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Processo Trentalange, altra patata bollente per Chinè. La difesa smaschera D’Onofrio: così ha raggirato anche la Corte d’Appello

Nuovo colpo di scena nel caso dell'ex procuratore capo dell'Aia: l'inquisitore degli arbitri ha falsificato le note con cui chiese i permessi per dribblare i domiciliari e raggiungere Roma

Rosario D’Onofrio ha raggirato anche la Corte d’Appello di Milano, ha fatto maramao persino ai giudici che dovevano vigilare sulla sua condizione di detenuto (ristretto ai domiciliari dopo quattro mesi di carcere) seguita alla condanna a due anni e otto mesi per traffico internazionale di stupefacenti. Da non credere e invece pure stavolta è tutto vero. È infatti di queste ore la scoperta che, in aggiunta a tutte le altre sue malefatte, ha falsificato i loghi istituzionali dell’Aia, si è inventato cariche inesistenti, ha scritto documenti, lettere e intimazioni, ha fatto dire al segretario della Procura arbitrale (del quale ha falsifcato la firma) che se non si fosse recato a Roma, presso la sede dell’Aia in via Campania a due passi da via Allegri, sarebbero stati guai: insomma ancora una volta, tutto, di tutto e di più pur di ottenere e riottenere quei permessi che, dopo avergli concesso una prima volta, la Corte d’Appello di Milano gli aveva invece negato.

È il nuovo capitolo della stupefacente storia che accompagna Rosario D’Onofrio, l’ex procuratore capo degli arbitri (ri)arrestato il 10 novembre 2022, un’altra volta perché preso con le mani nel sacco dopo il marzo 2020: nella sua auto i finanzieri del Gico di Milano avevano trovato oltre 40 chili di droga, lui vestito in mimetica e lo sguardo perso nel vuoto. Per l’intero sistema sportivo tricolore sarebbe diventata una vista a strapiombo da quel giorno, tra imbarazzi e richieste cadute nel vuoto, «ma è tutto vero o è uno scherzo?» si chiedevano i primi giorni il ministro Andrea Abodi, il presidente del Coni Giovanni Malagò e quello della Figc Gabriele Gravina, stupore, sconcerto e imbarazzi pure nell’Aia di Trentalange e Baglioni: stupore e sconcerto invece ogni giorno aggiornati e aumentati. Tutta colpa delle continue, stupefacenti e sconcertanti scoperte. Il libro è pieno di capitoli (leggi qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui), tocca però planare sulla scottante e stringente attualità (si può anche scrivere sconvolgente?), magari scegliendo un titolo al nuovo capitolo: “Il Procuratore geniale”, altro che “Inventing Rambo” così come scritto all’inizio di questa vicenda accostando la sua vicenda a quella della finta ereditiera russa su cui Netflix ha girato una serie tv (leggi qui).

La (nuova) scoperta. Due note: una è del 26 marzo 2021 e ha numero di protocollo, l’altra invece è senza data e non protocollata. Sono le due note che l’allora pregiudicato e ai domiciliari procuratore capo dell’Aia Rosario D’Onofrio architetta, predispone e sottopone alla Corte d’Appello di Milano per ottenere dei permessi che gli consentano di raggiungere la “sede di lavoro” a Roma. Nelle due note fa bella mostra anche il logo dell’associazione italiana arbitri: per stabilire però che non sia quello ordinariamente utilizzato dalla segreteria della Procura Aia basterebbe confrontarlo col modello su carta intestata. Ma è (sarebbe) solo la prima contraffazione. Le note poi sono sottoscritte (la sottoscrizione è visibilmente fasulla) dal segretario della Procura, Gaetano Rutigliano: però quella carica (“Segretario nazionale”) non esiste, lo si riscontra da tutti i documenti ufficiali nei quali Rutigliano si qualifica invece come “segretario procura nazionale Aia”. Ancora: la firma di Rutigliano è diversa da quella apposta sui documenti ufficiali. Ancora: nella nota Rosario D’Onofrio viene presentato come “Procuratore della sezione Aia di Cinisello Balsamo”. In quella del 26 marzo addirittura vi è scritto: “…è stato nominato componente della procura arbitrale, con incarico di procuratore per la sezione Aia di Cinisello Balsamo per il prossimo quadriennio olimpico”. È di tutta evidenza come un incarico del genere non esista e non sia mai esistito: la procura degli arbitri o è nazionale o è regionale, e comunque non è mai stata costituita una sezione distaccata della Procura Aia a Cinisello Balsamo. Ancora: nella seconda nota è riportata l’intimazione (eufemismo) che il presunto segretario dell’Aia rivolgerebbe al suo capo, cioè D’Onofrio. “Ella è tenuto a partecipare… …ulteriori assenze verranno valutate ai fini del proseguimento dell’incarico assegnatogli”. Una cosa mai vista: un cancelliere che intima al capo della Procura di presentarsi al lavoro pena il licenziamento. Soprattutto una cosa alla quale nessuno avrebbe potuto credere. Invece qualcuno ci ha creduto.

La minaccia e le ordinanze. Nella nota quindi c’è scritto più o meno così: “o viene in Procura AIA o la segnalo per essere sostituto” e questo per giunta lo direbbe (scriverebbe) il segretario della procura Aia. Possibile, plausibile? Una circostanza illogica (non bastassero le falsificazioni), oltretutto smentita dalle dichiarazioni che proprio Rutigliano ha reso alla Procura federale in sede di audizione nel corso dell’inchiesta dalla quale è scaturito il deferimento e poi il processo ad Alfredo Trentalange, il dimessosi presidente dell’Aia unico imputato di una vicenda kafkiana, mentre la giustizia domestica è stata commissariata, D’Onofrio è scampato al processo sportivo per via di un cavillo regolamentare (le dimissioni prima della già fissata data del processo per un’altra vicenda, sbrigativamente etichettata come “affaire Avalos”) cui da regolamento la Commissione di Garanzia Figc presieduta da Pasquale De Lise ha dovuto attenersi e mentre le procedure di nomine e controlli in sede Figc e Aia non sono (ancora) cambiate.

Riannodando i fili e tornando invece alle note “contraffatte”, è così che D’Onofrio ha ingannato anche i giudici della Corte d’Appello di Milano che autorizzavano il procuratore capo dell’Aia con due ordinanze (9 aprile 2021, 21 giugno 2021) a dribblare i domiciliari e raggiungere così la sede dell’Aia a Roma, senza far mai scoprire la sua reale condizione di pregiudicato in corso di condanna: il 15 e il 29 aprile, il 13 e il 27 maggio, il 24 giugno, l’8, il 15 e il 22 di luglio. Non solo nel 2020, non anche nel 2022. Anche nel 2021. Una serie continua di raggiri, artifici, falsificazioni. La serie, anche questa serie di note e ordinanze, ricostruita punto su punto dal collegio difensivo di Trentalange (gli avvocati Bernardo Giorgio Mattarella, Avilio Presutti, Paolo Gallinelli, Marco Laudani): lo stato dell’arte (fattuale e logico-deduttivo) presentato anche nelle (nuove) memorie per smontare il castello accusatorio nei confronti di Trentalange (7 i capi d’imputazione, leggi qui) formulato dalla Procura guidata da Giuseppe Chinè in occasione dell’udienza dello scorso 13 febbraio. Sbigottito il procuratore Chinè, quando in aula si sarebbe ricostruito come il 29 luglio del 2022 fosse stato proprio lui a sentire D’Onofrio in collegamento da remoto con il Comitato Regionale Lombardia: il 29 luglio del 2022 D’Onofrio era però ai domiciliari, autorizzato a presenziarvi. Ma Chinè poteva non saperlo, è certo e legittimo. E allora, “perché avrebbe dovuto saperlo Trentalange?”, chiedeva la difesa.

La domanda rimbalzata rumorosa prima del gong. Quel giorno l’udienza aperta e però poi sospesa, aggiornata dal presidente del collegio del Tribunale federale Nazionale Roberto Proietti che aveva sostituto il già designato Carlo Sica. Un insolito ma obbligato stop: tutti rimandati ad altra data in aula, dibattimento il 17 marzo.

I colpi di scena e il piede in fallo. Già, perché davanti all’esibizione di quei permessi ottenuti da D’Onofrio nel 2021 e presentati dalla difesa, il procuratore capo Chinè era rimasto a bocca aperta, sospeso e stupito: uno sguardo all’aggiunto Ricciardi e a Scarpa che s’era occupato, più degli altri, dell’inchiesta per l’accusa. Altro sconcerto, altro imbarazzo. Perché quelle due note no, non erano in possesso della procura. Perché quelle due note dimostravano come D’Onofrio avesse ottenuto dei permessi e raggiunto regolarmente la sede dell’Aia a Roma e dunque non avesse “latitato” dai suoi impegni. Da qui, una serie di discendenti domande. Se era presente e chiudeva le inchieste, come Trentalange avrebbe potuto nel caso accusarlo del contrario? O essere accusato di non aver vigilato sull’andamento dell’ufficio? Perché accusare Trentalange di aver coperto o omesso, se nemmeno la Corte d’Appello di Milano, la segreteria dell’Aia e gli uffici Figc che s’occupano di rimborsi (per giunta pure questi falsificati, nell’inchiesta compaiono le audizioni del segretario Figc Brunelli e di un dipendente addetto alla verifica delle note spesa) avevano sentito puzza di bruciato? Come il presidente Aia avrebbe potuto accorgersene, vigilare, denunciare, agire? Dopo la serie di domande, tocca fissare un altro punto importante su quelle due note che il 13 febbraio avevano prodotto imbarazzo e stupore: quelle presenze e quei permessi smontavano anche quanto riferito dalla procura federale al presidente Figc Gravina che, nella conferenza stampa del 19 dicembre a margine del consiglio federale (quello del commiato al dimesso Trentalange), aveva seccamente informato, più o meno così: “D’Onofrio è stato detenuto per un lungo periodo senza soluzione di continuità e non risulta aver ricevuto nessuna autorizzazione a partecipare a questa attività”.

Altro stupore, nuovo sconcerto. Davanti alla produzione di quei permessi e alla ricostruzione delle attività fornite dalla difesa, Chinè s’era così trovato come spiazzato: la Procura impreparata, non aveva quei permessi, non quelli concessi nel 2021. “Come sono stati ottenuti?”, aveva chiesto, ricevendo questa semplice risposta: “li abbiamo chiesti al difensore di D’Onofrio”. E così (leggi qui per la ricostruzione completa dell’udienza del 13 febbraio) Chinè aveva chiesto al collegio del Tribunale una sospensione: “la Procura vuole vederci chiaro e chiedere alla Corte d’Appello di Milano i documenti”. Supplemento d’indagine e di tempo subito concessi mentre dopo la camera di consiglio il collegio respingeva invece le richieste della difesa. No alla produzione e all’ammissione di atti, documenti, prove testimoniali. Un aiutino alla Procura Figc? Bah. Anche a non voler essere maliziosi, resta la plastica considerazione che il Tribunale federale ha concesso alla Procura Figc di indagare su permessi che sono stati concessi a D’Onofrio (mentre il processo disciplinare è a carico di Trentalange) ed ha invece negato a Trentalange (che tra i vari capi è accusato di non aver fatto funzionare la Procura Aia) di portare testimoni per smontare l’accusa di malfunzionamento della Procura.

Intanto la Procura Figc aveva tempo sino al 2 marzo: adesso ha ottenuto anch’essa quelle ordinanze, ha letto i permessi riscontrando le date, anch’essa ha adesso visionato le note che, per la difesa di Trentalange, sono chiaramente farlocche. Cosa avrà pensato e che idea s’è fatto Chinè, soprattutto cosa farà adesso il procuratore capo della Figc? Come evolverà il processo? Intanto, sfuggendo al contraddittorio (regola invece del processo sportivo secondo direttive Coni), Chinè non ha scritto una riga: probabile che si riservi di dire a voce (il 17 marzo) quello che pensa. Che sia anche un modo per impedire repliche alla difesa di Trentalange?

L’udienza e le richieste. L’appuntamento è dunque per il 17 di marzo. La difesa di Trentalange ha intanto aggiornato le memorie e ripresentato le richieste istruttorie, anche alla luce delle due ordinanze della Corte d’Appello di Milano. Ad esempio la presenza in ufficio a Roma di D’Onofrio, grazie a quei permessi (oltre al periodo Covid nel quale si lavorava da remoto e ad un periodo di convalescenza dopo un doppio intervento ortopedico, almeno così recitano due certificati medici) nel 2021 e alle presenze certificate dal segretario Aia Rutigliano nel 2022, testimoniano di come “fino al secondo arresto D’Onofrio non è stato affatto ingiustificatamente latitante dagli uffici, il che non si deduce per tessere le lodi di D’Onofrio ma solo per far notare che il descritto contesto non avrebbe mai consentito al presidente Aia di sospettare della benché minima anomalia” e che quindi, ad esempio, sia infondato il quarto capo di imputazione, cioè quello che punta l’indice contro Trentalange “per aver omesso di assumere ogni e più opportuna iniziativa, anche la più minimale, diretta ad accertare e conseguentemente intervenire affinché il sig. Rosario D’Onofrio garantisse un contegno diligente e una presenza regolare presso l’Ufficio, come richiesto dal suo ruolo di Procuratore Nazionale AIA”.

Le falsificazioni prodotte per ottenere i permessi e il raggiro compiuto anche ai danni della Corte di Appello di Milano confermano invece per la difesa anche l’infondatezza di altri capi d’accusa, tra cui quello diaver omesso di assumere qualsiasi iniziativa, anche la più minimale, per accertare i reali requisiti professionali e di moralità del sig. Rosario D’Onofrio, detenuto agli arresti domiciliari perché condannato per gravissimi reati concernenti la detenzione di sostanze stupefacenti”.

Il punto. Se la Procura continua ad accentrare la sua attenzione sulle mosse di D’Onofrio è come se il processo fosse a carico di D’Onofrio: il processo disciplinare però è nei confronti di Trentalange e ciò che emerge dalle due ordinanze di Milano è che D’Onofrio era stato autorizzato a recarsi a Roma, ad esempio. Un altro stupefacente raggiro, come tutta una lunga serie di artifici e raggiri emersa nel corso di questi mesi. Ad esempio, solo per fare qualche esempio.

D’Onofrio diceva di essere avvocato ma non era un avvocato. Diceva di essere laureato ma non era laureato. Diceva di essere medico ma non era neppure medico, eppure era stato ufficiale medico almeno fin quando l’Esercito non l’aveva scoperto. Nella sua scheda personale (obbligatoria per i tesserati Aia) dichiarava di essere incensurato ed invece anni prima era stato pizzicato per falsificazione di documenti. Si dichiarava penalmente puro ed invece era già un pregiudicato per traffico di droga che aveva già scontato una condanna prima del secondo arresto. Era un falsificatore, secondo alcuni spacciatori anche un picchiatore-intimidatore. Era un riciclatore di denaro e anche un giocatore ludopatico, tanto poi da ottenere permessi (in costanza dei domiciliari) per recarsi in un centro di recupero dalle dipendenze. Diceva poi di appartenere ai servizi segreti italiani mentre non era uno dei servizi segreti, così come invece aveva detto di essere al presidente della sua sezione cui (leggi qui) un mese fa è stata ritirata la tessera, presidente di sezione Giuseppe Esposito chiuso addirittura in bagno quando alla porta di casa avevano bussato i carabinieri che dovevano controllare il rispetto dei domiciliari. Già nel 2015 gli erano stati contestati i reati di esercizio abusivo di professione, falsità materiale in certificati e sostituzione di persona e per questi reati era stata emessa una pronunzia di messa alla prova da parte del Tribunale di Milano di cui nessuno aveva saputo niente tanto che nel 2016 il presidente pro tempore Nicchi (Gravina un mese fa gli ha conferito l’incarico di capo delegazione della nazionale under 20, leggi qui) l’aveva rinominato nella Commissione di Disciplina Aia. Dopo quindi tutta questa acclarata serie di raggiri, cosa pensare se non almeno di aggiungere un altro capitolo alla serie, con tanto di titolo: D’Onofrio, il “Procuratore seriale”.

Conclusioni. Alla luce di tutta questa vertiginosa giostra di falsi, trucchi, bugie e reati di D’Onofrio – scrive invece la difesa – come si può seriamente avanzare l’ipotesi che Trentalange avrebbe potuto impedire tutto questo, semplicemente chiedendo un certificato? E se anche avesse voluto chiedere documenti e certificazioni a D’Onofrio – posto che nell’Aia come nella Figc si va (ancora) avanti con autocertificazioni – D’Onofrio non avrebbe forse avuto gioco facile a confezionarne di nuove e fasulle? S’è preso gioco persino della Corte d’Appello di Milano. Questo è quanto si chiede e chiede la difesa che intanto ribadisce ai giudici del Tribunale federale le richieste già avanzate in fase istruttoria il 13 febbraio.

Alla luce delle ordinanze di cui è entrata in possesso anche la Procura di Chinè, i quattro avvocati di Trentalange ne aggiungono poi di nuove, come: richiesta all’Aia e Figc dell’originale nota del 21 marzo 2021 e di quella non protocollata, copia della richiesta di D’Onofrio alla Procura Aia del 14 giugno 2021, la prova testimoniale di Rutigliano, la consulenza tecnica per accertare la veridicità della sua firma sulle due note e in subordine assegnare un termine affinché si proponga querela di falso (come avvenuto in altre vicende) e quindi “contestualmente di sospendere il presente procedimento”. Inoltre sempre la difesa reitera le precedenti richieste tra cui l’acquisizione delle testimonianze dell’avvocato Matteo Grassi (il vice di D’Onofrio che sostituiva nelle sue assenze è gran cerimoniere della loggia massonica “Grande Oriente d’Italia) e di Simone Mancini, responsabile dell’ufficio informatico dell’Aia, e ribadisce le richieste formulate nelle 21 pagine dell’affilata e sferzante memoria presentata il 13 febbraio. Richieste che se dovessero essere nuovamente rigettate aprirebbero un percorso destinato ad approdare davanti al Collegio di Garanzia del Coni rivendicando i termini di un giusto ed equo processo non osservati – secondo la difesa – finora nel giudizio federale: per il Codice Coni i processi sportivi sono informali e invece il Tribunale federale nazionale ha respinto le prove perché il contenuto delle richieste non sarebbe stato chiaro. La difesa chiede che Trentalange sia prosciolto da tutti e sette i capi d’accusa (saltato il patteggiamento, leggi qui): ha già pagato politicamente con le dimissioni, l’unico a pagare mentre tutto è rimasto com’era. “E l’unico che dovrebbe pagare è Trentalange? Per non aver chiesto un’autocertificazione? O avrebbe dovuto chiamare preventivamente i carabinieri per dire: scusate, sto per nominare Rosario D’Onofrio, avete qualche informazione su di lui? L’evento è la conseguenza di una condotta criminale costellata da artifizi e raggiri che nessuno ha portato a conoscenza dell’Aia, neppure l’autorità giudiziaria quando ha concesso al D’Onofrio di esercitare l’attività di Procuratore pur essendo sottoposto a misura restrittiva della libertà personale”. Come finirà? Appuntamento in aula, il 17 marzo.

 

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