Prende la strada dell’inchiesta giudiziaria, versante penale, la denuncia presentata alla Procura della Repubblica di Roma dal legale Mauro Buontempi per conto di Roberto Patrassi (l’ipotesi di reato di partenza è “sostituzione di persona”). Dopo una preliminare e obbligata fase istruttoria, il fascicolo è stato aperto e assegnato al pm Daria Monsurrò: toccherà a lei far luce su quanto denunciato dall’ex arbitro marchigiano la cui sigla compariva sull’esposto che ha fatto poi da detonatore all’inchiesta della Procura federale che ha portato alla condanna dell’ex presidente Antonio Zappi e alla sua decadenza, esposto che Patrassi sostiene non abbia non solo mai firmato né tantomeno siglato, ma di cui non fosse proprio a conoscenza, così come affermato nel corso dell’audizione alla Procura Federale dalla quale si aspettava, visto che aveva disconosciuto la paternità dell’esposto, la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica. È un caso assai particolare e spinoso, una sorta di matassa ingarbugliata che nasconde punti oscuri e che potrebbe, alla fine, portare a clamorosi sviluppi.
Magari a Maigret sarebbero bastati pochi giorni per risolvere il caso ma il celebre commissario, frutto del genio letterario di Georges Simenon, non è più (figurativamente) in servizio: chissà, forse potrebbe però essere d’aiuto il capolavoro “Porto delle nebbie” nel quale Maigret si imbatte in un uomo senza memoria e senza documenti ed è costretto a muoversi tra omertà, delitti e misteri per risolvere un caso che si snoda tra le nebbie della Bretagna, un caso pieno di risvolti e colpi di scena nel quale allo sconosciuto il commissario di Simenon affibbia l’appellativo di Uomo.
Trasferendoci dalla finzione letteraria alla desolante realtà, trasferendoci dalla Bretagna a Roma, ecco approdare al caso dell’uomo, o meglio della manina dell’uomo ancora non identificato, che ha materialmente inviato tredici mesi fa, attraverso una raccomandata senza ricevuta di ritorno e senza mittente, un esposto-denuncia al responsabile delle relazioni istituzionali e dell’ufficio giuridico della Federcalcio Giancarlo Viglione e al procuratore capo Giuseppe Chinè segnalando i comportamenti dell’allora presidente dell’Aia Antonio Zappi che avrebbe esercitato pressioni, inducendoli poi alle dimissioni dagli incarichi (biennali), il responsabile della Can C Maurizio Ciampi (che in un interrogatorio, davanti agli inquirenti della procura federale, risalendo a quelle travagliate notti e giorni rivela come “il 3 luglio verso l’ora di pranzo chiamai l’avvocato Viglione per raccontargli la vicenda e la richiesta delle mie dimissioni. Lui mi disse di non dimettermi perché la federazione non era stata coinvolta e mi disse che il messaggio mandatomi da Zappi con il testo delle mie dimissioni era palesemente quello di dimissioni indotte e non spontanee”) e quello della Can D, Alessandro Pizzi trovando così la strada spianata per le nomine (poi avvenute) di Daniele Orsato (mai dimenticare come a metà giugno, in piena bagarre nomine, si registrò l’inusuale visita in via Allegri di Orsato con i due suoi storici collaboratori, Carbone e Giallatini, tutti e tre ricevuti nella stanza di Gravina: visita che rivelammo in esclusiva, leggi qui) e Braschi.
Da quell’esposto, un esposto che all’apparenza pare scritto a più mani e che presenta aspetta giuridici e tecnico-arbitrali assai curati, sarebbe poi partita, appena il giorno dopo la ricezione (la raccomandata inviata il 27 luglio, ricevuta il 28 luglio da Chinè e Viglione mentre l’avvio dell’indagine è datata 29 luglio 2025 con l’iscrizione da parte della Procura federale dopo la nota della segreteria della presidenza Figc), l’inchiesta della Procura federale che ha poi portato, dopo il deferimento, alla condanna di Zappi, disarcionato dall’incarico in virtù dei tredici mesi di inibizione comminati prima dal Tribunale federale, poi confermati in Corte d’Appello e blindati infine dal giudizio del Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni.
Cerca(va) un giudice a Berlino l’ex presidente degli arbitri italiani la cui lunga mano però pare abbia avuto peso nelle nomine avvenute un mese fa dal suo (ex) Comitato Nazionale (leggi qui), mentre il 73enne ex arbitro e storico ex collaboratore del Milan Roberto Patrassi e il suo legale Mauro Buontempi cercano invece un magistrato a Roma che arrivi a scoprire chi ha materialmente inviato (e chi avrebbe idealmente architettato il piano) l’esposto firmato con una sigla in stampatello (R.P.) che per l’ufficio del procuratore Chinè stava senza alcun dubbio per Roberto Patrassi e che però, ascoltato dagli inquirenti federali a Milano a settembre 2025, aveva subito disconosciuto la paternità rivendicando con forza di essere estraneo ai fatti consumatisi anche perché lui, in quei giorni, si trovava in Portogallo e materialmente non avrebbe potuto recarsi nell’ufficio postale romano dal quale era stata inviata la raccomandata “avvelenata”, per giunta senza ricevuta di ritorno (“ma allora come faceva a sapere la procura federale che gli esposti provenivano da un ufficio postale di Roma?”, si è chiesto, ad esempio, Patrassi).
Rivendicazioni e testimonianze manifestate con forza e convinzione, elementi e carte alla mano che non sono bastate però per arrivare alla verità. Per i giudici federali (in primo e secondo grado) l’esposto, pur se rivelatosi anonimo e senza una paternità acclarata, aveva “contribuito” ad aprire un’inchiesta (da notare come l’art.118 del codice di giustizia sportiva al comma 2 prevede che il “procuratore federale prende notizia degli illeciti di propria iniziativa e riceve le notizie presentate o comunque pervenute, purchè non in forma anonima o priva della compiuta identificazione del denunciante”) che avrebbe trovato la conferma negli interrogatori e nelle testimonianze dei soggetti interessati, pur se, ad esempio, Ciampi e Pizzi hanno più volte cambiato e modificato la (propria) versione: Zappi colpevole, deferito, condannato, estromesso dall’Aia e poco importa se quella sigla (RP) fosse soltanto uno sgorbio, una svirgolata, una puntina d’inchiostro senza identità. Dall’Aia si era intanto subito dimesso Roberto Patrassi, arbitro effettivo dal ’72 al ’78 e (arbitro) fuori quadro dal 2022 fino all’estate del 2025, l’estate cioè nella quale avrebbe compreso come proprio non poteva più far parte di un’associazione come quella degli arbitri italiani. Tirato in ballo, coinvolto e trascinato in una vicenda oscura e misteriosa, nel corso dei mesi ha provato a chiedere documenti e accertamento della verità ma lui e il suo avvocato si sono ritrovati davanti ad un uro di gomma: la Procura federale a maggio aveva detto no all’istanza di accesso per ottenere copia dell’esposto attribuitogli ma la Procura di Chinè non ha mai risposto neppure alla richiesta di chiarimenti sul trattamento dei dati personali; l’istanza poi è stata accolta dalla Corte d’appello federale ed ha così scoperto così, ad esempio, come le buste delle raccomandate contenenti l’esposto inviato a Figc (all’ufficio del responsabile delle relazioni istituzionali e dell’Ufficio giuridico, l’avvocato Giancarlo Viglione) e alla Procura Figc di Chinè portassero codici identificativi cronologicamente successivi. Solo una tra le tante misteriose circostanze che accompagnano questo caso.
Sul caso, ipotizzando il reato di “sostituzione di persona” Patrassi, attraverso l’avvocato marchigiano Mauro Buontempi, ha presentato querela alla Procura della Repubblica di Roma, provando così a saltare il “muro di gomma” di via Allegri. La vicenda è così approdata alla Procura romana, tanti anni fa ribattezzata “porto delle nebbie” da Stefano Rodotà perché molte delle scottanti inchieste giudiziarie su politica, criminalità e poteri forti all’epoca finivano insabbiate o al più inghiottite dal nulla. Inciso: Stefano Rodotà è stato anche il primo presidente dell’Autorità Garante sulla privacy e la denuncia di Patrassi è stata presentata anche all’Autorità presieduta attualmente dal professore Pasquale Stanzione poiché i dati di Patrassi sono stati dati in pasto senza autorizzazioni, perché sono state riscontrate anomalie e perché il titolare del trattamento sui dati personali (la Procura Figc) non ha seguito l’iter previsto.
Procura della Repubblica e Garante Privacy hanno ricevuto querela ed esposto, e avviato una prima istruttoria. Istruttoria che ha portato a riscontri tangibili nel giro di tre settimane, consentendo così al procuratore aggiunto della procura romana di poter affidare il fascicolo al pm Daria Monsurrò che ha già avviato l’indagine penale. Toccherà dunque a un pubblico ministero dell’ufficio dell’ex (ci si augura) “porto delle nebbie” arrivare a delle risposte, scavando nei meandri di una vicenda misteriosa e bizzarra ma anche insidiosa e scivolosa e che potrebbe portare anche alla caduta di qualche “testa” prestigiosa. Se non è stato Roberto Patrassi ad inviare l’esposto, chi è stato? Se non è stato Roberto Patrassi a ideare questo scenario, chi lo ha disegnato? Di chi è la mano che ha siglato e di chi è la mano che ha ideato? C’è chi avanza molto più di un semplice sospetto, c’è addirittura chi si spinge ad ipotizzare come l’esposto possa essere stato partorito nella “pancia” della stessa associazione con l’appoggio (influente) di qualche pezzo grosso che nel tempo ha intessuto legami e progetti con una parte del settore arbitrale. Illazioni, per ora. Il commissario Maigret ci avrebbe messo qualche giorno per scoprire l’identità dell’uomo; chissà, magari la pm di Roma ci metterà qualche giorno in più, eppure l’impresa non pare così ardua…
Continua ad ardere tra tizzoni, cenere e fiamme il fuoco (amico e nemico) dentro l’associazione italiana arbitri: la bagarre pre-elettorale, con la definizione delle candidature presidenziali (e delle squadre per il Comitato Nazionale) ogni giorno riceve nuove (e vecchie), bordate. La data delle urne potrebbe essere comunicata proprio oggi: se così fosse, si andrebbe al voto nella prima decade di ottobre. A scendere in campo per il gruppo uscente ci sarà il romano Massini, che potrebbe cedere il testimone al campano Affinito solo se tra i candidati alternativi si facesse avanti il romano Ciampi (in questo periodo pare sostenuto dal gruppo Pacifici–Zaroli e anche da quello di Trentalange e Baglioni); bisogna però stare in guardia, perché il terreno è disseminato di trappole e false comunicazioni, mentre sul cammino l’altro candidato che non ha fatto mistero di volersi candidare è Narciso Pisacreta che però non è disposto a a scendere a compromessi nelle nomine e dunque si trova davanti a una strada non semplice pur se continua ad avere appoggi consistenti. Il fixing e le alleanze sono, comunque, in continuo aggiornamento: lecito attendersi, come da tradizione, sorprese e colpi bassi.
In aggiornamento, tanto per non perdere il vizio, sono anche le segnalazioni anonime che piombano a valanga. Un paio di settimane fa una, firmata semplicemente “il presidente di sezione”, segnalava come il Comitato Nazionale avesse nominato Federico Votta tra i componenti della Cai nonostante pendesse su di lui una inibizione (sospensione) di tre mesi; il 7 agosto (tre giorni fa) in un comunicato del Comitato nazionale, preso atto dell’inibizione, e sottolineato come Votta non avesse comunicato il provvedimento (frutto di patteggiamento) al Comitato nazionale e al direttore tecnico Mimmo Messina, aveva revocato la nomina. Non si è fatta però attendere la risposta di Votta che, stavolta con una lettera firmata, ha ripercorso la vicenda non facendo mancare una velenosa stilettata nei confronti del Comitato nazionale, e nella fattispecie, al duo di comando Massini-Affinito.
Nel testo, infatti, si legge come: “il CN sapeva benissimo l’esistenza del provvedimento in corso in quanto nella mail inviata da Rocchi, il giorno 07 aprile al Procuratore Chinè, erano in copia sia Massini che Affinito. Inoltre non ho ritenuto opportuno avvisare Domenico Messina la mattina del 07 luglio, giorno in cui mi ha proposto l’incarico, in quanto lui stesso mi comunicava che in quel momento era assieme al CN tutto. Il giorno 07 luglio post accettazione dell’incarico, faccio richiesta via Pec alla Procura per essere contattato e valutare patteggiamento. Questo per minimizzare i tempi di sospensione, anche alla luce dell’incarico avuto e anche perché dalla Procura mi avevano fatto intendere chiaramente che in ogni caso la squalifica sarebbe arrivata. Secondo quanto riportato nelle motivazioni del comunicato di ieri, mi si accusa anche che dovevo comunicare la conclusione delle relative indagini. Tale obbligo non risulta condivisibile anche alla luce del fatto che nessuna decisione ufficiale era stata presa dal procuratore. Non appena sono addivenuto a conoscenza del provvedimento di sospensione, ho provveduto a comunicarlo immediatamente a tutto il gruppo OT CAI e ad abbandonare per il periodo di sospensione il gruppo chat di Whatsapp e i relativi lavori in corso in vista del raduno arbitrale di fine agosto, penso nel pieno rispetto dell’art. 41 c.1 e 3, che secondo il provvedimento di ieri avrei violato. Ma come anche specificato per le vie brevi da chi mi ha chiamato, la motivazione della revoca è di “forma” e non di sostanza. E’ possibile, in un momento così critico per l’Associazione, soffermarsi sulla forma tralasciando la sostanza? Lascio a voi le relative riflessioni e considerazioni”.
Già, a voi lettori le riflessioni e le considerazioni. A partire dal caso Patrassi fino a quest’ultimo di Votta. La nuova tornata elettorale potrà mai cambiare le cose in quest’associazione dilaniata, divisa, disarticolata, distrutta?






