Mennea, e quei due centesimi immortali

Le sfide contro le auto e Palamolla, una vita all'atletica: il viaggio di quei venti secondi che 40 anni fa gli diedero l'oro olimpico a Mosca
Mennea
Pietro Paolo Mennea trionfa per due centesimi su Wells alle Olimpiadi di Mosca: è il 28 luglio del 1980

Allo stadio Lenin, quello vicino al fiume Moscova. Lì ci sono centomila persone, lì gli occhi del mondo che in diretta tv puntano quella pista rossa. Aspettano lo sparo, attendono il verdetto. Fremono per la resa dei conti, già pensano alla fine ingloriosa del campione italiano, quello che avrebbe dovuto vincere e invece. “E’ sgraziato e consumato, ha già tutto alle spalle. Che vuoi che faccia contro quei fasci neri e scolpiti, contro quegli avversari? E poi non lo vedi come il volto sia già divorato dalla tensione, non ti accorgi di come quell’eliminazione sui 100 metri ne abbia scalfito le certezze?”. Lo pensano tutti, persino il presidente della Fidal, Primo Nebiolo. Lo pensano tutti, tutti tranne lui: è lì che lui ha dato appuntamento, lì su quella pista rossa a Mosca. Lì, come fosse mezzogiorno di fuoco perché lì in quella sfida tra gli otto uomini più veloci al mondo soltanto uno resterà in piedi dopo lo sparo della pistola. Sono le 20.10 (ora italiana) del 28 luglio 1980, lo stadio si chiama Lenin, Mosca è ancora la capitale dell’Unione Sovietica. E’ lì che ha dato appuntamento a se stesso, mica al mondo. Perché Pietro Paolo Mennea corre contro Pietro Paolo Mennea, non contro gli altri: gli altri sono soltanto macchine. Lui invece ha la carne che freme, ha i denti che digrignano, ha i muscoli che sono fuoco. Il sangue adesso pompa, gli ingrossa le vene. Come sempre.

Come tutte quelle volte, anche quando era ancora solo un ragazzino. Lì tra via Pier delle Vigne e viale Giannone, lì a Barletta dove è nato, lì dove cerca la sua strada. Esile e introverso, è il figlio del sarto che si guadagna mance recapitando gli abiti a casa dei clienti: arrotonda facendo da collaudatore atipico di auto, accompagnato da boati e esclamazioni. “Oh, ma quello batte pure le macchine”. Non è leggenda popolare, basterebbe andar di notte lì. Lì dove corre senza mai voltarsi dietro, senza mai inciampare. Eppure calza scarpe di una taglia più grande perché il papà gli ha detto, dolce ma severo: “Fattele durare che cresci e te le ritrovi, non abbiamo mica soldi da buttare”. Il papà è uno di quelli che educano ai sacrifici, perché sono i sacrifici e la fatica che fanno sognare, che fanno volare. Che fanno la differenza. Che saranno il testamento finale lasciato a imperitura memoria dal più grande atleta che l’Italia abbia mai avuto. Non aveva niente, voleva tutto. E tutto si prese: un oro e due bronzi olimpici, tre titoli europei, un record del mondo che per sempre sarà nella storia.

Nella storia, anzi nella leggenda, ci entra che è appena ragazzino: la testa sempre avanti, primo su quel traguardo volante sopra un rettilineo d’asfalto in leggera discesa, dopo quei metri divorati dalla rabbia e dalla resistenza. La sua macchina è muscoli e volontà, la sua smorfia è fatica e sfida, la sua testa inquieta penzola come dovesse dimenarsi da un cappio al collo. Primo davanti a una Porsche, primo un’altra volta davanti ad un’Alfa sport 1750: l’unico vantaggio concesso è che l’automobile parta da motore spento. Primo sempre lui, non c’è macchina italiana o straniera che regga il ritmo, che tenga quell’accelerata bruciante. In palio 500 lire, giusto i soldi per comprarsi il panino da portare a scuola e un biglietto per andare a cinema al sabato, perchè i tre piatti di pasta al forno li mangia solo la domenica a casa, non c’è la tv e per vedere uno schermo in bianco e nero c’è da andare al circolo vicino casa, 50 lire per entrare. Però quando la voce si sparge, arriva la polizia: stop alle corse “clandestine”. E’ storia, mica è leggenda.

Come quella volta alle provinciali studentesche, la maglietta è quella dell’Avis, l’avversario è un compagno dell’istituto tecnico che di cognome fa Palamolla, ed è proprio una molla che quando parte non l’acchiappa nessuno, nemmeno Pietro che sì, ci ha sempre perso. Fino a quel giorno. Intorno a lui urlano, ridono. Scherzano, scommettono: “Non c’è gara, tanto vincerà lui, Palmi, anzi u’ Palamolla”. E’ proprio quel giorno che Pietro Paolo Mennea incontrerà la rabbia: ogni volta la sua forza e il suo limite, la benzina che l’accende ai blocchi, l’acqua che lo spegne al traguardo. Ogni volta quell’indice sinistro al cielo e la terza persona singolare a coniugarne il trionfo, a sottolineare senza superbia il distacco tra sé e il Mondo: “E’ Mennea che ha vinto”. Quel giorno alle provinciali Mennea da Barletta supera pure Palamolla e vince. E’ lì che inizia la sua storia, la formidabile e ineguagliabile avventura della “Freccia del Sud”, quella che avrebbe messo l’Italia davanti al Mondo il 12 settembre 1979 a Città del Messico, con quel numero stampato –  19.72 – che resterà record mondiale per diciassette lunghi anni cancellando di 11 centesimi il primato del suo idolo, l’uomo con il pugno alzato e il capo inclinato: Tommie Smith, il guanto nero dell’oro ai Giochi del ’68 in Messico.

E’ quell’oro che Pietro cerca quella notte a Mosca. Pietro ha lottato per quello, Pietro ha cancellato tutto per inseguire quell’ossessione: no, un primato mondiale non varrà mai quanto un oro olimpico. Non vale per tutta quella fatica, non vale per tutti quegli anni passati al centro federale di Formia in compagnia del professor Carlo Vittori, non vale per quei 350 giorni di allenamento l’anno, lì pure a Natale e Pasqua. Da solo. Sempre. Vent’anni ad acqua minerale, e nemmeno gassata perché il professor Vittori non voleva. Non vale per quei carichi di allenamento che ucciderebbero chiunque, 25 volte i 60 metri, 10 volte i 150 metri ogni volta, due volte al giorno, sette giorni su sette. “Professore, ma quello poi è morto?”, chiesero tecnici tedeschi e giapponesi al professor Vittori nel corso di un convegno sulle metodologie d’allenamento applicate alla corsa veloce svoltosi a Berlino. No signori, quello non è morto. Anzi. Quello è rinato ogni giorno, quello continua a correre, a sprintare e vivere pur se il suo corpo se n’è andato in un triste giorno di marzo 2013. A 60 anni, aggredito da un tumore al colon. Un colpo al cuore, come quello sparo.

433: è questo il numero che ha stampato sulla maglietta azzurra, prima dello start. Lì prima che si oda lo sparo, sulla pista dello stadio Lenin a Mosca. Ma sono altri i numeri che si porta dentro, in quella sera di luglio del 1980: 5482 giorni di allenamento. Ore, mesi. Anni, inseguiti pur di infilarsi quell’oro olimpico al collo. Ventenne a Monaco, è arrivato terzo; a Montreal quattro anni dopo era il favorito e invece una volta a casa si torturò giorni con la medaglia di legno tra le mani, deciso a chiuderla lì la carriera. Troppa rabbia, troppa delusione. Troppo, per uno che non ammette la sconfitta, che non concepisce di arrivare secondo. Troppo per un uomo che viene dal Sud del Mondo – perché negli anni ‘60 e ‘70 il Mezzogiorno italiano è il Sud del Mondo – e che ha scavato con le proprie mani per aprirsi un varco, per conquistarsi il gradino più alto del podio e godersela, quella scena: tutti a guardarlo dal basso in alto e lui lì, a osservarli dall’alto. “Io sono bianco, ma dentro sono nero”, ha detto un giorno a Mohammed Alì.

Perchè per arrivare in alto devi sporcarti le mani, devi faticare, devi piangere per il dolore e per i crampi. Pietro Paolo Mennea ha 28 anni ma è ancora lì, è un’altra volta in finale. Sulla pista dello stadio Lenin, il padre della rivoluzione sovietica e lui che tenta un’altra rivoluzione: lui bianco, fisico normale, movimenti sgraziati, a mettersi dietro tutti quei muscoli e quegli armadi che alle spalle hanno allenamenti scientifici, una corte dei miracoli e magari pure qualche miscuglio da iniettarsi nelle vene. Lui invece testardo e onesto fino al candore, lui vuole dimostrare che il vero doping si chiama forza di volontà. E’ la terza volta consecutiva sui 200 metri, e poi ancora così sarà a Los Angeles quattro anni dopo: mai, mai nessuno come lui.

E mai nessuno come lui sente la pressione, la paura, la percezione che in quel viaggio di venti secondi, quel 28 luglio del 1980 a Mosca, ci sia tutta una vita. Prima di mettere piede sulla pista, una crisi: ansia, isteria, paura. Devono calmarlo, Primo Nebiolo si è nascosto in una cabina telefonica e sfoglia la rubrica in cirillico, Vittori invece lo prende a muso duro, gli dice: vai, ora o mai più. Pietro Paolo adesso è come tornasse indietro di 14 anni, a quelle corse sull’asfalto, contro quelle macchine, contro le leggi della fisica e della meccanica. Va, contro tutto e tutti. Da solo, come sempre.

E’ lì allo stadio Lenin, il cuore del centro olimpico, lì dove ha convocato il mondo in una sera di piena estate. Lì, alle 20.10 (21.10 ora locale) ha dato appuntamento come fosse una cena, l’ultima consumata tra dubbi e pensieri. Divorerà gli avversari oppure mangerà la polvere? Lì, riuscirà a bere il nettare dell’immortalità come dal calice del Sacro Graal o inghiottirà fiele, il fallimento? Già, il fallimento, la sconfitta, nemici oscuri che invece conosce bene, che lui prende di petto. “Chi non ha mai perso, chi non ha mai fallito, ha vissuto poco”: questo ripeterà per una vita e questo si ripete prima di provare i blocchi. Prima di contare i passi, prima di quella partenza a handicap contro atleti che della reattività allo sparo ne fanno il punto di forza, quelli che quando corrono arrivano con le ginocchia all’altezza del suo mento. Sono magnifiche statue nate per correre, Pietro invece pare uno sgorbio però lui ha i muscoli di seta, ha un cuore che pompa, ha la testa dura. Si guarda intorno, si guarda soprattutto dentro quando il giudice di gara intima agli otto duellanti: cinque minuti, e poi si parte. Uno sparo. Uno, secco. Uno, soltanto. Senza ritorno. Ogni volta per lui sono un viaggio, quei duecento metri. Dirà, poi: “Ogni volta che mi piegavo sulla corsia, prima di poggiare le mani sulla pista, mi ripetevo: ho portato tutto?”. Sì, succede anche il 28 luglio del 1980. Mennea s’è portato tutto: ha le gambe, ha la rabbia, ha il cuore, ha la voglia che nessuno altro possiede. Adesso nelle orecchie gli risuonano solo le parole di Valery Borzov, l’antico avversario, il modello, l’esempio. “Pietro, devi fare come me. Quando scendevo in pista dimenticavo gli altri. Pensa solo a te, gli altri non esistono. Riaccendi la scintilla, torna a mordere la pista”. Lì, su quella pista c’è adesso, avvolto nel silenzio. C’è Wells, lo scozzese che ha riportato alla Gran Bretagna l’oro sui 100 dopo 56 anni, c’è Don Quarrie, il campione olimpico di Montreal, ci sono i cubani Leonard e Lara. Mennea ha vinto la semifinale eppure l’hanno confinato in ultima corsia. E’ la numero 8, è la più difficile perché lì non vedi gli avversari, lì non ti accorgi di chi ti sta bruciando i metri, di chi ti conta i passi: senti solo il fiato sul collo, senti solo l’avversario che arriva come un ladro a prenderti di soppiatto, pronto a sfilarti la vita. E’ con una smorfia, pare quella del condannato a morte, che Pietro Mennea si prenderò quell’oro, la vita, la gloria, il riscatto. Quel giorno. Per due centesimi di secondo. Proprio quando tutto sembrava già finito, proprio quando lui pareva già sepolto. Due centesimi: un alito, un soffio, invece.

Invece. “Ha vinto, ha vinto”. Per due volte lo ripete Franco Rosi, telecronista Rai, un passato nella nazionale di rugby e sembra non crederci nemmeno lui, lui al solito misurato, garbato, secco. Lui che due giorni prima, in quello stesso stadio, ha salutato un’altra vittoria italiana, quella della ballerina di danza classica mancata: Sara Simeoni, l’alter ego al femminile della storia dello sport italiano. Perché se l’italiano Pietro Mennea ha sorpassato il Mondo, Sara Simeoni ha portato l’Italia sul tetto del Mondo nel salto in alto. Il record mondiale a Praga due anni prima, la prima donna a volare oltre i due metri: 2.01, l’acerrima amica-rivale Ackermann prima nell’abbracciarla. Invece 197 centimetri le bastano – è il 26 luglio 1980 – per mettersi al collo l’oro, la gemma più preziosa di un’altra carriera irripetibile al termine di quell’amplesso unico con l’asticella e il materasso. Anche lei due ore prima della sua gara, non c’era. E così lo ricorderà, quel momento. “Ansia, l’unica della carriera. Tremavo come una foglia, avevo la tachicardia. Piangevo, non ricordavo nemmeno perché ero lì. Il primo salto di prova fu un disastro. Dalle tribune dello stadio olimpico sentii un urlo: Sara, svegliati! Era Erminio, che già mi allenava. Prevalse la razionalità. Poco dopo quella mezz’ora tragica, mi ritrovai con l’oro al collo». Erminio Azzaro, il marito-allenatore, nato a Pisciotta dove lo chiamano il turco perché è scuro e ha i baffi neri, Sara la vedrà da lontano. Lì, sul podio. Senza inno, senza bandiera: lì, sul gradino più alto del podio, lei che guarda tutti dall’alto e che canticchia “Viva l’Italia” di De Gregori.

L’Italia è tutta incollata alla tv il 28 luglio del 1980. Due giorni dopo l’oro di Sara, quattro giorni dopo l’oro di Maurizio Damilano nella marcia. Tutta l’Italia prega. Non prega e non canticchia invece Mennea ai blocchi di partenza. E’ solo, ha una voce che lo divora dentro. E’ il demone della paura. Sono le 20.05 allo stadio Lenin di Mosca. Pietro chiude gli occhi, conta i passi, sa che per battere tutti dovrà superare la curva contenendo i danni, e poi darsi. Dare tutto, fino a sfinirsi, fino a morire. Lui per quell’Olimpiade ha lottato, si è esposto, è stato attaccato, criticato, crocifisso. Sono le Olimpiadi del boicottaggio, mesi prima l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan, gli Usa e altre 59 nazioni hanno deciso di disertare. L’Italia è divisa: il presidente del Consiglio Cossiga cerca una mediazione con il Coni, col Cio, con la politica. Gli atleti militari non partono. L’Italia come altre nazioni parteciperà ma senza bandiera nazionale, senza inno. “Allora andiamoci pure a torso nudo”, ha detto Mennea ironico e arrabbiato, in un’intervista che dividerà in due il Paese. Che poi si ritrova tutto davanti alla tv, la sera del 28 luglio sognando il lieto fine prima di versare nuove dolorose lacrime: la strage di Ustica è ancora una ferita aperta e qualche giorno dopo se ne aprirà un’altra ancor più sanguinosa, alla stazione di Bologna, lì dove espolderà una bomba assassina. Un colpo, per l’intera nazione. Uno sparo, un colpo, un boato.

Alla partenza sui blocchi Mennea si piazza senza voltarsi. Guarda in alto, stringe i pugni. Quando lo speaker ne storpia il nome fa pure una piccola smorfia. Poggia le mani per terra, cerca l’appoggio giusto, la molla che dovrà farlo scattare. Chiude gli occhi mentre la vita gli sta passando davanti: Palamolla, la corsa contro le auto in via Pier delle Vigne, i piatti di pasta al forno, la rabbia di un uomo del Sud che sta infilandosi in un tunnel di duecento metri: fuori troverà la luce oppure il buio. E’ il suo giorno più lungo. Sul suo diario, lo appunterà così quel momento. “Poco dopo le otto di sera del 28 luglio 1980, con una temperatura di 23 gradi, l’umidità del 56 per cento, il vento zero, mi presento alla finale olimpica a Mosca”. Il britannico Wells è in settima corsia, gli sta accanto; il giamaicano Quarrie dall’altra parte, parte dalla prima. Lo sparo è netto, secco. Puntuale, parte alle 20.10 ora italiana, sono le 21.10 a Mosca: è un colpo in pieno petto. Quello di milioni di italiani insieme a Paolo Rosi quasi in silenzio, si contrae, si piega, quasi si ferma. Dieci secondi sono già passati, Mennea è dietro, troppo distante, troppo per potercela fare: all’uscita della curva è solo sesto, Wells l’ha già superato e pare lui la freccia, oltre due metri lo distanziano persino dal terzo. Sembra finita e invece quel corpo sgraziato, quei passi di rabbia profonda, adesso mangiano metri, mangiano avversari, mangiano la pista. Mangiano se stesso. Mangiano l’aria. Vola a 36 chilometri orari. “Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera”. Paolo Rosi riesce a dire solo questo davanti al microfono: cinque volte recupera e poi solo, “ha vinto, ha vinto”. Per due volte, per un soffio, per due centesimi: il tempo che passa tra la morte e la vita, il tempo per riprendersela.

Dentro quegli ultimi venti metri Mennea ha appena compiuto un altro viaggio, un viaggio personale. Una battaglia tra il cuore e il cervello. In debito di ossigeno, la sua mente vacilla. Chiede aiuto al cuore, gli implora l’ultimo sforzo, l’ultimo rifornimento per quella macchina che è lì, a dieci metri dal traguardo. Ancora più sangue gli chiede ma il cuore proprio non ce la fa. E’ sfinito. Deve arrendersi, deve lasciare il testimone alla mente. Dovrà essere il cervello a resistere, a recuperare, a rimontare, a riprendersi la vita. E la vita arriva, con un bagliore, un lampo, uno squarcio. Sono le ore 20, 10 minuti e 19 secondi: Mennea è primo in 20.19, Wells secondo in 20.21. Pietro Paolo allarga le braccia, poi le richiude. Le alza al cielo, il pugno e l’indice destro adesso puntano in aria: la sfida è finita, la rincorsa pure. La Freccia del Sud è arrivata a destinazione. Puntuale, a prendersi l’oro. L’oro della vita. L’oro di Mosca. Il più indimenticabile oro della storia olimpica italiana.

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