A giochi fatti, o meglio, a urne ormai divelte, lo sconfitto Luca Pancalli suturava l’onta affilata del tradimento rifugiandosi in Pirandello. «Ho perso io, e non per colpa della politica. Non sono stato un suo strumento. Che dire? Che ci sono tante maschere e pochi volti…». Mentre i giochi si compivano, o meglio, mentre le urne si riempivano certificando così un epilogo scritto e sigillato (da patti, ponti, tradimenti e disconoscimenti) tre giorni prima dai mammasantissima dello sport tricolore, l’86enne Franco Carraro al centro della scena all’Acquacetosa (e non da “Villa Arzilla”) prima s’infilava un’altra volta, un’altra volta ancora, le vesti del Gattopardo: «Se vogliono che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è». Poi, dandosi di gomito con l’87enne Giuliano Amato (“Garante del Codice di comportamento etico” del Coni) velenosamente gli confidava (da “Il Foglio” di ieri l’altro): «Il ministro Abodi non è un politico: era uno che frequentava Colle Oppio da ragazzo, amico di Gasparri e Rocca, un manager che è stato richiamato al governo e ha riscoperto il manganello, ma gli è andata male con me…», togliendosi così definitivamente i macigni ricevuti all’annuncio della propria candidatura. «Carraro è una persona di straordinario valore, ma ogni cosa ha il suo tempo»: così il ministro dello Sport Andrea Abodi che, insieme alle parole, aveva infilato un parere normativo sui profili di incandidabilità e ineleggibilità del già tre volte presidente del Coni (dal ’78 all’87), pare su formale richiesta dell’uscente presidente del Comitato olimpico nazionale, parere infine rispedito al mittente dai tre membri della Commissione elettorale del Coni.
Così sorridente, soddisfatto, sollevato e sereno Giovanni Malagò non lo si vedeva da mesi: mentre andava a congratularsi col suo successore (il 74enne avvocato napoletano Luciano Buonfiglio), mentre assaporava il dolce sapore del trionfo, mentre incamerava la vittoria dello sport (e della politica sportiva) sulla politica (e la politica nello sport) ecco davanti ai suoi occhi mancargli soltanto uno dei suoi avversari. Proprio chi aveva chiuso la porta al suo quarto mandato, mentre intanto però contemporaneamente riallargava (con decreto) le porte delle federazioni ai gerarchi dello sport italiano, proprio quelli (Barelli) che invece avevano chiesto e ottenuto il sine die per i propri regni federali. Quello che aveva detto no persino a una proroga di pochi mesi, almeno e al massimo fino a febbraio 2026 per l’edizione dei Giochi di Milano-Cortina. Quello che, magari spinto dal tandem forzista Barelli–Casasco, era andato persino contro la diplomatica spinta quirinalizia di Mattarella e che aveva “convinto” l’amica premier Giorgia Meloni che no, bisognava mantenere (e difendere) la posizione nel vituperato nome del cambiamento solo e soltanto sul niet ad personam. A Malagò, relegato ormai a compagno di calcetto e basta. Eppure, non suoni come un monito ma piuttosto come un invito in aggiunta alle voci che già circolano, magari la politica (di qualsiasi colore) rivaluterà l’operato di Malagò che ha dimostrato di saper gestire non solo lo sport ma anche le dinamiche della politica (sportiva e non). «La vita va avanti, in altre direzioni: magari sempre nello sport, ma altrove», ha detto ieri.
Tornando al giorno del voto. Dentro la sala elettorale non c’era, il ministro Abodi: al suo posto, a certificare la pesante sconfitta (politica e di immagine) invece il capo della sua segreteria tecnica, Mario Pozzi. Che altro non avrebbe potuto fare che annotare, passo dopo passo, la misura crescente del disastro. E così, mentre il ministro Giorgetti (che non è ministro dello sport, ma del Mef) metteva in campo il suo uomo (Francesco Soro) per contrastare le mosse del presidente del Coni uscente Giovanni Malagò, il ministro dello Sport Abodi si affidava a un (bravissimo, così dicono tutti) Pozzi che però è un trentenne: cosa poteva fare contro certi “volponi”?
Buonfiglio, il candidato di Malagò, eletto al primo turno con 47 voti, con un margine di più 13 sul candidato voluto da Barelli (l’uomo di Tajani), Casasco, originariamente Binaghi (nervoso più del solito, magari per colpa di un passaggio in un altro decreto sportivo, quello per il quale “Sport e Salute” è entrata dentro l’organizzazione delle Atp Finals italiane e che – vista l’ingente spesa per coprire il centrale del Foro Italico necessaria a candidare il torneo di Roma come quinto Slam – potrebbe “entrare” pure nell’organizzazione milionaria finora gestita dalla Fit?) e proprio dal ministro Abodi, che ufficialmente però ha sempre dissimulato nel corso di questi mesi. Ha provato a tenersi sempre distante, senza però mai convincere alcuno. Nemmeno quelli della sponda governativa cui fa riferimento, risultandone invece e alla fine una (precaria) espressione: alle perplessità della premier, si sarebbero poi aggiunte quelle del potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Fazzolari e le manovre leghiste, decise e affilate ancor più da quando l’alleato Forza Italia ha detto no al terzo mandato per i governatori: in fondo l’ultima parola sullo sport italiano ce la mette sempre il ministro Giancarlo Giorgetti, protagonista sotto traccia di una complessa operazione (Mornati confermato come segretario generale, una scelta condivisa poi anche da Malagò, perchè da tutti è riconosciuta la preparazione e la competenza) che, alla resa dei conti, ha lasciato sul terreno un solo vero sconfitto. Perché Barelli (vero deus ex machina della campagna anti-Malagò e ideatore della candidatura Pancalli), Binaghi, Casasco e compagnia cantante continueranno comodamente a fare quello che hanno sempre fatto, dividendosi tra politica, sport, nomine, affari, salite e ridiscese dai carri. Sul proprio profilo social, Casasco s’è affrettato a pubblicare una foto con tanto di didascalia: siamo amici di Buonfiglio. Lui che stava dall’altra parte… Il presidente della federazione medicina sportiva manterrà per quanto tempo il laboratorio anti-doping? C’è chi scommette: ancora per poco. Come pure c’è chi scommette come la politica presto fagociterà anche Binaghi, i suoi orizzonti, e quelli della Federtennis.
E Abodi, invece? Che fine farà il ministro che si è intestato, intestardendosi, sulla candidatura di Pancalli, un candidato di sinistra, ex assessore del sindaco Marino in una Giunta romana (a proposito, anni fa il centrodestra aveva pensato a lui come cadidato anti-Gualtieri, ma come “vittima sacrificale”, come poi successo con Michetti), sgradito pure e persino alla sinistra, e che alla fine ha perso? Abodi che, per giunta, è riuscito nell’impresa di far resuscitare Carraro (e con lui i soliti lobbisti, da Letta a Bisignani), a cui qualcuno ha persino dato fin troppa importanza, attribuendogli un peso e un pacchetto voti (Petrucci, Gravina, e poi chi?) non reale.
Più che un’elezione, quella del Coni è stata infatti una lezione. Alcuni elementi, in ordine cronologico (e importanza) sparso. Malagò e Carraro che stringono l’intesa tre giorni prima volando in aereo da Losanna a Roma; il patto chiuso il giorno dopo alla presenza anche di Petrucci, Gravina e Buonfiglio; il patto sigillato con la conferma del segretario generale Mornati (almeno fino a Milano Cortina per Carraro, per tutto il quadriennio per il ministro Giorgetti); il segretario generale (scelto da Buonfiglio) in pectore Alberto Miglietta che come presidente federale vota per Buonfiglio senza sapere che intanto è stato “sacrificato” (trombato); il peso decisivo dei voti di Francesco Montini, potentissimo presidente delle Fiamme Oro; La Spina in Giunta come rappresentante dei tecnici e non la Garbin (candidata da Binaghi) che andrà via tra le lacrime; la deputata di Fdl Lancellotta che diserta (come altri) l’ultima cena di Pancalli per ordine di partito; Bianchedi (fedelissima di Malagò) e Di Paola (un altro fedelissimo) che diventano vice-presidenti pur se non hanno il massimo dei voti; fuori dalla Giunta Dagnoni (ciclismo) e Mei, “punito” forse perché nella campagna elettorale è stato sin troppo ondivago (prima pro Buonfiglio, poi su Pancalli, o meglio verso Barelli e Tajani a caccia di sostegno per l’organizzazione del Mondiale di atletica 2027, poi di nuovo Buonfiglio); fuori anche i big dell’altro schieramento (la Giunta Buonfiglio non è monocolore) Roda (sci) e soprattutto Manfredi (pallavolo), forse perché quest’ultimo ha troppo sparso in giro l’endorsement ricevuto del ministro Giorgetti (e politicamente questo ha inciso, al contrario…); i 55 voti ricevuti da Juri Morico, potente presidente di Opes e più che contiguo a Fdl, che trova il cammino in discesa e persino, nel corso della votazione, l’approvazione di Malagò che si lascia sfuggire pensando di non essere ascoltato, «lo abbiamo sostenuto tantissimo, è uno di destra, moderato ma carino»; il retroscena da Palazzo Chigi che riporta come il sottosegretario Fazzolari, ormai consapevole del disastro, imponga al ministro di “salvare” la faccia salvando Morico; a cascata, sempre per salvare Morico, ecco la ricostruzione secondo cui il ministro abbia suggerito a Malagò di far ritirare la candidatura dell’avvocato Cecilia Morandini, supportata pare i maniera eccessiva dal segretario Fidal Alessandro Londi: senza la Morandini in lista, ecco la schiacciante elezione di Morico; la voce, sempre più prepotente, di un disegno di legge che trasformi (finalmente) le federazioni in enti pubblici, il limite (finalmente) dei due mandati e (finalmente) l’autonomia e indipendenza degli organismi della giustizia sportiva all’interno delle federazioni: tre novità che fanno tremare i “padroni”, da decenni, delle federazioni.
Una lezione, più che un’elezione. Certificata, due giorni prima del voto, da una dichiarazione di Malagò nl corso di un’intervista rilasciata a La Stampa. «Premesso che il nostro sport va molto meglio del Paese, faccio il tifo per Giorgia Meloni e spero che vinca la sua scommessa a medio-lungo termine. Io sono un patriota. E patriota non significa nazionalista». Una frase che sarà risuonata beffarda. Addirittura più per Abodi, che per la sinistra. Addirittura più per Barelli, Tajani, Casasco e compagnia cantante, che per gli avversari della Meloni.
“La tattica, senza strategia, è il rumore prima della sconfitta”. Magari il ministro Abodi (chiederlo a Barelli, Casasco, Binaghi, Tajani e il resto dell’improbabile compagnia di giro travestita da armata Brancaleone, sarebbe come un rimbalzo sordo contro un muro di gomma…) avrebbe potuto pensare a questa massima del generale e filosofo cinese Sun Tzu prima che tutto sprofondasse, fermandosi qualche passo prima del burrone, dove invece adesso rischia di finirci solo e soltanto lui. Lui che non è un politico, rischia di venire triturato per giunta proprio da quei politici allontanatisi e smarcatisi appena capita l’antifona (i vuoti e le assenze alla cena di Pancalli alla vigilia ne sono plastica fotografia). Perché se persino dentro il partito principale di governo (Fratelli d’Italia) che poi è quello della premier (e amica) Meloni i malumori sono tornati a essere valanga, e se dentro la Lega riemergono veleni mai sopiti, sarà abbastanza difficile mantenere il posto ancora a lungo. Anche a fronte dei tanti slogan, delle tante iniziative, delle tante belle proposte e delle tante belle parole, mai tramutatesi poi però in realtà. Basti pensare all’ultima idea di decreto sport che sta viaggiando – visto, rivisto, corretto e ricorretto – su e giù per l’Italia da almeno sei mesi… Come ad esempio sulla nomina del commissario sugli stadi per Euro 2032 che la Lega serie A attende da mesi, come il varo della Commissione “Grandi eventi”, come l’entrata in funzione dell’Autority (indipendente) sui conti delle società professionistiche di calcio e del basket. Una commissione annunciata da un decreto legge del maggio 2024 e mai entrata in funzione perché per mesi si è lavorato a nomine, desiderata e veti; come l’introduzione di criteri di autonomia e indipendenza nel delicatissimo settore della giustizia federale. Ci fermiamo qui, ma solo perché l’elenco sarebbe lunghissimo. E torniamo per un attimo all’elezione del presidente del Coni, alla battaglia che in questi mesi ha coinvolto tutti e tutto, prosciugando energie, impegni, orizzonti, cambiamento.
Il ministro dello Sport in carica (ancora per quanto?) è stato messo in minoranza dallo sport, per giunta unitosi, pur con tutte le sue divisioni e antipatie, proprio per sbarrare la porta all’invadenza del nemico (la politica). Abodi si è come immolato, continuando però a inanellare inciampi e sconfitte sul campo, che non pare per giunta poi proprio il suo campo, cioè quello di un ministro. Nella sua precedente vita “sportiva” si ricorda ad esempio, dopo la lunga presidenza della Lega B (sostituito poi da tale Mauro Balata) la cocente sconfitta subita da Tavecchio alle elezioni Figc. Rientrato (ripescato dal mondo sportivo, “lo stesso che avrebbe voluto far risucchiare dalla politica” sostiene una gola profonda) nel giro con la presidenza del Credito sportivo, tre anni fa aspirava al ruolo di ad a “Milano-Cortina” e invece avrebbe poi accettato la poltrona (più scomoda e assai meno redditizia) del ministero, su richiesta della premier Meloni. Sono passati quasi tre anni, e in questi tre anni Abodi si è segnalato, soprattutto (a parte gli intenti, gli slogan e le levate di scudi dello sport), come il ministro del calcio, peraltro apparendo come un suddito dell’amico-nemico Gravina. Come farà a restare in carica?
«Bisogna sapersi alzare dalle poltrone». Proprio un anno fa, proprio di questi tempi, Abodi così affrontava l’ennesimo disastro calcistico della Nazionale (Europeo in Germania) “invitando” il presidente della Figc Gravina alle dimissioni, invito rispedito velenosamente al mittente dal monarca calcistico che solo pochi mesi dopo avrebbe addirittura ottenuto un plebiscito (98,7%) nella sua terza elezione al soglio federale. E dal quale si è sentito dire (sarebbe meglio dire, contestare), solo pochi giorni fa, una ricostruzione lunare, paradossale, desolante. In sintesi: “Non è colpa del calcio e non è colpa dei suoi organi di controllo se in serie B è successo quello che è successo. L’Agenzia delle Entrate, cioè lo Stato, sapeva già da fine febbraio quale era la situazione del Brescia; però agli organi della Figc, cioè alla Covisoc, la risposta completa e ufficiale è stata data solo tre mesi dopo. Figc e Lega B non hanno né colpe né responsabilità”. Per la cronaca, la risposta completa e ufficiale è arrivata appena due giorni prima del playout (Salernitana-Frosinone, partita cancellata 24 ore prima, con trentamila biglietti venduti; Brescia poi penalizzato e retrocesso, la Sampdoria retrocessa invece ripescata al playout contro la Salernitana, playout giocato un mese dopo l’iniziale data fissata) alimentando così illazioni, congetture, ombre e sospetti legittimi sulla regolarità del campionato.
Indirettamente, dunque, tornando al Figc pensiero: se ci fosse stata l’Autority che tu ministro hai voluto (tra gli strepiti e proteste della Federcalcio) forse non si sarebbe creato questo papocchio, o forse avremmo saputo con chi prendercela. A Napoli si direbbe: “cornuto e mazziato”.
E già, perché il ministro Abodi, il ministro che aveva voluto l’Autority indipendente per sottrarre (giustamente) alla Federcalcio e Ferbasket i controlli sui conti dei club, in sedici mesi non è stato (ancora) capace di metterla in funzione. Dice perché frenato dalle procedure burocratiche e dalle lungaggini e dai riti della politica… Intanto, aveva trovato anche un ottimo presidente (l’economista Umberto Lago, l’articolo, di due mesi fa, è qui) però poi ha dovuto cassarlo. Il motivo? Ecco cosa ha detto (il 20 giugno a “Il Giornale di Vicenza”) proprio il professore di Economia all’Università di Bologna, uno dei “padri” del tanto strombazzato “fair play finanziario”. «Il ministro mi ha chiamato il giorno prima della mia nomina. Mi ha detto che ritirava la candidatura perché non sarebbe passata al voto delle commissioni parlamentari. Perché? Mi ha detto perché sono stato assessore a Vicenza, in una giunta non di destra». Alla faccia del fair play intanto, al suo posto sarà invece nominato Massimiliano Atelli, già magistrato della Corte dei Conti (pare che il mandato come presidente anche del Circolo della Corte dei Conti sul Tevere non sia durato a lungo…) e attualmente capo di gabinetto proprio al Ministero dello Sport di cui è ministro Andrea Abodi?
La domanda resta (pure questa) in sospeso. Intanto però l’Autority, annunciata nell’inverno 2024, introdotta con decreto legge (i decreti sono immediatamente efficaci) a maggio 2024 e che avrebbe dovuto entrare a pieno regime dall’1 gennaio 2025, entrerà (forse) in funzione dall’1 gennaio 2026. Dunque con un anno e mezzo di ritardo. Almeno questo si desume, perché questo c’è scritto nel decreto legge (tra le misure urgenti) in materia sportiva approvato in Consiglio dei Ministri giusto una settimana fa. Decreto che, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, inizierà il suo iter parlamentare. C’è scritto nell’articolo 11: “Al comma 8, terzo periodo, le parole dall’ 1 gennaio 2025 sono sostituite dalle seguenti: dall’1 gennaio 2026”. E ancora: nella Commissione, oltre ai membri di diritto (presidente Inps e direttore Agenzia Entrate) dovrebbero entrare profili di specchiate capacità e indipendenza. Intanto però, si legge sempre nel decreto che modifica le modifiche (tutto chiaro, no?) del precedente decreto: “Per l’avvio della Commissione indipendente sui conti, in sede di avvio e per un massimo di 6 mesi, la Commissione potrà avvalersi di personale dirigenziale e non dirigenziale delle federazioni sportive di riferimento che, all’entrata in vigore del decreto, operino nella Covisoc e nella Comtec”. Cioè, in sintesi: in fase di avvio, e per i primi sei mesi, nell’Autority (indipendente) ci sarà chi, ad oggi, ha lavorato e lavora in quegli organi (Covisoc e Comtec) ai quali si voleva sfilare il controllo…
Oltre ai puntini sospensivi, oltre i costi (2 milioni di euro solo per il 2025, la seconda parte a questo punto), c’è da mettere un bel punto. Perché il decreto legge nel sistema parlamentare italiano è (dovrebbe essere) un meccanismo eccezionalissimo attraverso il quale il Governo fa una legge al posto del Parlamento, ferma però poi l’approvazione del Parlamento. Questo spostamento di competenze tra poteri è previsto solo quando ci si ritrova davanti a un caso di estrema urgenza. Nel caso di specie (cioè quello dell’Autority, chiamata Commissione) siamo però invece davanti al caso, più unico che raro, di un decreto legge che semplicemente sposta le date (non più 1 gennaio 2025 bensì 1 gennaio 2026), un decreto voluto per giunta dal ministro dello Sport Andrea Abodi a maggio 2024. Che cosa è, se non la certificazione del fallimento?
Si usa uno strumento per situazioni eccezionali d’urgenza (il decreto) e questa cosa sta andando avanti da oltre un anno. È un fallimento. O meglio: un fallimento certificato per legge.
E se persino Gravina (pensate un po’…) un giorno dicesse: «Bisogna sapersi alzare dalle poltrone», Abodi cosa risponderebbe? Beh, come sipario a questa tragicomica commedia, non resta allora che affidarsi al mirabile Ennio Flaiano: la situazione è grave, ma non è seria.






