Oksana, una rivincita senza limiti

Vittima delle radiazioni di Chernobyl, orfana e poi amputata. L’adozione negli Usa, una carriera ricca di medaglie: Masters e una storia di riscatto
Oksana Masters
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Svegliarsi, senza trovare almeno uno che dica buongiorno. Cadere, senza nemmeno un cuscino sotto cui nascondersi per piangere. No, non ci si può nascondere. «Sono una sopravvissuta, la mia missione è indicare la strada agli altri, a quelli come me. Tutti i ragazzi e tutte le ragazze devono sapere che nessuno, nessuno, può tarpare i loro sogni. Tutti hanno diritto a una seconda possibilità». No, non si può nemmeno piangere. «Perché in orfanotrofio le lacrime portano le botte», hai ricordato una volta, una volta lontana da quell’inferno.

Sognare allora. Rialzarsi. Anche se le gambe che dovrebbero sorreggerti non sono le gambe di una bambina. Però cadere di nuovo, e stavolta dentro uno strapiombo. Il buio, la paura. Un taglio, un altro ancora. «Le gambe me le hanno mangiate i coccodrilli», così dici ai compagni di scuola che ti vedono diversa. Ti trattano come un’aliena. Sì, tu sei un’aliena ma solo perché vivi in un mondo che ha perso l’umanità. Sei un’aliena perché non ti lamenti, sorridi. Sei un’aliena perché il tuo corpo replica al dolore con la forza. Sei un’aliena perché nella testa non hai barriere, solo limiti da affrontare, magari da superare. «Tutto quello che ho passato in orfanotrofio è diventata la mia arma segreta. Persevero, vado oltre, trasformo il negativo in positivo», ripeti a chi ancora si stupisce.

Hai aspettato fiduciosa l’amore, e l’amore quando è arrivato ti ha reso forte, felice, fiera. Diventi una guerriera. E allora risali, ti rialzi, rincorri. Afferri un sogno, anche se non hai neppure i pollici per stringerlo. Però non hai tempo da perdere, non ti concentri su quello che ti manca. Pensi a riempire la tua vita, e la vita di chi te l’ha ridonata. E allora vai. Via, a spingere sull’acqua, poi sull’asfalto, persino sulla neve. Non avrai le gambe, ma tu hai le ali. Le apri. E voli.

Via, lontano da quell’inferno di dolore. L’inferno ti ha donato il coraggio, il dolore ha trasformato i limiti in punti di forza. Ti ha preso, portato sul traguardo. Vittorie e medaglie, ma quelle adesso non contano. Conta l’esempio. E’ quello che ti ha trascinato lontano. Lontano, più in alto di tutti. Fin sopra un palco, tra star e campioni, a migliaia di chilometri da casa. A Berlino. Sul palco accanto a te ci sono Messi, Bernal e Hamilton, Simon Biles, Dirk Nowitzki e la nazionale sudafricana di rugby. E’ la cerimonia di premiazione dei “Laureus World Sports Awards 2020”, è qui che ti premiano. Sei stata eletta “la sportiva con disabilità dell’anno”. Quando ti consegnano la statuetta hai un sorriso dolce. Fai gli occhi timidi, di chi prova davvero pudore, gioia, stupore. Allora li abbassi quegli occhi che hanno conosciuto il terrore e la paura, quegli occhi che hanno visto altri occhi girarsi lontano, altrove. Eppure a chinarsi ora dovrebbero essere quelli di chi ti ha percossa, di chi ti ha abbandonato, di chi ti ha visto, chiamata e peggio ancora considerata, diversa. A loro e a tutti, tu cosa potresti dire? Che sei una donna, un’atleta, una campionessa. Che sei tre cose in una volta sola, tre cose che nessuno credeva possibili ma ora basta ripeterlo ancora. Sei stufa.

E allora mentre tutti ti applaudono, pronunci soltanto due frasi. La prima: «Odio la parola disabile. È il 2020, siamo tutti così intelligenti, non si può trovare un’altra parola? È ora di inventarsi una nuova terminologia, che non sia così dura e non proietti un’immagine negativa sulle persone». La seconda. «Questo premio è per mia mamma. Mi ha adottato, mi ha fatto conoscere l’amore, mi ha insegnato a lottare, a vivere, a sognare. Ad andare oltre. Non so quali siano i limiti, le uniche barriere che ci poniamo sono esclusivamente nella nostra testa. Non è facile, ma non credo esistano veri e propri limiti. Perché concentrarsi su ciò che manca? A me non piace sentirmi dire che sono coraggiosa. Io sono semplicemente Oksana, una che sta vivendo la sua vita, come tutti. Perché tutti noi abbiamo una storia unica, una storia da cui imparare».

La storia unica è quella di Oksana Alexandrovna Bondarchuk che è pure quella di Oksana Masters. Sono la stessa persona, solo che per conoscere Oksana Masters bisogna per forza partire da Oksana Alxandrovna Bondarchuck.

Abbandonata, denutrita, maltrattata, abusata. La sua vita comincia così. Il 26 aprile 1986, quando esplode il reattore della centrale di Prypjat, al confine tra Ucraina e Bielorussia, non è ancora nata. Nasce tre anni dopo, il 13 giugno del 1989 a Khmelnitsky, in linea retta una città equidistante da Leopoli e Kiev, a 380 chilometri da quel maledetto reattore nucleare della centrale di Chernobyl, esploso durante una prova di sistema. A raccontare davvero, nonostante i silenzi e le censure sovietiche, cosa sia stata quell’esplosione per chi viveva (e vive) anche a centinaia di chilometri da quel disastro sottaciuto e nascosto per anni, c’è il suo corpo: una gamba più lunga dell’altra di quindici centimetri, le ossa fragili, le mani palmate e senza pollici, i piedi ognuno con sei dita, un solo rene, una parte di stomaco mancante, le tibie non formate.

I genitori l’abbandonano subito, la lasciano in un orfanotrofio. Ne cambia tre. A sette anni non arriva a un metro, pesa a malapena venti chili. E’ sola, abbandonata al destino. Senza un presente, senza un futuro. C’è solo una mannaia, che pende inesorabile e sinistra. Oksana vive dentro una prigione, dalle finestre scorge i girasoli – l’Ucraina è la patria di questo fiore bello e malinconico, che significa amore ma pure ossessione – luce che diventa ogni giorno un raggio in meno, una speranza che affievolisce. Abbraccia quel corpo rifiutato dai genitori. “Il mio piccolo piede”, così lo chiama quello sinistro. A volte lo usa per spazzolare i capelli. Ha solo una bambola, l’ha chiamata Laynev, come il nome di una sua amichetta d’orfanotrofio. Morta, dalle percosse. Perché piangeva troppo. Insieme s’erano svegliate, nel cuore di una notte. Cercavano da mangiare. «Ci trovarono. Riuscii a scappare. Mi nascosi. Lei no. La picchiarono, sentivo i colpi: è stata tutta colpa mia», rivelerà anni dopo. Oksana deriva dal greco. Xenia, ospitalità.  “Lodata da Dio”, in ucraino. Ma non c’è ospitalità e non sembra esserci un Dio, nell’esistenza di Oksana. Che, una volta grande, ricorderà. «In orfanotrofio faceva freddo, si moriva di fame, e se ti lamentavi erano guai. Lì ho imparato a non piangere: le lacrime portano botte, portano guai».

Non può piangere. Non può scappare. E nemmeno sottrarsi: alle percosse, alle privazioni, agli abusi sessuali. Deve restare in silenzio. Deve resistere. E’ sola, abbandonata e nella miseria: non c’è modo di riparare a quei guasti radioattivi, soldi per operarsi non ce ne sono. Non c’è una persona che le dia amore, che si occupi di lei. Che la sorregga. Che la porti fuori, a toccare i girasoli. Quel suo volto denutrito, quel suo corpo gracile, finiscono comunque nel registro delle adozioni internazionali. E’ la prassi. Ormai ha otto anni, però chi vuoi che la scelga? Per fortuna non siamo tutti normali, per fortuna non tutti si fermano come noi davanti alle apparenze, per fortuna non tutti sono confinati nel loro stato mentale.

Mentre cerca il volto di un neonato, gli occhi di Gay Masters incrociano i suoi. Gay è una donna single di Buffalo, logopedista e insegnante di storia. Vive negli Stati Uniti, è volata in Ucraina, è in cerca d’amore da donare. Desidera adottare un neonato. S’innamora di quella bimba, appena l’incontra. L’avvertono, però: Oksana non è una bambina “normale”, ha bisogno di cure e operazioni, non sarà mai come le altre. Per Gay la parola normale però non significa nulla. Per lei c’è solo l’amore. “Love is unstoppable”. L’amore è inarrestabile, l’amore è più forte di tutto. Non ha limiti, non ha barriere, non ha attese da ripagare, non conosce diversità. Due anni, due lunghi anni a contare i giorni: sarà una lunga battaglia, per ottenere l’adozione. Due anni di viaggi, incontri, promesse, carezze. Oksana in orfanotrofio si aggrappa alla speranza, all’amore: quelle mani senza pollici hanno imparato a stringere la foto di Gay, la sua seconda possibilità. «E’ la mia mamma, fra poco verrà a prendermi e mi porterà lontano da qui». Lontano da quell’inferno.

Però l’inferno non finisce quando Oksana atterra a New York. Gay la fa visitare, incontra medici e ortopedici. In ospedale sono chiari, spietati. «Amputiamo le gambe, non possono sostenerla, le miglioreremo la vita». Partono dalla sinistra. Oksana ha quasi dieci anni quando si sveglia e non vede più il suo “piccolo piede”. Si arrabbia: «Perché lo hai permesso, mamma? Non sono abbastanza carina?». Torna a casa, a giocare con le bambole. Ora ne ha tante, ma tutte si chiamano Laynev. L’amica che non c’è più, che non ce l’ha fatta perché piangeva. Lei no, non piange. Nemmeno a tredici anni quando le amputano anche l’altra gamba. Lei e Gay intanto si sono trasferite in Kentucky, la mamma insegna all’Università di Louisville. Prima di toglierle l’altra gamba hanno fatto cinque interventi chirurgici sulle mani, così potrà almeno afferrare gli oggetti. Si preoccupa Oksana, che va a scuola con le protesi e intanto di cognome fa Masters. Un’altra vita, chissà. «Mi sentirò mai come una donna? Potrò ballare? Non potrò mai indossare i tacchi alti». E’ un’adolescente, vuole solo essere come le altre. Si sente come le altre, le altre e gli altri la vedono soltanto perché ai loro occhi è diversa. Lei nasconde le protesi, indossa i pantaloni anche nelle calde estati del Kentucky. E poi quella frase, ogni volta che qualcuno se ne accorge: «E’ stato un coccodrillo, le ha mangiate lui le mie gambe».

Eppure è proprio quando si ritrova senza gambe che Oksana trova la forza, il coraggio, le ali. Si piazza ai blocchi di partenza e comincia a guardare diritto davanti a sé. Impermeabile, inarrestabile. Sorride, saluta, e parte. Ha l’amore di Gay a sorreggerla, ha gli occhi di chi ha conosciuto davvero il patibolo, ha la smorfia di chi ha avuto il boia come un amico di famiglia: nulla più la spaventa. Nemmeno l’acqua, nemmeno la fatica di remare, nemmeno gli occhi di chi ancora la guarda con una smorfia di pietà.

La sua seconda vita comincia da una canoa. Parte a quattordici anni, raccomandandosi: «Non sprecherò più un giorno della mia vita. Da oggi la vivrò tutta». Rema e si sente leggera. Lei spinge l’acqua, l’acqua respinge il dolore. Solo lei, e l’acqua. Solo lei, e la libertà. «Prima intorno a me vedevo violenza, da quel giorno solo serenità». Ha un bisogno d’identità che solo lo sport può regalarle, ha sua madre che ogni giorno le ricorda che è forte, che ha coraggio, che catturerà i propri sogni. In canoa rema, sempre più forte. Fino a Londra, nel 2012. La nazionale a stelle e strisce la mette in coppia con Rob Jones, un ex marine che ha perso le gambe in Afghanistan. Alle Paralimpiadi vincono la medaglia di bronzo nel canottaggio, la prima medaglia Usa della storia paralimpica nella specialità.

E’ quel giorno che l’America si accorge di questa ragazza, bella, dolce, sorridente. Torna a casa, la sua storia fa commuovere una nazione. Lei accetta di posare senza veli per la rivista Body Issue Espn. «Per rompere un modo di pensare. Per cambiare la percezione che la gente ha della bellezza». Sport Illustrated, altra rivista sportiva di culto, le dedica un lungo profilo. Intanto lei cambia sport, un po’ per necessità e molto per voglia di confrontarsi altrove, per superare altre barriere, per conoscere i propri limiti. «Gareggiare in altri sport significa anche portare il mio messaggio altrove. Spingersi fuori dalle proprie zone di comfort significa spingersi a migliorare».

Una rincorsa sfrenata, leggera, vincente. Dal canottaggio passa al ciclismo, poi tocca allo sci di fondo, infine il biathlon. Più volte campionessa del mondo, Oksana ha già partecipato a quattro Olimpiadi, estive e invernali: Londra, Sochi, Rio, PyeongChang. Ha conquistato otto medaglie olimpiche, ben cinque nell’edizione 2018: due ori, due argenti e un bronzo, nonostante una ferita al braccio avesse fatto dire ai medici della nazionale Usa: Oksana, stavolta devi fermarti. Oksana non si è fermata. Cosa vuoi che siano due graffi, per una come lei. Lei è un esempio. Lei è un modello. Be like Oksana. Essere Oksana.

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