Una corsa senza tempo

La maratona tra la vita e la morte in una residenza per anziani e quella di Shizo Kanakuri che la completò dopo 54 anni
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Shizo Kanakuri mentre completa, 54 anni dopo, la sua maratona di Stoccolma (foto da sportface.it)

Via Michelangelo 9, località Mombretto, frazione di Mediglia, provincia di Milano. Lì dove la vita e la morte sono una accanto all’altra, in una specie di staffetta tra l’angoscia e la speranza a passarsi il testimone in una frazione di secondi. Lì dove, nel chiuso di quattro mura, dentro una residenza per anziani, si sta disputando la più lunga e cruenta maratona di questo tempo. Lì dove dignitose ma meravigliose esistenze stanno provando a resistere, sbilenche e dondolanti. Aggrappate a un filo esile, in un equilibrio precario, abbandonate al destino e dai soccorsi. Sessantadue se ne sono andate in meno di venti giorni, altre ottantotto provano a resistere da un mese. Il mondo è immobile mentre dentro quelle mura di mattoni rossi – via Michelangelo di Mombretto di Mediglia – continua a disputarsi una maratona cruenta al passo di una staffetta veloce.

Maratona e staffetta: due tra le discipline della regina degli sport più agli antipodi, eppure così simili adesso. La staffetta, cos’è se non la sinergia tra quattro diversi atleti che, passandosi il testimone a trentacinque all’ora, si incontrano diventando squadra? La maratona, cos’è se non il più magnifico sforzo di resistenza e di fede che possa chiedersi alla mente e al corpo umano? La staffetta dove tutto brucia in pochi secondi che sono un flash, la maratona dove tutto si consuma in ore che sembrano giorni. “Amo l’atletica perché è poesia, e se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta”, scrisse una volta il premio Nobel per la Letteratura, Eugenio Montale. “La storia dell’uomo è come una staffetta, ognuno raccoglie il testimone e corre sempre più veloce, provando ad andare oltre”, ha detto invece in questi giorni Alex Zanardi, fuoriclasse dello sport e della vita di questo tempo. Il tempo, che cambia il colore alle cose, agli uomini e pure ai traguardi.

Undici anni, tanti ne sarebbero passati per ritrovarsi con una medaglia al collo. La storia di Nobuharu Ashara, Shingo Suetsugu, Shinjt Takahira e Naoki Tsukahara è una di quelle storie che di solito se ne stanno in un trafiletto: titoletto a una colonna in una delle ultime pagine di un quotidiano, come una formale nota a margine, come una burocratica correzione a qualche errata corrige. E invece la storia del quartetto nipponico di velocità meriterebbe una copertina in prima pagina, e fortuna che la storia – anche se a volte ci mette troppo tempo – sappia (quasi) sempre rendere giustizia. E’ una storia che comincia nello stadio Olimpico di Atene nel 2004 davanti a centomila testimoni oculari e termina in uno stadio di Doha, in un torrido pomeriggio, le tribune deserte e le telecamere che guardano altrove.

Comincia il 27 agosto del 2004 sopra una pista dove l’esito pare scontato. Gli Usa della freccia Gatlin sono strafavoriti e invece proprio lui commette un errore che sarà lasciapassare per il quartetto del Regno Unito che chiude primo in 38”07 davanti a Usa e Nigeria. Giappone beffato per un soffio, giusto il tempo che la fotocellula definisca al millesimo il fotofinish. Quarto posto e niente medaglia al Giappone, che una medaglia olimpica nell’atletica leggera la sta inseguendo da quelle di Amsterdam, lontano 1928… Quattro anni dopo quel 2004, Nobuharu, Shingo, Suetsugu e Naoki ci sono ancora. Hanno quattro anni in più e l’ultima occasione della carriera, l’ultima convocazione per la gloria olimpica, loro che sono l’orgoglio di un Paese fiero, che non si è mai arreso. Sono a Pechino – la struttura dello stadio è a nido d’ape e la pista è di una ditta italiana – e alla corsia di fianco si ritrovano la Giamaica, quella di Bolt, l’uomo più veloce della storia. Che difatti trascina la staffetta al record del mondo che durava da 16 anni e col più ampio di margine sulla seconda, Trinidad e Tobago. I nipponici fanno la gara della vita e conquistano il bronzo, a due centesimi dall’argento. Gioia e lacrime dagli occhi a mandorla, lacrime e onori al ritorno in Patria. “Quando abbiamo vinto la medaglia è stato come un sogno ma il nostro viaggio non era finito”, ricorderà anni dopo Naoki Tsukahara, il più vecchio del quartetto. E sì, perché nel 2018 il Comitato Olimpico Internazionale chiude un lungo processo di riassegnazione delle medaglie. Uno staffettista giamaicano – Carter – era anni prima risultato positivo all’anti-doping e così, nel 2019, undici anni dopo, i quattro giapponesi scaleranno un gradino del podio con l’argento al collo, in una cerimonia lontana dalle telecamere e dai riflettori del mondo, in un arido, deserto e assolato pomeriggio in Qatar. La fine di un lungo viaggio cominciato nel 2004 ad Atene in un pomeriggio che avrebbe poi consegnato alla storia l’italiano Stefano Baldini, vincitore solitario della maratona e le braccia al cielo nello stadio Panathinaiko, immagine icona dei cinque cerchi come solo quella dell’etiope Bikila che, scalzo, trionfò passando sotto l’arco di Costantino a Roma. Erano le Olimpiadi 1960 e le immagini in bianco e nero sono ancora adesso colorate d’oro. Non c’erano ancora le telecamere nel 1912 a Stoccolma, la sede della quinta edizione delle Olimpiadi. Quelle di Shizo Kanakuri, l’uomo che completò la maratona ben 54 anni dopo lo start. Perché non è mai troppo tardi per tagliare un traguardo, perché in fondo è semplice rendere onore e giustizia.

Estate 1912, il Giappone non ha mai inviato atleti alle precedenti Olimpiadi. Ma Shizo Kanakuri è un atleta di talento, ha 21 anni e la maratona la sa interpretare. E’ uno studente, la famiglia non ha finanze. L’Università di Tokyo decide di pagargli le spese per il viaggio. E il 14 luglio del 1912 Shizo Kanakuri si presenta ai nastri di partenza della maratona. Sono in 68, e solo 34 arriveranno alla fine. Non Shizo, che a metà del tragitto prende la testa della corsa insieme al sudafricano McArthur e marcia verso l’oro. Però al trentesimo chilometro Shizo letteralmente scompare, McArthur vince e il nipponico non si sa dove sia. Riavvolgiamo il nastro, torniamo a quel giorno del 1912.

Al trentesimo km di quella maratona Shizo non ce la fa più, è stremato. Ha bisogno di un rifornimento ma i rifornimenti (allora era così) sono vietati. Sfila davanti al giardino di una villetta in un sobborgo che si chiama Sollentuna. Lo intravede e fa retromarcia e gli occhi si illuminano: in quel giardino si sta svolgendo una festicciola. Il padrone di casa lo vede, quasi morto. “Vieni, ti offro un succo di lampone, riposati un attimo nel giardino”. Shizo accetta e sì, decide di riposarsi in giardino, ma solo per un attimo. Solo che quell’attimo diventerà un’ora e poi un’altra e un’altra ancora. Shizo s’è proprio addormentato e il padrone di casa ha timore di svegliarlo. Intanto Shizo lo aspettano al traguardo e persino la polizia si mette a cercarlo. Attesa e ricerche vane. Su quel traguardo il giapponese non passa. Sopraffatto dalla vergogna, Shizo rientrerà in Patria nel silenzio. Senza dire nulla, senza avvisare gli organizzatori, ha preso un treno da Sollentuna per Stoccolma e se n’è tornato in Giappone. In Svezia però quel suo nome resta leggenda popolare. Tanto che nel 1962, nell’anniversario dei cinquant’anni di quella misteriosa maratona in cui Shizo Kanakuri scomparve, un giornalista svedese viene incaricato di individuarlo; quando ci riesce, dall’altra parte del mondo si ritrova a parlare con un nonno di dieci nipoti. E il nonno riannoda i fili, ripercorre quel trentesimo chilometro a Sollentuna, i suoi occhi ritornano in quel giardino, lì dove s’era addormentato dopo aver bevuto un succo al lampone. Sembra una favola, ma è una storia. E anche le storie meritano il lieto fine. E così da quel giardino, nel 1967, gli svedesi decidono di farlo ripartire: Shizo ha ormai 77 anni ma finalmente può chiudere i conti col passato, finalmente potrà tagliare il traguardo. Invece che cercarlo ovunque, gli svedesi potranno finalmente applaudire. E così, piano piano, ripercorre i restanti chilometri della sua gara facendo pure uno sprint negli ultimi 100 metri, che sono un regalo a telecamere e macchine fotografiche più che a se stesso. “E’ stato un lungo viaggio” disse sorridente dopo aver tagliato il traguardo, 54 anni dopo. Perché anche la maratona più lunga merita il lieto fine. Anche quella che 88 baldi giovanotti stanno continuando a correre tra quattro mura, in una residenza per anziani, in via Michelangelo 9, Mombretto di Mediglia, provincia di Milano.

P. S. scrivo soltanto perché qualcosa dovrò pur fare
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