielo sfili lesto volando verso la porta: Pagliuca esce disperato, saltato di sinistro, da uno scavetto morbido. Succede che la Salernitana faccia 1-0 al 43’, accade che un boato granata faccia tremare San Siro. David Di Michele ha appena segnato il suo primo gol in serie A: festeggia travolto dall’abbraccio dei compagni mentre in gradinata è orgasmo sfrenato e in tribuna contenuta esultanza. Sembra la partita perfetta, una storia perfetta. E invece sarà l’imperfezione a renderla unica, come lo è la prima volta. Un’emozione, la materia prima di una scienza inesatta chiamata pallone, inesatta e inspiegabile come solo l’amore per una maglia.

I fischi copiosi accompagnano gli interisti negli spogliatoi mentre in tribuna, in quei quindici minuti, ci sono solo attenzioni per gli ospiti. Fresi gongola, Artistico pure. I tifosi cantano, pure nell’intervallo. “Bella squadra, la più forte vista finora”. I complimenti si sprecano. Però nel calcio non contano, come le occasioni sprecate. Nella ripresa Simoni infila Zè Elias, Cauet e il campione del mondo Djorkaeff ma non è che il copione cambi poi così tanto. Solo che la Salernitana è stanca, si sfilaccia, perde campo. Di Michele incespica davanti a Pagliuca, Rodomonti annulla un gol per fuorigioco a Zamorano, Balli vola come un gatto sul siluro di West e con una mano smanaccia un sinistro a giro su punizione di Roberto Baggio. E’ il 33’ della ripresa, mancano dodici minuti alla fine. La Salernitana stava vedendo il traguardo mentre il tempo si ferma.

La palla smanacciata da Balli rimbalza sulla linea, non è entrata eppure Rodomonti che è lì a due metri, convalida. Parapiglia, proteste. Cerofolini, il collaboratore di linea, sta con la bandierina alzata. Segnala il fuorigioco. Eccolo, il fantasma è tornato a inseguirlo. L’arbitro va dall’assistente, che gli dice (non è uno scherzo): “E’ fuorigioco, ma quando finiamo qui, ti do un numero: è di un mio amico psichiatra”. Rodomonti che fa? Annulla il gol ma s’inventa una palla contesa sulla linea di fondo. Però, lo riveleranno poi i giocatori e Aliberti, a Gattuso che dovrebbe contendere il pallone a Baggio, dice: “Se la tocchi, ti butto fuori”. A completare l’opera, si mette davanti al mediano. La palla scodellata diventa così un comodo angolo nerazzurro dopo la deviazione di Vannucchi. La traiettoria di Baggio trova El Cholo sul primo palo, l’incornata è secca e fa 1-1. Mancano dodici minuti alla fine, entra Bolic, entra Di Vaio. Diventa una gara di resistenza, di nervi, di lotta. La Salernitana si tiene stretta quel punto, accarezza almeno il sapore della mezza impresa perché, dopo aver dissipato l’impossibile nel primo tempo, sarebbe veramente una beffa. Bolic sfiora il gol nel primo dei minuti di recupero. Rodomonti ne ha assegnati ben cinque.

Trenta secondi, trenta secondi. Non c’è una voce a scandire il tempo che manca a San Siro, però è come se la sentissero tutti, dentro quello stadio che adesso pare un’astronave impazzita. Mancano trenta secondi alla fine, è la sensazione che prende quando qualcosa dovrebbe essere finito. Si crede che lo sia, soltanto che invece non finisce e in un attimo, in un istante, l’euforia e l’eccitazione diventano risacca e rimpianto. Mancano trenta secondi alla fine, Colonnese falcia platealmente Di Michele a metà campo, però Rodomonti fa proseguire. Simeone appoggia il pallone a Zanetti. Eccolo quell’istante, quello che pare non finire mai. Il tiro dell’argentino, il pallone potente che si stacca dal destro, Balli che vola, la rete che si gonfia. Il portiere fuori dalla traiettoria, la Salernitana fuori dalla foto. Fuori dalla storia, fuori da tutto. Fuori, è finita.

Adesso che è finita tutto si muove lentamente mentre i granata sono stesi sul prato, stanchi, stremati, spremuti e sperduti. I complimenti in tribuna si sprecano, “vi salverete, impossibile il contrario”, le lacrime dei tifosi granata sono come quelle di Fresi in tribuna, come un bambino a cui hanno appena sfilato il pallone. Moratti va via guardando in alto, “ringraziamo il cielo per questa vittoria, ho avuto molta paura” mentre Simoni in sala stampa sta riconoscendo, onesto: “La Salernitana ci ha messo in grande difficoltà, non meritava di perdere”. Non si salverà nessuno, da quel pomeriggio, né i vincitori né i vinti. Il giorno dopo Moratti a sorpresa esonera Simoni, “ai sessantamila abbonati non posso mica offrirgli una partita come quella contro la Salernitana” senza però aggiustare una stagione anonima, e non si salverà la Salernitana che a fine stagione retrocederà. Per un punto.

Sono passati ventidue anni da quel giorno, da quella prima volta a San Siro, da quella partita quasi perfetta. Non ci fossero stati quei trenta secondi. Eppure quei trenta secondi che hanno ribaltato il finale di quell’Inter-Salernitana non ne hanno modificato la storia, non ne hanno scalfito il ricordo dolce, leggero, inebriante. Non nel cuore e nell’animo degli sconfitti. Riviverla è come risalire la superficie dopo una lunga apnea. Il tempo ha avvolto tutto. Ha cancellato la rabbia, ha nascosto il rimpianto, ha allontanato quella parabola all’incrocio. Il tempo non esiste di per sé, non nel calcio. Sono le azioni che creano il senso di ciò che avviene in quei novanta minuti più recupero di una partita, sono i palpiti che la definiscono, sono le emozioni che sopravvivono alla sfida. Quelle restano, non il risultato. Quello è un numero, uno come tanti. Quell’emozione no, è destinata a durare. All’infinito. Nulla potrà cancellarla, nemmeno quella sconfitta. Vissuta a San Siro, quell’emozione fa venire ancora le vertigini. E il desiderio di tornarci.

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