IL PERSONAGGIO

Bubka, lo zar che salutò da una Ferrari

Il concerto One World togheter at home e il LiveAid dell'85, quando Bubka superò per la prima volta i sei metri nel salto con l'asta
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Bubka saluta dalla Ferrari vinta al Sestriere in compagnia dei due figli (foto tratta da L'Equipe)

Cose dell’altro mondo. Hanno cantato e suonato. Per ore. Era luce da una parte del globo, era buio dall’altra. Uniti ma distanti, ognuno a casa propria ma tutti insieme nel nome della musica. E il Mondo li ha visti e li ha ascoltati da casa, sistemandosi davanti la tv: chi seduto in poltrona e chi sdraiato sul letto, chi in cucina e chi dal balcone. Settanta artisti hanno partecipato al concerto virtuale ideato da Lady Gaga che l’ha definito una sorta di “lettera d’amore al mondo”. Paul Mc Cartney, Elton John, i Rolling Stones, Jennifer Lopez, Billie Elish, Stevie Wonder, Annie Lennox, Zucchero, Beyoncè, Bocelli l’hanno cantata questa lettera, interpretando pezzi e brani di storia. Ora che la storia racconta di un tempo complicato e sospeso. Ora che il suono è la paura e i brani sono pensieri misti a preghiere. Ed è proprio con The Prayer che s’è chiuso il concerto virtuale. “One World Togheter at Home” l’hanno ribattezzato – una sorta di Live Aid del ventunesimo secolo – organizzato per raccogliere fondi (128 i milioni di dollari è il resoconto ufficiale) in favore dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità.

Trentacinque anni prima il pianeta aveva ascoltato e mandato a memoria altri motivetti. Che ancora risuonano.  “We are the world” e “Do they know it’s Christmas”. Erano altre canzoni e altre preghiere, altre star della musica riunite nella raccolta di fondi contro la carestia in Etiopia e nel mondo. Cose dell’altro mondo ma sulla Terra si continua a morire di fame e di sete; come fu un concerto dell’altro mondo il LiveAid organizzato dal leggendario Bob Geldolf. Un concerto, anzi due: perché le star della musica suonarono e cantarono in contemporanea, alcune a Wembley altre al Kennedy Stadium. A Londra settantamila sul prato davanti al palco – memorabile il momento quando vi salirono gli U2 e chi la dimentica “Pride In the name of love” durata dodici minuti e chi lo dimentica David Bowie dedicare Heroes al figlio ma chi può dimenticarsi dei Queen e Bohemian Rhapsody? – e novantamila a Philadelphia dove una giovane Madonna ammaliava “She’s great, she’s hot, she’s a lot… like a virgin” mentre Joan Baez era Amazin Grace come fosse ancora a Woodstock. Fu il più grande evento rock della storia. Sedici ore di musica e due miliardi di telespettatori di 150 nazioni. Due miliardi incollati agli schermi tv. Cose e canzoni dell’altro mondo. A Londra il concerto si chiuse sulle note di Do they know it’s Christmas, negli Usa con We are the world. Soltanto un cantante però riuscì nell’impresa supersonica di cantare a Londra e sette ore dopo a Philadelphia. Phil Collins volò sul Concorde della British Airways dove – leggenda racconta – incontrò Cher che nulla sapeva (?!) di quel concerto e lui, il celebre interprete di “One more night”, riuscì a persuaderla: o mia cara Cher, devi partecipare anche tu. Furono raccolti 50 milioni di sterline che al cambio attuale sarebbero almeno il triplo. Al fixing attuale e ufficiale, fanno circa 170 milioni di euro.

Diecimila dollari, e in nero. Tanto invece intascò un atleta – in mano aveva soltanto un’asta – per inarcarsi sopra un’asticella e superarla, planando sul materasso dopo aver toccato il cielo. Dopo essere arrivato lassù, in alto. Più in alto di tutti. Il primo ad arrivare sopra i sei metri, la storia di una disciplina – il salto con l’asta, roba da acrobati, svitati e giocolieri – che cambia completamente corso e padrone. Quell’uomo che entrò nella storia – e nella storia c’è rimasto e vi rimarrà per sempre – si chiama, e in ucraino si pronuncia, Serhij. Serhij che di cognome fa Bubka. Diciassette record mondiali all’aperto e diciotto al coperto tra successi alle Olimpiadi e ai Mondiali (sette di fila, dall’83 al ’97), detentore del record del mondo per trent’anni. L’ultimo stabilito proprio in Italia, al Sestriere il 31 luglio del 1994 quando superò i 6,14 metri. Un record rimasto inavvicinabile per dieci anni, fino a quando sulla scena non sarebbe comparso – era il 2014 e l’asticella stava a 6,16 metri da terra – Renaud Lavillenie (ora il detentore si chiama Duplantis ed è volato oltre i 6,18 il 15 febbraio del 2020), un ragazzo di Francia.

In Francia, precisamente a Parigi, il 13 luglio del 1985 Serhij era ancora Sergey perché l’ucraino allora saltava ancora per l’Unione Sovietica. Con il nome pronunciato in russo stabilì un record del mondo da fantascienza. E dire che a quel meeting lui non doveva nemmeno esserci. Era arrivato ad Orly tre giorni prima del meeting di Nizza: un organizzatore della riunione nella capitale francese va a prenderlo all’aeroporto, lo convince a partecipare alla gara in programma quella sera stessa. Un’esibizione, nulla più gli chiede. Per un sì gli offre diecimila dollari, in nero: “Se batti il record del mondo – Bubka l’ha stabilito per la prima volta un anno prima e in un anno è passato dai 5,85 ai 5,94, indimenticabili le emozioni di Roma (31 agosto ’84) quando per nove minuti Vigneron gli sottrasse lo scettro, perché dopo il 5,91 del francese l’ucraino volò sopra i 5,94 – ti diamo diecimila dollari e alla federazione sovietica non diciamo nulla”. Bubka ascolta e si lascia convincere, diecimila dollari senza dover passarli allo Stato gli fanno comodo. Al meeting ci va ma senza spremersi più di tanto. Dovrà essere una serata veloce, perché tre giorni dopo c’è Nizza e se Nizza salta son guai. Fa il primo salto a 5,70; che volete che sia per lui. Solo uno scherzetto. Gli serve per scaldarsi. Supera l’asticella e poi chiede agli organizzatori di sistemarla direttamente ai 6 metri. Senza passaggi intermedi. Bisogna fare in fretta, senza scomporsi e senza farsi male, e poi c’è il tecnico della federazione sovietica gli sta addosso perché allora non è come adesso. Allora non esistevano gli atleti professionisti nell’atletica leggera e la politica commerciale di Primo Nebiolo era agli albori. Fa un salto, un altro solo Sergey, e arriva il record. Il mondo spalanca gli occhi e quasi non ci crede quando vede stampato sul tabellone la scritta: 6,00. Sei centimetri in più del precedente record. Sono sei metri, sono due piani di un palazzo. Record inatteso e indimenticabile, come l’ultimo stabilito dal “Signore dell’asta”.

Stabilito in Italia, una delle nazioni che più l’ha amato, quasi adottato. Lo fa in piena estate, nove anni dopo Parigi. Bubka al Sestiere ha 31 anni, arriva con qualche ferita del passato mai rimarginata (solo un oro alle Olimpiadi, un’altra persa per colpa del boicottaggio e altre tre perchè sconfitto da un infortunio), e un conto in banca ormai notevole perché lui è la star dei meeting e il più richiesto dagli sponsor. Viene invitato tra le montagne tanto amate da Gianni Agnelli: in palio da sei anni gli organizzatori hanno messo una Ferrari 348 spider. Ma sono sei anni, ci ha provato persino Carl Lewis, che la Ferrari resta nel garage. Perché per prendersi le chiavi bisogna stabilire il record del mondo nella propria disciplina ed in condizioni particolari: il vantaggio dell’aria rarefatta che però poco può compensare il freddo e il vento imprevedibile di una cima alpina. Ci provano in tanti, nei cento metri e nel lungo, sugli ostacoli e in pedana. Niente, il record sembra non arrivare per il sesto anno di fila. Pazienza, la Ferrari 348 spider per un altro anno resterà chiusa ancora in garage. E invece Bubka salta prima i 5,90 lasciando una finestra di luce tra il suo corpo e quell’asticella che poi a comando – lui abituato a stabilirli come un automa, come un programma mandato a memoria in un copione da attore consumato – la fa sistemare ai 6,14. La penultima scena che filtra tra ale montagne è lui che accarezza e supera l’asticella, senza nemmeno sfiorarla. L’ultima istantanea arriva fuori dalla pista. E’ Bubka con i due figli che sgomma nella Ferrari decappottabile. Che scappa sorridente, salutando dalla pista d’atletica del Sestriere. Lui e i due bimbi dentro una fuoriserie. A pensarci, il saluto più bello che si potesse organizzare ad un fuoriclasse.

P. S. scrivo soltanto perché qualcosa dovrò pur fare

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