In Turchia hanno realizzato 21 stadi nell’ultimo decennio; altri 17 sono in costruzione, 6 tra questi sono in consegna. Hanno standard elevatissimi e non sono cattedrali nel deserto: ponti, autostrade, servizi e parcheggi completati prima degli impianti. Il governo Erdogan ha già stanziato un altro miliardo di euro per arricchire e rifinire l’intero pacchetto, per poter finalmente coronare una rincorsa che dura da quasi dieci anni. In Italia invece gli stadi hanno un’età media di 62 anni, a Milano la Giunta del sindaco Sala firmando l’adesione come sede per l’eventuale Europeo del 2032 in Italia ha candidato quello di San Siro aggiungendovi però una postilla (“nel caso in cui, in seguito, si rendessero disponibili altre strutture, si andranno ad apportare le necessarie integrazioni agli accordi”) mentre affacciandosi in Transatlantico il neo ministro dello Sport Andrea Abodi ha sentenziato «lo stadio si deve fare e si farà», rispondendo così agli interrogativi sui tempi del nuovo stadio della Roma, tempi – si è ormai oltre i 12 anni – che si perdono tra il biblico e il mitologico. Già così sembrerebbe non esserci partita. Poi. Poi nel consegnare la “Fatih Terim Arena” Erdogan è sceso letteralmente in campo, segnando una tripletta nella gara d’inaugurazione su manto d’erba italiano, in Italia il presidente Gravina si è affidato ad Abodi affinché il Governo firmi la dichiarazione di pubblico interesse che viaggi verso Nyon insieme alla lettera di candidatura da consegnare entro il 16 novembre. «Ci stiamo lavorando, è uno dei fascicoli aperti, siamo in costante contatto con la Figc», ha detto ieri l’altro il neo-ministro. La dichiarazione di sostegno ci sarà. Poi, però servirà molto altro – soprattutto serviranno impegni e garanzie economiche, almeno 2,5 miliardi di euro entro il 23 aprile, giorno di presentazione delle candidature ufficiali – per vincere in volata una gara – l’assegnazione di Euro 2032 insieme a Euro 2028 sarà decretata con voto Uefa a settembre – che pare in salita. Improba, se non addirittura già persa. E la figuraccia sui ritardi e mancanze dell’Olimpiade invernale non conferisce certo colore all’immagine del Belpaese. Poi ci sono soprattutto questioni di alleanze, garanzie, impianti. La Turchia è lì, quasi sulla linea del traguardo. Aspetta e si aspetta, col suo carico d’impianti, miliardi, promesse e rivincite.
Alleanze, manovre, inviti e dietrofront. Bruciata nella corsa del 2016, ribruciata per quella del 2024. Prima la Francia, poi la Germania. «Ci aspettiamo un’assegnazione limpida, prima c’era Platini ma ora c’è Ceferin», ha tuonato un po’ di tempo fa il ministro dello sport dell’ex impero ottomano. Sulla Turchia peserebbero ostacoli come la questione dei diritti umani e la situazione politica, ma la vicenda del Qatar dimostra plasticamente come siano ostacoli superabili. Specie se sul tavolo finisce il peso economico e politico di una nazione. La Turchia s’era candidata in realtà anche per l’Europeo del 2028, però a marzo la discesa della Gran Bretagna sostenuta dall’ex premier Boris Johnson (forse Ceferin aveva un debito di riconoscenza vista la presa di posizione sulla Superlega?) ha spazzato il terreno delle pretendenti: arriverà a settembre, ma il Times a fine marzo la dava già per fatta. Il presidente Gravina avrebbe così cassato la candidatura italiana per il 2028 dopo averla annunciata (leggi qui) quindici giorni prima in un’intervista a Sky («l’Italia si candiderà per ospitare l’Europeo del 2028. Da qualche giorno è uscito il bando per la ricerca dei soggetti interessati che scade a marzo 2022 e noi ci saremo, questo è fuori discussione»), spostandone l’orizzonte temporale al 2032 (leggi qui).
Allo stesso lungo orizzonte avrebbe voluto puntare pure la Russia ma dichiarando guerra all’Ucraina s’è auto eliminata. Restano in corsa per il 2032 Turchia e Italia mentre galleggia in superficie l’idea Spagna-Portogallo. È da maggio che è così. Che va così. A maggio mentre Gravina rassicurava, «nella corsa all’Europeo siamo ben posizionati, l’immagine dell’Italia è finalmente credibile», il presidente Uefa invece per due volte in pochi giorni seminava dubbi e perplessità. Prima, così: «Il problema per l’Italia è che la situazione a livello d’infrastrutture è abbastanza terribile per un Paese di calcio di questo livello». Poi, rincarando la dose: «In Italia non c’è uno stadio che possa ospitare una finale di Champions. Incredibile. La Turchia è un rivale forte. Ho parlato tanto con Gravina ma credo che anche governo e municipalità abbiano capito il valore di un Europeo. Sugli stadi servono garanzie forti, prima».
Le cene e gli incontri. Magari concetti ribaditi a pranzo, a Torino per la finale di Champions femminile. Al tavolo Gravina e Ceferin, il vice-presidente Uefa Zvonimir Boban e il vice-segretario Giorgio Marchetti: portate leggere (rigatoncini di pasta fresca ai tre pomodori accompagnati da un calice di barolo e tagliata di frutta mista: mango, frutti di bosco, mele e banana) e discorsi sul futuro del calcio europeo e italiano, forse anche sulla candidatura tricolore al 2032.

“Per vincere servono garanzie forti, prima”. Magari analoghe raccomandazioni il presidente Uefa le avrà ribadite a Gravina un mese fa a Roma mentre si svolgeva l’84esima edizione del congresso della stampa sportiva internazionale organizzato insieme all’Ussi. Sempre elegantemente vestito, in prima fila accanto a lui sedeva Danilo Filacchione, il responsabile delle relazioni internazionali Figc e il costante ponte tra aspirazioni tricolori e richieste Uefa per la candidatura all’Europeo del 2032. Come presidente del Comitato nei mesi scorsi s’era ipotizzato Rocco Sabelli, ex presidente di “Sport e Salute” e attuale presidente di Invitalia, assai vicino al ministro Giorgetti: magari un nome che tornerà a galla. Tornando al congresso, a Roma c’era anche Ceferin: invitato e premiato sul palco dai giornalisti. Lontano dai riflettori, il presidente Uefa e il presidente Figc che presiede la “Commissione club licensing Uefa” sarebbero poi tornati brevemente a discutere della questione. “Servono gli impianti e servono garanzie, prima. Serve l’impegno del governo italiano”.

La mappa geo-politica, la corsa persa e quella da vincere. Da tempo la voce rimbalza tra i corridoi del calcio europeo e italiano. È una mischia in realtà planetaria nella quale si fronteggiano Fifa e Uefa, gli alleati dell’una, i nemici dell’altra e viceversa. Il Mondiale biennale sognato da Infantino pare sfumato, la Superlega pare invece riprenda vigore mentre Ceferin che si candida al terzo mandato ha già confezionato una Champions in edizione allargata. Più squadre, più partite, più introiti. Nei pensieri dell’avvocato sloveno c’è sempre un pensiero ai format dei campionati nazionali, tra questi a quello della serie A. Venti squadre sarebbero troppe, le italiane in Europa avrebbero troppi impegni: perché non cambiare, perché non riformare, perché non scendere a 18? Il pensiero della riduzione l’ha avuto (chissà ancora se lo mantiene) anche Gravina che pensa alla sostenibilità e alla messa in sicurezza del sistema italiano. Però più volte dalla serie A si è sentito rispondere: noi a 18? Non se ne parla nemmeno. L’idea intanto resta lì, a volteggiare. Invece dell’aria, chissà forse avrebbe potuto prendere corpo e ottenere i voti necessari la candidatura dell’Italia ai Mondiali del 2030: pare ci fosse già un pre-accordo siglato con Arabia Saudita ed Egitto, insieme avrebbero ospitato l’edizione ma poi l’Italia ha deciso di virare sull’Europeo del 2032, e Arabia ed Egitto hanno trovato un altro partner europeo, e cioè la Grecia. Di certo il 16 novembre in Svizzera arriveranno le manifestazioni italiane e turche, poi il cronoprogramma segnala sei mesi per presentare il dossier completo con l’impegno economico e finanziario, e a settembre l’assegnazione. La Turchia è data in netto vantaggio, l’Italia spera nella rimonta, magari anche in un’assegnazione in tandem anche perché l’edizione dovrebbe salire da 24 a 32 nazioni, però da Istanbul non ci sentono: vogliono l’Europeo, lo vogliono tutto per loro.
I soldi, gli impegni, la scommessa. Gravina lotta e combatte e non si arrende, strenuo insegue da mesi questa candidatura e questa vittoria, ne aveva fatto e ne fa un cavallo di battaglia insieme ad altri che (ancora) non si sono trasformati in realtà ma certo non dipende solo da lui. Una vittoria certo sarebbe anche un bel biglietto da visita, personale ma soprattutto nazionale. Per una serie di motivi. Nel giorno dell’annuncio di candidatura, così recitava il comunicato federale. “La Figc presenterà la propria candidatura all’Europeo del 2032, sollecitando così la costruzione di nuovi impianti e l’ammodernamento di quelli esistenti in una finestra temporale più ampia”. Dunque, la costruzione di nuovi impianti, il riammodernamento di altri. Cioè soldi, soldi, soldi. Fondi e finanziamenti. Il nodo resta quello, Gravina s’è speso parecchio con le società e coi nuovi proprietari stranieri, attirati dalla promessa di poter costruire in Italia, di fare business col calcio, attraverso il pallone. L’Europeo è la carta più pesante da mettere sul tavolo, l’unica che potrebbe far dirottare soldi su nuovi impianti. Però sul tavolo istituzionale e governativo resta il nodo delle riforme: bisogna trovare un punto d’incontro, meritarsi un’apertura di credito oltre che il sostegno formale con la lettera di “interesse nazionale”. Ovviamente dalla Lega A almeno sul versante stadi, ha ricevuto appoggio e collaborazione. In un’intervista a “La Gazzetta dello Sport” di qualche mese fa, il presidente Figc aveva detto: «L’obiettivo di Italia 2032 può essere un volano decisivo per il nostro calcio. Ovviamente c’è bisogno del Governo, del Credito Sportivo, della Cassa Depositi e Prestiti, del Coni, delle Leghe. Su questo tema specifico devo ringraziare il presidente Malagò che è uno dei nostri primi sostenitori». Governo, Credito Sportivo, Cassa Depositi e Prestiti. Perché senza soldi non si cantano messe, non si costruiscono stadi, non si ottengono manifestazioni internazionali. Dentro questo passaggio corre anche il progetto di riqualificazione delle aree urbane e quello per una diffusa impiantistica territoriale. Una sorta di manna dal cielo. Dal cielo governativo dovrebbero arrivare però almeno 2,5 miliardi di euro. L’impegno burocratico per assicurare la realizzazione nei tempi di stadi e infrastrutture, l’impegno economico che significa comunque garantire gli importi. È come un ritornello già noto, ascoltato anche prima di aggiudicarsi le Olimpiadi del 2026: lo Stato non avrebbe impegnato un euro. Invece è stato obbligato a entrare nella Fondazione. Per intanto il 16 novembre basterà allegare al dossier Figc solo una lettera con la dichiarazione di “pubblico interesse” di palazzo Chigi. Senza un impegno economico: a primavera però servirà ben altro. Perchè organizzare un evento di tale portata non significa solo costruire o ammodernare stadi. Significa infrastrutture, viabilità, trasporti, sicurezza, non tax area Uefa: tra cash e garanzie è un conto miliardario.