Il tarlo e la quercia.
Il tarlo. È un insetto (parassita) millimetrico, all’occhio quasi invisibile. Eppure s’insinua, scava gallerie nel legno, si nutre della polpa vitale, crea danni. A volte irreparabili, persino per alberi milioni di millimetri più grandi di quel parassita. Il tarlo scava, corrode, devasta, uccide. Il tarlo va evitato, preso in tempo, combattuto. Il suo picchiettio viene detto “orologio della morte”.
Tàr-lo. Figurativamente, nel dizionario della lingua italiana: preoccupazione che rode l’animo. E da qui: il tarlo del dubbio, il tarlo del rimorso, il tarlo della gelosia, il tarlo del sospetto. Metaforicamente utilizzato da scrittori e poeti, ad esempio Carducci: “Or freddo, assiduo, del pensiero il tarlo mi trafora il cervello”. Cioè il tarlo fa perdere il senno.
Il tarlo inghiotte la ragione, destabilizza l’animo, infesta la serenità. Il tarlo corrode. Il tarlo va combattuto, pur se sarebbe meglio prevenirlo.
“Un punto guadagnato o due persi?”. Il tarlo su sponda granata ha cominciato a insinuarsi un secondo dopo Empoli-Salernitana, sfida folle che se al Castellani ci fosse stato uno spettatore neutrale avrebbe esclamato: ma ero allo stadio o sulla giostra delle “montagne russe”? La risposta – punto guadagnato o due persi? – banalmente semplice: è un punto. Guadagnato, strappato da stremati, soffrendo, patendo. È vero, Vicario ha compiuto almeno due parate irreali, è vero che Perotti ha ciabattato il rigore, però è pur vero che l’Empoli nella ripresa aveva dinanzi praterie sconfinate, palla veloce e filtrante per superare la linea di mezzo granata (l’azione del gol è un dipinto di tecnica e tattica), completamente saltata. Almeno cinque occasioni limpide, una stoppata da Sepe, le altre affondate per imprecisione e… e di occasioni ce ne sarebbero potute essere altre.
“Perché ha tirato Perotti? Se avesse tirato Bonazzoli…”. Il tarlo qui ha cominciato a scavare non appena il pallone ciabattato ha impattato sui guanti di Vicario, bravo a scegliere attimo e angolo. Perotti ha calciato semplicemente perché se la sentiva, perché in carriera ne ha calciati tanti e altri anche ben più importanti (palla di solito morbida e portiere spiazzato), perché in quel momento era sul campo e sul campo compagni e allenatore non si sono mossi. Già. Da questo tarlo ne potrebbero discendere altri, come una catena che tende all’infinito ovviamente senza potersi mai chiudere: “perché Perotti non ha consegnato il pallone al compagno? perché se non tirava un rigore da almeno due anni si è preso il compito? perché dalla panca non è arrivata un’altra indicazione?”. Tarli come domande. Tutte inutili. Potrebbero continuare. All’infinito. L’infinito però non si vede, non si tocca. È irraggiungibile. Dunque meglio lasciar stare. Un pallone invece è materia, è una cosa concreta. Il pallone, questo sì, sono anche dettagli. E allora ecco il tarlo, un altro: “Ma se Ribery non si fosse fatto coinvolgere nella rissa col Cagliari, sarebbe stato disponibile. E nelle rotazioni il francese sta davanti all’argentino. Sarebbe entrato lui al posto di Verdi, e dunque senza Perotti quel rigore sarebbe toccato a Bonazzoli o Djuric”. Il tarlo scava, va combattuto. Però va pure prevenuto: curare i dettagli – ogni dettaglio (“ma se Sepe non si fosse avventurato in quell’uscita affrettata al 95’ col Cagliari, da lì nuovo caos per il rigore, da lì altro recupero e altro nervosismo e il nervosismo genera sempre disattenzione) – è importante. Fondamentale. Perché sono quelli che alla fine fanno classifica. I dettagli. Non i tarli.
“La classifica la decide il Palazzo, la decidono gli arbitri, quelli in campo e specie al Var”. Il tarlo, un altro. Viaggia e corrode in ogni piazza calcistica (quest’anno di errori ce ne sono stati, e clamorosi), specie nei finali di stagione. Inquina, infesta, irretisce. Fa cadere nella ragnatela, in trappola. A Salerno, ad esempio, nell’ultima settimana, parecchi non si tenevano: “Di Bello arbitro e Mazzoleni al Var col Cagliari: hanno deciso chi deve salvarsi”. All’Arechi Di Bello ha accordato un rigore (netto) alla Salernitana, decisione poi confermata al Var anche da Mazzoleni. Che sempre al Var ha cassato il rigore accordato da Di Bello al Cagliari dopo un’irruenta (torniamo ai dettagli) uscita di Sepe e conseguente mischione. In mischia s’è infilato un altro tarlo, appena quattro giorni dopo, alle nuove designazioni di Rocchi: “Di Bello al Var, prima con la Salernitana a Empoli, e il giorno dopo per Cagliari-Inter: ma come si può?”. Di Bello è l’arbitro che ieri ha richiamato il collega Massa al video perché s’era accorto come Coulibaly fosse stato (nettamente) sgambettato.
Lo sgambetto. Lo sogna l’Inter che stasera va a Cagliari, in campo esattamente un’ora dopo il risultato di Milan-Atalanta. Le due milanesi non giocano in contemporanea, come è stato e come sarà (si gioca pure domani) per la 37esima di serie A. Qui un altro tarlo (tardivo) ha cominciato a insinuarsi: “ma come è possibile, non è giusto, ne va della lotta scudetto, della lotta per l’Europa, della lotta per la salvezza”. Stampa, tifosi e dirigenti, tanti che ne parlano a metà maggio, quando la decisione era stata presa (e accettata) nove mesi fa… Ad esempio a quel tempo non c’era nel pallone Iervolino, presidente della Salernitana sempre molto attento a click, immagine e parole. Qualche giorno prima dell’emotiva sfilata pre-gara al Castellani, la società a voce alta – sarà stato per caso l’ennesimo consiglio del solito avvocato-showman? – aveva tuonato: “La non contemporaneità crea danni, chiederemo che sia assicurata per la 37esima giornata”. Il tarlo ha cominciato a insinuarsi nell’ambiente, senza che vi fosse messo subito un freno. Bastava dire: come la Lega potrebbe mai accogliere una richiesta di un club a tre giorni dalle gare? Tutto già fissato: viaggi, arbitri, ordine pubblico e palinsesto tv… Bastava che la razionalità non si facesse battere dalla demagogia, dall’utopia. Roba da non crederci: un tarlo addirittura auto-prodotto. Dannoso: nel calcio il silenzio a volte pesa molto più delle parole. Specie di quelle fuori luogo.
Tre parole, precise e giuste. “Siamo stati seri”: così ieri sera ha detto Andreazzoli, allenatore serio e sagace, attento e preparato. Un allenatore con la maiuscola. Come non applaudirlo, come non rendergli merito? “Siamo stati seri”, risuona adesso come una bacchettata violenta a chi aveva seminato il tarlo del dubbio, del sospetto: “Vedrete, l’Empoli si scanserà…”. Una frase che oggi (e domani) suona come avviso agli altri naviganti, presi tra le onde della penultima giornata di serie A. Non s’è scansato l’Empoli come non s’è scansato Vicario, che è un signor ragazzo, un signor portiere e un signor professionista. Gioca con l’Empoli ma è del Cagliari, ci sta che lo rivendichi con orgoglio, che faccia il suo. Ha parato un rigore a Perotti, il caso vuole che a parare l’altro rigore all’argentino in Italia (19 centri su 21) sia stato proprio Cragno qualche anno fa. E che stasera giocherà contro la sua possibile futura squadra, pronto allo stesso percorso compiuto da Barella, cagliaritano purosangue. «Non so cosa farei al suo posto, forse non l’avrei giocata perché è più facile. Conosco Nicolò, so quanto ami Cagliari, ma deve fare il suo lavoro. Giusto così. Di sicuro non sarà semplice, il tarlo l’avrà in testa»: così stamattina il doppio ex Nainggolan in un’intervista su “La Gazzetta dello Sport”, un filo doppio che riporta ai legami azionari passati tra Giulini e l’Inter, agli scambi di mercato, agli affari tra club. Altri maledetti tarli che insinuano (“ma l’Inter che farà se il Milan vince, ma il Napoli, ma il Genoa…”), che s’insinuano. Il tarlo destabilizza, debilita, devasta: penetra sottile, invisibile agli occhi eppure rovina, buca il pallone. Va prevenuto, combattuto, distrutto.
“Enjoy your game”: così diceva prima di ogni finale sir Alex Ferguson ai suoi calciatori. Perché quel “godetevi questa partita” significava (e significa) giocate la vostra partita, senza pensare ad altro. Il giusto equilibrio tra tensione e serenità. Parole da leader, come le parole che sembrano leggersi in questa meravigliosa foto nel post: il “comandante” Fazio che dice ai suoi compagni che lo osservano e l’ascoltano come fossero foglie: venite a me, venite con me, fate come me. Alto, robusto, grande: Federico Fazio sembra una quercia piantata sul prato. Una quercia più forte di migliaia di tarli.





