«Il rogo del treno tra omertà e omissioni»

Il 24 maggio 1999 la tragedia sul convoglio Piacenza-Salerno: morirono 4 tifosi della Salernitana. Parla il pm che condusse le indagini. Di Florio e quel viaggio tra testimoni, istituzioni e scomode verità
Soccorsi nella Galleria Santa Lucia
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Ciro, Peppe, Enzo e Simone: i quattro ragazzi morti. Raffaele e Massimo: i due condannati. Gli altri 1500 sopra quel convoglio. I familiari delle vittime, quelli degli incendiari. I macchinisti. I soccorritori. Lo Stato, gli uomini delle istituzioni, quelli dello sport. Sofferenze mischiate a indifferenze, assenze e dimenticanze mescolate dentro banali parole di circostanza. Vite e esistenze legate per sempre a un numero: 1837, il numero del treno speciale che partì dalla stazione di Piacenza alle ore 20.07 del 23 maggio 1999. Destini bruciati e stravolti da quel giorno. Da quando – le 8.23 del 24 maggio 1999 – sbucò in fiamme dalla galleria che immette sulla stazione di Salerno. La galleria Santa Lucia. La santa protettrice degli occhi. Oggi sono 22 anni eppure nessuno ha mai voluto guardare più in là di quel tunnel, lasciandovi dentro come imprigionate verità e responsabilità. Mai un insegnamento vivo che non fosse invece solo una vuota testimonianza. Sì, questa è un’accusa, è un morso nello stomaco che non si riempie, è un macigno che andava scagliato contro quel muro di omertà e omissioni. Non sapevo, non ricordo, non pensavo, non ho visto, no io proprio dormivo. La tragedia non fu opera solo di chi appiccò materialmente l’incendio al termine di un viaggio lungo 800 chilometri. Ci fu chi lasciò fare, chi si girò dall’altra parte. Un calvario. Un’agonia. Chi viaggiava su quel treno fu ostaggio di balordi violenti e di uomini senza coraggio. Perchè fu pure l’eutanasia di uno Stato che si considera civile. L’incapacità degli uomini delle istituzioni e della società civile che avebbero potuto fermarlo, controllarlo, arrestarne quella folle corsa verso la galleria, il buio, la morte. E se non ci fosse stata la prontezza di due meravigliosi e paterni macchinisti delle Ferrovie dello Stato sarebbe stata una strage. Sì meglio fare nome e cognome perchè bisogna ricordarli e ringraziarli per sempre i veri eroi di questa storia – Carmelo Amico e Mauro Arganti si chiamano – che riuscirono a portar fuori da quel tunnel un treno in fiamme nonostante le ganasce dei freni fumassero perchè per cinque volte qualche balordo aveva azionato il freno d’emergenza.

“Tanto per fare qualcosa”: a metterla solo assieme è una frase che fa venire ancora i brividi. E’ quella che gli inquirenti si sentirono rispondere da chi accese la miccia su un convoglio impazzito, inquieto, incontrollato. Considerato alla stregua di un pacco indesiderato da chi avrebbe dovuto pianificare, vigilare, assicurare. A Piacenza, e poi Bologna, Firenze, Roma Tiburtina, Napoli piazza Garibaldi, Nocera Inferiore. Tutti ad ammassare ragazzi come sopra un carro bestiame a Piacenza, come a liberarsi di un fagotto pieno di stracci. E poi da Bologna in giù tutti a far presto, tutti a chiudere un occhio anzi tutti e due, tutti a sperare che quel treno si allontanasse il più in fretta possibile dai propri binari spostando le ruote bollenti sopra le rotaie di un’altra stazione. Nulla, nemmeno di fronte a un estintore scagliato contro il vetro di un locomotore che ad alta veocità percorreva la direzione opposta nei pressi di Bologna. Nulla. Come togliere la corrente in una stanza, lasciarla al buio, evitare ogni rischio di scossa. Nessuno a prendere sul serio quel treno e nemmeno la propria coscienza, nemmeno un orecchio al disperato grido d’aiuto di quei dodici disgraziati agenti di polizia lasciati in balia su quelle sedici carrozze, ostaggio dei propri superiori prima ancora che dei violenti. Un’opera di rimozione collettiva lo fu fin da subito, come i funerali, come i processi. Come questi 22 anni. Una corona di fiori, una targa, due parole. Poi stop. Poi proprio nulla. Sul banco degli imputati alla fine rimasero in due. La condanna per reati derubricati, l’affidamento, l’indulto. Vite segnate per sempre. Uno nel 2015 sarebbe tornato dentro per spaccio e detenzione di droga, l’altro ha cambiato sesso. Nessuno però ha pagato per omissioni e scelte sbagliate, nessuno ha scontato e pagato perchè non controllò, perchè non prevenne, perchè non intervenne. Però avere un conto in sospeso con i ricordi è terribile. Tengono sempre accesa la luce, non se ne vanno. Chissà se funziona pure con le colpe e i rimorsi, chissà se qualcuno li prova ancora. La verità storica e la verità processuale: ventuno anni dopo, cosa resta? “Si trova in una condizione necessariamente migliore per giudicare chi ha ascoltato le ragioni opposte come in un processo”, scriveva Aristotele. Vincenzo Di Florio è un magistrato salernitano, fu il sostituto procuratore che si occupò delle indagini sin dalle prime ore e che sostenne l’accusa nel processo in Corte d’Assise. Per la prima volta ripercorre quel giorno, quei mesi, questi ventidue anni.

Rogo del treno
Vincenzo Di Florio, il sostituto procuratore che svolse le indagini e che tenne l’accusa nel processo ai responsabili dell’incendio del treno speciale 1837 Piacenza-Salerno

Ventidue anni dopo che sensazione le resta?

Le do la risposta dal punto di vista morale. E’ un fatto che non si è legato al tempo che fu. Rimane un evento la cui probabilità di accadimento è tuttora altissima. La qualità della società è peggiorata sebbene il rogo del treno sia da ricondursi a una ristretta cerchia di persone. Ristretta in proporzione al numero dei partecipanti alla trasferta, ai viaggiatori sul quel treno, non in senso assoluto. Perché ciò che emerse in maniera abbastanza chiara è che Grillo e Iannone non furono gli unici responsabili di quella tragedia: altri vi contribuirono anche se con altri tipi di condotte.

Ad esempio?

Di tempo ne è passato tanto, dunque non ricordo se questo particolare emerse con chiarezza nel dibattimento processuale ma comunque non gli fu dato grande risalto. E’ a mo’ di esempio di altre condotte: il passaggio alla carrozza numero 5, quella che andò bruciata, fu bloccato dagli occupanti delle carrozza 4 e soprattutto della numero 6.

E’ peggiorata solo la società legata al mondo dello sport?

No, è peggiorata in senso assoluto. E quindi il discorso vale anche per il mondo sportivo.

All’epoca si parlò di frustrazione per la sconfitta, per la retrocessione in B.

Adesso basterebbe molto meno. E non parlo solo di fenomeni legati allo sport. La situazione attuale è una polveriera su cui tanti pericolosamente soffiano.

Il primo pensiero quando le comunicarono la notizia del rogo?

Fui avvertito con una telefonata di un agente della Polfer: “Dottore corra, qui è un disastro, il treno dei tifosi brucia”. Come tanti il giorno prima avevo visto la gara in tv. Anche io seguivo la Salernitana, spesso anche allo stadio. E ricordo i commenti serali insieme agli amici, eravamo un po’ tutti mogi per la retrocessione. Quello squillo, quelle parole di prima mattina, mi risuonano ancora. Mi ridestarono anche se l’incubo poi sarebbe stato ben peggiore. Abitavo a due passi dalla stazione, arrivai come un fulmine.

L’immagine all’arrivo che non va via?

Un assoluto marasma, una confusione terribile. Si faceva fatica pure a focalizzare. Quel che ricordo meglio è quando salii sulla carrozza. Era stata staccata e poi spostata su un binario lì dove ora sorge la Cittadella giudiziaria. Salii con alcuni agenti della Polfer, anche molto incautamente perché senza alcuna protezione. L’aria era irrespirabile, non si poteva proprio stare. Nel corridoio e negli scompartimenti divelti e distrutti c’era di tutto. Qualche giorno dopo gli agenti mi convinsero a farci visitare in ospedale. Eravamo tutti costipati. Tra particelle d’amianto e ceneri di plastica inalammo di tutto. Ecco, le attuali mascherine ci sarebbero servite.

E poi cosa ricorda?

La meraviglia fu di imbattermi in un ispettore delle Ferrovie dello Stato mentre ispezionavamo i tre vagoni. Nell’immediatezza di un fatto così eclatante vanno, e andavano adottati, provvedimenti particolari, precisi. Ecco, avremmo dovuto prendere un nastro bianco e rosso, sigillare le entrate, creare un cordone di sicurezza, bloccare l’accesso sulla scena del delitto. E invece non ci fu nemmeno il tempo di prendere quei provvedimenti, tanta e tale erano confusione e concitazione.

Alberto Arbasino: “L’Italia è un paese senza, dove ai più la memoria sembra qualcosa di inutile, se non addirittura di perverso”.

Quello che ci ha lasciato questa tragedia è soprattutto la pena per i ragazzi che morirono. Però delle cause scatenanti non se ne parlò, come mancarono i necessari e auspicabili coinvolgimenti di tipo sociale e sportivo. Da un punto di vista amministrativo certo produssero l’abolizione delle trasferte e dei treni speciali, una serie di altri provvedimenti. Ma il tam-tam sulle devianze sociali legate al tifo sono abbastanza recenti, non possono certo essere fatte risalire a quella vicenda.

Le indagini, gli interrogatori, le intercettazioni. Cosa ricorda di più di quei primi giorni dopo?

L’omertà. La totale e assoluta omertà. Di tutti. Ricordo le prime visite in ospedale, dove c’erano i feriti. Nemmeno da loro una parola. Né dagli amici, né dai parenti. Nessuno. Ad aprirci uno spiraglio di luce in quel deserto fu poi solo un ragazzo.

Il teste Alfa?

No, il teste Alfa, quello più importante, sarebbe arrivato dopo. Ma questo fu il primo. Un ragazzo coraggioso, mi fece una buona impressione. Un po’ scostante ma almeno ebbe la forza di raccontare qualcosa, ci fornì una pista. Che poi…

Che poi?

Fu un evento così drammatico, così traumatico e così caratterizzante che molte di quelle persone – testi, familiari, imputati – me le sono ritrovate spesso negli anni seguenti. Parecchi anni dopo incontrai Grillo in un’udienza di convalida di arresto per droga. Ero il gip e mi sentii chiamare dal banco degli imputati: “Dottore, come state?”. Era Raffaele Grillo, al che replicai: “Ma che hai combinato stavolta?”. Tra l’altro quella vicenda fu particolare: s’era costituito lui, accusandosi della detenzione. Patteggiò, prese 18 mesi. Mi raccontò della sua vita, mi informò delle vicende di Iannone.

Il procuratore capo Cornetta fece un appello, si rivolse ai ragazzi e ai genitori: “Parlate, fatevi avanti, fateci fare giustizia”.

Niente, non ci fu proprio verso.

Come si arrivò all’individuazione dei responsabili?

Partimmo da un identikit, disegnato grazie a un teste, un ragazzo alto, bruno. Lo fece di Grillo e Iannone. Ma era una traccia, fu la prima. Poi un altro ragazzo dopo diversi giorni ebbe come una sorta di rinsavimento, un afflato di pentimento. Non posso dire di più. Andammo a casa sua, abitava vicino al Centro sociale a Pastena. Fu il teste più importante. Il teste Alfa.

Le intercettazioni furono d’aiuto?

Le predisponemmo subito, anche in ospedale dove c’era un via vai di feriti, parenti, amici. Come pure per i funerali. Però non furono di grande aiuto.

Gli interrogatori?

Nulla. Non ho visto, non c’ero, dormivo, non conosco, non ricordo. C’era solo tanta omertà, uno spirito di gruppo anche da chi non era di quel gruppo. Si percepivano come tutti in un branco. Insomma: i panni sporchi si lavano in famiglia e la verità non va portata all’autorità giudiziaria.

E i genitori?
Stessa musica, tranne nel caso del testimone decisivo, il teste Alfa. Papà e mamma fecero una buona attività persuasiva, si comportarono bene.

Il primo ricordo dell’incontro con Iannone e Grillo?

Iannone faceva più pensare, era un ragazzo abbastanza sensibile, lo consideravo come succube della personalità di Grillo che invece era bene attrezzato. Si diceva che torturasse i gatti. Non erano amici, piuttosto conoscenti.

Confessarono?

Il primo teste ci consentì di disegnare l’identikit, il secondo ci rivelò particolari poi riscontrati. Grillo disse subito che anche tre dei ragazzi morti avevano partecipato all’accensione dell’incendio. Iannone all’inizio fornì invece una versione più marginale del suo operato.

Grillo si pentì o ammise solo i fatti?

Disse solo che era stata la rabbia per la sconfitta.

Con cosa incendiarono la carrozza?

Con tutto quello che c’era e che trovarono. Carte, stracci, spugne, bandiere. Avevano estratto persino i rivestimenti e le imbottiture dei sedili, i poggiatesta. Tutto. Pezzi sistemati persino nei bagni, e in altre posizioni particolari.

Come considerare gli altri occupanti di quella carrozza e almeno di quelle più vicine?

Nemmeno uno provò a bloccarli. Almeno questo risulta agli atti. C’è da dire anche che avevano chiuso e bloccato le porte per non far uscire chi era negli scompartimenti.

Interrogaste tutti gli occupanti? Su quel treno nessuno aveva il biglietto.

Appunto, avremmo dovuto procedere prima all’identificazione di tutti quelli che si trovavano in quella carrozza. Operazione impossibile. Allora non era come adesso. Tra l’altro alcuni si buttarono in galleria scappando nella confusione. Uno di quelli però si sarebbe rivelato poi assai prezioso se non decisivo nel corso delle indagini.

Omicidio volontario plurimo, disastro, incendio. Questi i capi d’accusa che lei formulò. Al termine del processo l’omicidio volontario fu derubricato a colposo. E le richieste di pena divennero condanne più che dimezzate. Perché?

Chiesi 18 anni per Grillo, 17 per Iannone. Diciamo che non fu facile. Nemmeno il dibattimento. Lo sviluppo processuale si divideva tra varie linee di pensiero e di condotta. Prima di tutto perché inizialmente si pensò che tra gli autori materiali dell’incendio fosse coinvolto anche un altro gruppo di ragazzi, poi invece processati per devastazione, danneggiamento.

Pare ragazzi della provincia. Giusto?

Sì e questo mi fa ricordare come questi ragazzi fossero su un’altra carrozza. Ciò testimonia che l’incendio non fu l’unica azione violenta commessa su quel treno. In altre carrozze per fortuna si limitò a qualche fiamma. La carrozza numero cinque fu l’epicentro.

galleria foto

Torniamo al dibattimento.

Sulla condanna fu contestato dai giudici, secondo me anche giustamente, l’omicidio a dolo eventuale. Il ragionamento dell’accusa era: tu sei in una galleria, se in una carrozza, sei consapevole del fatto che ci siano tante persone su questo treno. E dunque assumi il rischio che la tua condotta possa provocare la morte. I giudici invece ritennero che questa figura di dolo eventuale, a metà tra reato colposo e doloso, contenesse condotte in apparenza colpose. Per capirci facciamo un esempio. C’è chi per lucrare sul premio assicurativo in caso d’incendio della propria abitazione le dà fuoco sapendo che dentro c’è il custode del quale certo non ne vuole la morte però assume su di sé il rischio. La Corte d’Assise ritenne invece che Iannone e Grillo non avessero assunto il rischio della morte altrui. Sicuri solo che la loro condotta avrebbe prodotto un incendio.

Le condanne furono commisurate, adeguate, giuste?

Furono probabilmente un po’ lievi. Coerenti forse con i reati riconosciuti dalla Corte d’Assise ma per noi della Procura che ritenevamo sussistente l’omicidio a dolo eventuale la pena non fu particolarmente adeguata.

Il ricorso in Appello non cambiò la sostanza, anzi.

Non lo feci io ma mi pare che l’appello fosse incentrato sulle responsabilità di altri rappresentanti dello Stato, come il funzionario della Polfer a Nocera e Roma, e di altre posizione poi stralciate. Il ricorso fu rigettato.

Sulla scena restano solo Grillo e Iannone. Grillo anni dopo fu arrestato per spaccio e detenzione di droga. Iannone  fu al centro di una vicenda giudiziaria e inoltre completò un percorso di cambiamento d’identità sessuale. Con un’altra pena e la possibilità di scontarla in maniera diversa, il destino avrebbe preso altre strade? O erano esistenze irrimediabilmente stravolte da quel giorno?

Vista lo spaccio di droga, devo ritenere che per Grillo la condanna non abbia avuto particolari effetti dissuasivi. Chissà. Forse con un percorso psicologico rieducativo il destino sarebbe stato diverso ma come si fa a dire. Forse più per Iannone poteva esserci una possibilità. Ma siamo nel campo delle ipotesi.

Possibile che un incendio di quella portata fosse opera di uno sparuto gruppetto?

Domanda dalla difficile risposta. C’è stato chi non li ha fermati. Chi appiccò l’incendio non trovò ostacoli su quella carrozza. Non istigazione: gli altri proprio si disinteressarono. Anzi. ancor più grave: lasciarono fare.

Il padre di Vitale: “Simone non me lo ridarà nessuno, avrei voluto solo un’assunzione di responsabilità”. C’è stata, a tutti i livelli?

Non c’è stata. Ma parliamo di 21 anni fa, parliamo di fenomeni legati al tifo, all’epoca fenomeni criminali frequenti che coinvolgevano una rilevante massa di persone. Non parlo solo di Salerno ma in tutta Italia. Certo, nel caso specifico col senno di poi si sarebbero potute fare tante cose.

Il rogo del treno: le vittime
Le quattro vittime del rogo: Simone Vitale, Giuseppe Diodato, Ciro Alfieri e Enzo Lioi

Solo domenica 23 maggio ‘99, incidenti e feriti per quattro gare di A. E una settimana prima il treno in fiamme dai laziali a Firenze.

Ecco, vede? Fenomeni di violenza ovunque che raccontano di un periodo particolare, complicato, per certi versi ingestibile.

Le colpe solo degli incendiari o anche di altri?

Qualcun altro partecipò ma da un punto di vista cartolare, probatorio, la verità giudiziaria non è sovrapponibile alla verità in senso assoluto. Non emersero profili di altrui responsabilità.

Come è possibile che le colpe siano state ascritte solo a chi ha dato fuoco alla carrozza? Da Salerno la domenica mattina parte un treno e nessuno ha il biglietto. Una settimana prima i laziali hanno incendiato un vagone. E la gara a Piacenza ha contorni sportivamente drammatici. E già nel viaggio d’andata violenze e devastazioni. Non si poteva prevenire, non si doveva intervenire?

Adesso tutto quello che giustamente lei ha notato non sarebbe possibile. Però voglio partire dallo scenario di allora, a Salerno e in tante altre piazze calcistiche. All’epoca la manifestazione sportiva era intesa quasi come una scriminante tacita di comportamenti criminali. Come dire: io ti uccido però lo faccio nel corso della partita e allora l’omicidio sembra a livello sociale, non dico giudiziario, di minor rilevanza. Una situazione gravissima.

Non si intervenne prima, non si vietò, non si tornò indietro: forse perché si temevano danni peggiori?

In un certo senso credo andò così. Mi sembra che allo stadio di Piacenza non accaddero episodi eclatanti. Il problema dei senza biglietto è relativo. La vera questione, il problema reale, è ciò che accadde dopo la partita. A Piacenza le autorità ebbero comportamenti molto sbrigativi, come a dire: facciamo subito e in fretta. E questo è quanto accadrà per tutto il ritorno. Ognuno che voleva disfarsi di quel carico. Ognuno lo scaricava a quello successivo, come si fa con un pacco indesiderato.

Dodici poliziotti per 1500 tifosi sul treno, composto a Piacenza da 11 carrozze che diventeranno 16 a Bologna. Non le sembra un affronto per i tifosi stipati come sardine, per i 12 agenti, per l’ordine e la sicurezza pubblica?

Un numero insignificante. Cosa potevano fare davanti a 1500 ragazzi, tra l’altro delusi, stanchi, arrabbiati? Diverso forse sarebbe stato se su ogni carrozza ci fossero stati almeno 12 agenti.

Ma chi prese questa decisione?

Chi è delegato di solito. Il Prefetto, il Questore.

Nessuno di questi ha pagato, però.

Il processo per questo tipo di responsabilità fu spostato a Piacenza. Ma le responsabilità principali furono di non aver fermato il treno lungo quella sua corsa da Piacenza fino a Salerno, troppe tappe di violenze e devastazioni. E magari qualche arresto sarebbe servito. Però anche qui è difficile valutare. E se gli animi si fossero ancor più accesi? Quella vicenda assume contorni diversi e molteplici a ogni diversa angolazione.

Nel dibattimento al Senato Andreotti replicando a un senatore che denunciava il numero esiguo di agenti sul treno, disse: “Perchè, lei quanti ne avrebbe messi?”.

Ho ascoltato battute peggiori e più tristi. Il fenomeno però continuava a esser inteso come frutto di intemperanze giovanili giustificate dall’età e dunque viste con un occhio particolare.

Le violenze nel ritorno non si contano. Nei pressi di Bologna da una carrozza fu lanciato un estintore che ruppe il vetro del locomotore in transito sul binario opposto. Come è possibile che quel treno continuasse a viaggiare?

Un episodio agghiacciante, tra l’altro emerso in un secondo momento. Tutto vero purtroppo. Tutte le autorità il cui territorio veniva toccato da quel treno fecero secondo me questo ragionamento: il treno ha un carico pesante, il treno si sposta velocemente. Dunque tutti mirarono a liberarsene nel modo più veloce e indolore, come se fosse un problema al massimo da scaricare a chi veniva dopo.

E’ accettabile in un Paese che si considera civile?

No, assolutamente. Però è quello che accadde.

“Trattati come bestie”: così molti tifosi di quel treno. Quante vite a repentaglio anche per quei comportamenti permissivi, omissivi: non trova?

Il lancio dell’estintore e altre violenze emersero dopo il viaggio. Può darsi, ma è una mia ipotesi, che le autorità coinvolte scelsero di non fermare la corsa del treno per compiere accertamenti. Probabilmente valutarono che avrebbero esposto il luogo e altre persone a nuove, ulteriori e peggiori violenze. “Più presto arrivano a Salerno e meglio è”: potrebbe essere andata così.

Il questore Gulì a Piacenza solo nel 2010 fu definitivamente assolto. Non aveva responsabilità?

Per contestare un reato colposo è necessario che determinati accadimenti dannosi siano in un certo qual senso riconducibili alle violazioni che si possono commettere. Non è per voler assolvere qualcuno. Certo è che da un punto di vista dell’ordine pubblico non furono prese le decisioni migliori. Le scelte potevano essere altre. Ma non era un contesto facile.

“Sembrava di stare in Cassandra Crossing. Abbiamo chiesto aiuto ma nessuno ci ha dato retta”. Sono le parole dei 12 agenti, la metà donne, su quel treno.

Loro non potevano fare certamente molto di più. A Roma ma soprattutto a Nocera ci fu una sorta di intervento, almeno un tentativo. Però lì scattarono altre violenze, alcuni scesero pericolosamente dal treno, pronti allo scontro. E quindi fu deciso di ripartire. Si pensava che ormai il viaggio fosse finito.

Cimoli fece subito un sopralluogo alla stazione. Possibile che nemmeno le Fs avessero responsabilità? Eppure due anni fa la famiglia Vitale ha ottenuto dalla Cassazione il riconoscimento a un risarcimento per le condotte omissive di Rfi: “Il treno non poteva viaggiare senza estintori”.

Con Cimoli non parlammo, penalmente non si ravvisarono condotte addebitabili.

Le istituzioni furono vicine a voi inquirenti nel corso delle indagini e del processo?

Abbiamo lavorato senza problemi ma incoraggiamenti non ne abbiamo avuti. Era un nostro dovere andare avanti, non c’era bisogno di incoraggiamenti.

La legge Napolitano-Veltroni-Flick soppresse i treni speciali, fu messo un vincolo e freno alle trasferte.

Fu un provvedimento giusto quello del Governo. Poi forse mancò qualcos’altro. Anni dopo sarebbe arrivata la tessera del tifoso che a me non piace molto anche se non ne conosco bene le dinamiche. Non mi sembra però sia stata la scelta migliore.

Ghettizzare i tifosi, vietare le trasferte in base a una carta d’identità, impedirle persino alle famiglie: eppure in nome di una partita si è continuato a morire. Sandri, Esposito, l’ultimo morto a Melfi.

Sì, si è buttato a mare tutto, indistintamente. Sono state soluzioni tranchant. Si è continuato a uccidere e delinquere perché certi atteggiamenti non sono deviazioni al mondo del calcio o frutto di difetti organizzativi che pure ci sono. Morti, ferimenti, fatti di sangue, violenze: atti che trovano nello sport un’occasione – prima una facilissima occasione – e che vengono considerati di minore gravità. Sono invece problemi della società, di educazione civica, familiare, sociale. Da quella tragedia poteva nascere un percorso diverso: un’occasione persa.

La tragedia fu letta come atto di frustrazione e rabbia per la retrocessione della Salernitana. Lei che dice?

Che la serie B fu solamente un pretesto.

Gianni Mura scrisse: “Non criminalizziamo i tifosi ma almeno criminalizziamo i criminali”.

Certo, difatti non bisognava criminalizzare i tifosi della Salernitana come invece qualcuno pure fece. Il violento è un violento e basta. Non è che per diventare tifoso della Salernitana o della Juve c’è da sostenere un esame.

Esiste la differenza tra il tifoso che delinque e il delinquente tifoso?

No. Non esiste un recinto protetto, riservato. E il tifoso tranquillo nella vita e violento allo stadio non esiste.

Nel corso di questi anni il 24 maggio è stato sempre collettivamente e pubblicamente ricordato con una deposizione di fiori al cimitero, due parole, magari una targa. Possibile che non si potesse fare altro?

Alla giusta celebrazione dei morti andava affiancata un’attività educativa nell’ambito delle scuole, delle associazioni sportive, delle palestre, dei club dei tifosi.

Hanno pagato tutti i responsabili di quel rogo?

Tutto sommato penso di sì. Da un punto di vista penale così doveva andare, dal punto di vista morale qualche almeno piccola responsabilità poteva essere trovata. Se la vicenda accadesse adesso non avrebbe gli stessi risvolti e sviluppi. Ora c’è maggiore consapevolezza.

Che ricordo ha dei familiari dei protagonisti?

Ricordo i familiari del teste Alfa, quello decisivo, che poi tra l’altro ritrattò in dibattimento. Ne ho un ricordo positivo. I familiari delle vittime? Un episodio non potrò mai dimenticarlo. Quando i vigili del fuoco iniziarono il recupero dei corpi carbonizzati eravamo sulla banchina all’altezza del finestrino che fu segato perché si correva il rischio che le salme, urtando contro i bordi, si rompessero. Furono adagiate nelle bare e Vitale riconobbe quella del figlio. Una scena tremenda. Come quella successiva. Nel silenzio più totale si sentì uno squillo di cellulare. Allora erano pochi a possederlo. Ci guardammo tutti sorpresi, ognuno con le mani in tasca. Era invece il cellulare di una delle vittime, non ricordo se Lioi o Diodato, che squillava nei pantaloni di un corpo carbonizzato. Fu un fatto sconvolgente, quasi irreale; come se dalla morte potesse improvvisamente emergere la vita. I vigili chiesero a me il da farsi. Autorizzai un agente a rispondere. Era la zia di Lioi che chiedeva del nipote. Minuti che non dimenticherò mai.

Prima del treno all’Arechi c’era stata la sommossa per l’esonero di Rossi. E ancora la bomba carta in occasione della gara di Coppa Uefa della Fiorentina: Salerno non era proprio un posto tranquillo. Avvisaglie inascoltate prima della gara decisiva: uno spareggio vero e proprio, contro il Piacenza.

Io ero allo stadio quando scoppiò la bomba. Certo, fu un episodio terribile. Avvisaglie? Con tutto l’amore che nutro per la città e per la Salernitana devo riconoscere che anche in anni passati c’erano stati problemi. Non solo a Salerno ma in tante altre piazze.

Ventidue anni dopo: verità processuale e verità storica combaciano?

Non completamente, ci fu qualche altra responsabilità nell’appiccare il fuoco. Ma questa è una mia sensazione.

Un titolo a quella tragedia?

Ferocia incontrollata.

Gli ostaggi su quel treno?

La passione e l’amore per una squadra, per una maglia, per una città. Le tante persone perbene. Salerno da quella vicenda è stata macchiata, marchiata.

Parentesi sull’attualità: giuste le porte chiuse?

C’è l’emergenza Covid a giustificare, si giocherà solo per motivi commerciali. Ma in generale dico che non esiste proprio. E’ una cosa ridicola. Gli stadi sono fatti per essere riempiti.

Lei è più andato all’Arechi?

Da allora poche volte. Me ne sono allontanato. Una decisione spontanea, naturale, non forzata.

Perché diedero le fiamme a quel vagone?

Non lo fecero come tentativo di creare confusione in stazione per evitare l’identificazione, non lo fecero per spirito di emulazione, non lo fecero per la rabbia. La sconfitta, la retrocessione: solo pretesti. Lo fecero così. Tanto per fare qualcosa, qualcosa di eclatante.

Quindi quel vagone sarebbe potuto bruciare anche se la Salernitana si fosse salvata?

In astratto sì. Grillo e Iannone non è che fossero chissà quali tifosi né mostravano interesse o dedizione allo sport. Non erano nemmeno degli ultras, semmai tifosi d’occasione. E si presero l’occasione così, giusto per fare qualcosa. Che è ancor più terribile, solo a ripensarci.

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